Irene Graziosi

L’autrice di Venti sull'identità mutevole di un quartiere, di una città e di una generazione

quartiere Porta-Venezia

Written by Bruna Crapanzano il 1 September 2021

Irene non usa i nomi dei posti per riferirsi ai luoghi del quartiere, ma i nomi delle persone. Quindi ci siamo viste da Marco per un caffè, proprio vicino a Paolo il libraio. Con l’autrice di Venti è venuto fuori che Porta Venezia è un luogo da difendere, nonché ultimo avamposto del romanticismo milanese, che è importante saper scegliere le proprie lotte, i propri rifugi, a chi voler bene e chi vogliamo essere.

Irene Graziosi

 

Libreria L’Atlante

Come sei finita a Porta Venezia?

Sono arrivata qui nel 2015 per amore e ho girovagato un po’ abitando prima in Porta Romana, poi in via Castel Morrone, poi ospite da un’amica in uno di quei comprensori in viale Toscana che non sembra neanche di stare a Milano ma in Brianza. L’ultima casa in cui ho abitato prima della pandemia era un luogo ancora più surreale, una villa in Missori che appartiene alla famiglia nobiliare decaduta di un’altra cara amica. La casa cadeva a pezzi e io ho occupato uno stanzino nel seminterrato dove ho sperimentato una simpatica infestazione di “insetti pallina” (loro). Nel frattempo sbloccano l’eredità di mia nonna e decido che è arrivato il momento di comprare casa. Nessun dubbio sul quartiere dove avrei vissuto, Porta Venezia è stata una scelta naturale per me. 

Cosa ha di diverso Porta Venezia dal resto di Milano?

Milano è una città che funziona, è civile e si vive bene perché è organizzata, non gli puoi dire nulla, però manca il romanticismo. Solo a Porta Venezia sono riuscita a ritrovarne un po’. La commistione tra eritrei e italiani rende il quartiere vivo, per me è bellissimo riuscire a trovare bar come Addis Abeba, il Rainbow insieme ad realtà come il Pop, o i bar di via Lecco.

 

Qui si è verificato un processo di integrazione – non di assimilazione – e per quanto mantenga il suo aspetto da diorama borghese, Porta Venezia è ancora un posto che resiste. Dopodiché avverto che molti luoghi si stanno snaturando anche qui. Prendi Paolo della libreria L’Atalante (second hand storico di libri e musica) che se ne va. Ho visto di volta in volta il negozio sempre più sfornito, ho chiesto e mi ha risposto che ormai, complice la pandemia, non vende più nulla. Ti giuro il 15% delle ragioni per cui ho comprato casa qui è Paolo. Via Tadino è piena di librerie e biblioteche: oltre L’Atalante di Paolo c’è la Libreria Popolare che ha un’ottima selezione, la Libreria dei ragazzi, la Libreria Antiquaria, insomma se vieni in via Tadino, hai l’impressione che l’editoria in Italia stia alla grande. Tra l’altro c’è anche la sede milanese di E/O, che è una casa editrice indipendente, non vende su Amazon e non segue le logiche di mercato che seguono i giganti dell’editoria italiana. Per questo non ho avuto troppi dubbi quando mi sono chiesta con chi avrei pubblicato il mio primo romanzo, che uscirà a maggio dell’anno prossimo.

L’ultimo anno come ha influito su di te e sul tuo modo di rapportarti con la città?

Vivendo qui ho visto Milano cambiare nel tempo. Lo scorso anno, quando tutto si è fermato, Milano era frenetica. Fermarmi è stato incredibile: ho capito molte cose su me stessa, come volevo vivere, e anche sulle questioni politiche. Sono riuscita a dare un nome a delle cose che prima erano viscerali e non verbalizzabili.

Hai presente quel senso di colpa per cui ti dici, dovrei essere di più sul mercato? Dovrei aggiungere cose al mio curriculum? La sensazione di doverci sempre essere, perché ci hanno insegnato che più “fai” (non si capisce bene cosa) più riuscirai (non si capisce bene in cosa). È snervante, fa solo stare male e snatura gli esseri umani. Per alcuni la pandemia ha anche dato modo di svelare i meccanismi dell’autorappresentazione che imperversa sui social e non: a parte pochi rapporti intimi c’è sempre una maschera che metti nel rapportarti agli altri, ma ultimamente questa maschera non riusciamo a levarcela.

Anche scegliere un quartiere perché ti rappresenta in qualche modo è un modo per indossare un’etichetta? Un segno di riconoscimento che indichi agli altri chi sei?

In qualche modo sì, ma i motivi per cui ho scelto Porta Venezia sono molto più emotivi. È stato il primo luogo in cui ho vissuto per più di qualche mese. Questa casa è una tana, è un scrigno. Quando ho cominciato a lavorare con Sofia (Viscardi) mi sono sentita molto esposta, senza pelle, aveva bisogno di un rifugio perché io non sono Sofia. Lei è una che non si deve censurare o smussare perché è una persona serena e ottimista, piace alle persone e alle persone piace lei. Io non sono così e ho sentito di dovermi proteggere. E poi banalmente come diceva Fran Lebowitz “I don’t wanna be raped”, un motivo valido per scegliere un luogo dove abitare se sei una ragazza.

Mi sento a mio agio qui, circondata dalla persone a cui voglio bene che vivono intorno a me. Però ho cominciato a notare come il mio palazzo, come quelli nei dintorni, si sta svuotando delle persone e lasciando spazio ai BnB, in pieno effetto Venezia, una città distrutta. Ci sono andata quest’anno prima che riscattasse la zona rossa e ho provato una tale depressione, l’assenza di vita, case tutte vuote riadattate in spazi standard con mobili Ikea e Mondo Convenienza, che angoscia.

Quale pensi sia il rapporto tra macro e micro, tra città e quartiere a Milano?

La politica Milanese sacrifica in nome del glamour e della comunicazione l’autenticità dei luoghi. Milano è iper privatizzata, è stata venduta a pezzi ai migliori offerenti. Ci sono marchi che brandizzano interi quartieri, metro, disegni sui muri, per le strade. Tutta la città è spazio pubblicitario, respiri l’aria della comunicazione costante. Milano è faticosa da questo punto di vista.

Lo trovo veramente triste, nel mio piccolo questa cosa mi ferma anche dal voler avere a che fare con la politica qui, oltre al fatto che non è la città in cui sono nata, quindi sento meno la spinta a cambiare le cose qui. Ogni volta che scendo a Roma, noto la differenza. A Roma abito nel III Municipio che di recente è stato riqualificato da una giunta comunale molto di sinistra (a luglio ad esempio farò una cosa con e per loro), una sinistra che alcuni trovano polverosa ma che fa delle cose improntate alla solidarietà sociale. Io mi chiedo, a Milano questa cosa la puoi fare? Succede certo, ma non appena lo fai devi subito comunicarlo, renderlo seducente al tuo target. A Roma questa cosa proprio non esiste e se da una parte è sconfortante dall’altra lascia spazio alle persone che hanno voglia di fare delle cose.

Quindi Milano non è un progetto a lungo termine?

Non so fino a quando rimarrò qui a Milano, sicuramente fino a quando Venti continua perché è la mia creatura, perché gli voglio bene…Ma se dovesse finire credo finirà anche il mio percorso qui. Sono stata molto fortunata, c’è stato un incrocio nelle stelle nel firmamento che mi ha permesso di essere indipendente nel tipo di contenuti che faccio e poter creare un progetto come Venti. Per quanto poi anche noi dobbiamo lavorare con i brand, possiamo ancora sceglierli con cura, mantenendo libera la nostra linea editoriale. Ma questo è un privilegio che tanti non hanno, sia a livello di media che personale. Come ti dicevo solo di recente ho capito che posso dire semplicemente di no ai lavori che non voglio fare, perché non mi rispecchiano politicamente.

Parli dell’importanza dell’indipendenza creativa, cosa vuol dire per te?

Viviamo in un momento in cui la cultura è completamente standardizzata. Le identità di tutti i media si sono omogeneizzate, perché tutti seguono il trend e tutti dicono le stesse cose chiamando le stesse persone, che di solito sono quelle con più follower, come se la popolarità fosse sinonimo di competenza. Anche le piattaforme di streaming sono un problema nel mondo contemporaneo, funziona tutto secondo leggi di mercato che ci stanno omologando.

Hai notato che nei film delle piattaforme è pieno di primi piani? Succede perché la gente possa fruire più facilmente di quel contenuto guardandolo dal cellulare. Dov’è la libertà creativa? Dov’è la possibilità di scegliere in base a una visione artistica e non in base a ciò che ci si aspetta che il pubblico vuole? Non esiste più la cultura indipendente, diciamo tutti le stesse cose, guardiamo tutti le stesse cose, contestiamo tutti le stesse cose e finiamo per non contestare nulla. La città e i social sono tappezzati di slogan che inneggiano alla diversità: il colore della pelle, il corpo, la sessualità… a volte penso che sia un grande revival organizzato dai personaggi all’interno dei libri d’inglese delle medie. Se c’è un nero è tutto apposto, mentre i braccianti crepano nei campi a poche centinaia di chilometri da casa nostra postiamo dei quadrati neri su Instagram e diamo del razzista a chi non lo fa.

Con Venti ti capita di entrare in contatto con una nuova generazione di ventenni, pensi che hanno un modo diverso di percepire la città e quello che succede?

Il grande problema del nostro tempo e che le persone non mettono più in discussione niente. Non c’è mai una critica sistemica, soprattutto perché le persone più giovani non si ricordano com’era prima dei social e della vittoria totale del neoliberismo, e accettano questo mondo senza neanche immaginarsi che un’altra realtà sia possibile. È come se dopo il G8 di Genova sia definitivamente morto un pensiero critico rispetto al futuro che sarebbe arrivato. Certo, il movimento No Global partiva da dei presupposti ingenui, e fa quasi tenerezza visto con gli occhi di oggi.

Eppure esisteva una politica attivista, mentre oggi l’attivismo è staccato dalle idee politiche e vive solo sui social. Lavorando con persone più giovani che sono nate in questo mondo qui, un altro mondo non lo vedono. Non gli pare strano che siano i brand a stabilire e rinforzare la morale, che sia il numero di follower a stabilire se le tue idee sono giuste. Per loro questo mondo qui è l’unico possibile, visto che non c’è più nessuno che che dice altrimenti.

Sui social continuo a leggere di questa idea secondo la quale i diritti civili sono di sinistra. I diritti civili storicamente sono sempre stati appannaggio dei radicali, sebbene la sinistra li abbia sostenuti (a tratti). Per quanto mi riguarda le persone che sono felici della bandiera arcobaleno di un brand per addobbare una metro non sono di sinistra. La sinistra in teoria ti dice un altra cosa, ti dice che devi lottare per lo stato sociale, per il welfare, per la giustizia sociale, dice no alla privatizzazione. Credo che quelli che lottano soltanto per i diritti civili dovrebbero chiedersi se sono di sinistra, rispondersi onestamente e fare un po’ di ordine.