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Dall’Iran a Bologna, Majid Bita racconta e disegna la lotta per la libertà

Il suo primo libro 'Nato in Iran' (Canicola, 2023) è un capolavoro che mescola storia autobiografica e vicende collettive. Ecco la nostra intervista.

Written by Salvatore Papa il 19 April 2023
Aggiornato il 27 July 2023

Le angosce di un bambino, il fantasma di una guerra mai conclusa per davvero, le convinzioni e la ribellione di una generazione di uomini e donne che vogliono la libertà. Questo è Nato in Iran, la graphic novel di Majid Bita pubblicata da Canicola che alterna autobiografia e una surrealtà poetica per dipanare quella rapida trasformazione dell’Iran dopo la rivoluzione Khomeinista del 1979, la rivoluzione contro lo Scià vissuta dalla famiglia dell’autore e da tutta la società iraniana, e raccontare inoltre la guerra Iran-Iraq che ha segnato il giovane Majid, e la sua generazione costretta a vivere le conseguenze di una rivoluzione considerata oggi dalla maggior parte del popolo iraniano come rovinosa.

Majid, classe 1985, è nato e ha vissuto in Iran fino al 2014, quando si è trasferito a Bologna per studiare pittura e poi linguaggi del fumetto all’Accademia di Belle Arti. 

Nato in Iran è il suo primo libro. Ecco la nostra interessante chiacchierata con lui.

 

Partiamo dal tuo arrivo a Bologna. Cosa ti ricordi di quei primi giorni in città?

Sono arrivato a Bologna nel 2014 con mia moglie, non eravamo soli, ma era agosto. Avevamo appena lasciato Teheran e ci trovammo in una città quasi vuota. Il contrasto era evidente e spiazzante, ma forse era proprio la cosa di cui avevamo bisogno. 
Fu un po’ uno shock, però, perché non capivamo quale fosse il motivo, e avevamo invece sentito molto parlare di una Bologna vivace, piena di eventi ecc.
Avevamo lasciato il nostro paese in una condizione veramente infelice e piena di dubbi e di incertezze, ma qui siamo stati accolti fin da subito. Correndo e cercando casa per almeno otto ore al giorno riuscimmo finalmente a prendere in affitto un bel bilocale in via Zanardi solo tredici giorni dopo il nostro arrivo con un proprietario desiderato. Desiderato perché era un ingegnere bolognese che aveva vissuto in Iran e aveva lavorato con l’Università di Teheran negli anni 70. Mi raccontava sempre cose belle del suo vissuto lì, poi rideva e diceva: “Gli Ayatollah mi hanno mandato via dopo la rivoluzione islamica”. Poco dopo scoprii che era un atleta olimpionico italiano (Mauro Checcoli). A lui devo molto perché semplicemente, durante i primi passi in Italia, ci fece vedere il lato bello di questo Paese e di Bologna nel momento in cui ne avevamo più bisogno.
Mi ricordo quando al terzo giorno del nostro arrivo scoprimmo Salaborsa e ci diedero subito la tessera chiedendo solo un semplice passaporto. Forse è una cosa banale per chi ora sta leggendo quest’intervista, ma è una storia che continuerò a raccontare perché quello è stato il primo posto in Italia in cui non ci hanno trattati da “stranieri”, in una biblioteca. In tutti gli altri posti dove andavamo, anche per le questioni più semplici, ci chiedevano un mare di documenti che a volte nemmeno esistevano!
Pian piano da metà settembre, tornarono anche gli studenti, e Bologna tornò a essere la città che ci avevano raccontato.
Ma, ripeto, quel breve periodo senza troppe persone in giro ci voleva, ci è servito a esplorare la città e poterci ambientare, a superare quelle prime serate in hotel in cui ancora mi chiedevo “che cosa voglio qui” e perché ci sono finito.

Quand’è iniziato invece il percorso che ha portato al libro e quali sono state le ragioni iniziali che ti hanno spinto a farlo?

Le domande. Sono state le domande che mi sono state rivolte qui in Italia che mi hanno convinto della necessità di raccontare l’Iran e non lasciarlo alle notizie dei telegiornali.
La gente mi chiedeva se eravamo rifugiati o scappati dagli ayatollah, dove si trova l’Iran e se festeggiamo anche noi il Natale. Addirittura se avevamo fatto un matrimonio combinato! Si stupivano vedendo i miei lavori, chiedendomi come faccio a fare questi disegni “erotici!neri!cupi!malati” da iraniano che viene dal Medio Oriente, da quel mondo che si chiama “islamico” (questo perché dopo un mese dal nostro arrivo io andavo a vendere i miei disegni in via Indipendenza con la speranza di inserirmi al più presto possibile nella città). Mi chiedevano se in Iran esistono le gallerie d’arte! Riviste dell’arte? “Ma come fate ad averle mentre lì ci sono I talebani?!”. Venivo associato molto direttamente oppure nei piccoli dettagli ad un mondo mai vissuto, a ciò che non mi rappresentava e non rappresentava la società iraniana. E a mia moglie venivano fatte domande su cose che non c’entrano nulla con la realtà e le difficoltà che vivono le donne in Iran. Erano tutti informati sul velo obbligatorio, ma nessuno sapeva niente degli altri problemi. Nessuno sapeva niente di quel contrasto che c’è tra il sistema governativo dell’Iran e la società civile dell’Iran. Niente di anni di disobbedienza civile e di movimenti seri e importanti contro il regime iraniano da parte della popolazione. Così, da persona direi un po’ “nostalgica” e che comunque aveva deciso di lasciare l’Iran ma l’Iran non l’aveva lasciato, ho deciso di fare qualcosa.
Prima mi raccontavo con i miei disegni, ma più i giorni passavano in Italia più i miei ricordi d’infanzia e il mio vissuto in Iran tornavano, con un impatto ancora più forte di prima. Così dopo tre anni qui ho deciso di iscrivermi al corso di fumetto dell’Accademia di Belle Arti, proprio per iniziare a scrivere, disegnare e raccontare una storia iraniana che racconta non solo di me. Una storia che potesse raccontare diverse generazioni di iraniani che non hanno mai pensato che la situazione che stavano vivendo fosse normale.
Il libro l’ho cominciato a scrivere nel 2017, partendo da alcuni primi racconti brevi nel corso di scrittura creativa con il mio professore Emidio Clementi.
In quegli anni la situazione in Iran era molto cambiata. I riformisti erano tornati a governare con un voto alto nelle elezioni, l’Iran stava dialogando con USA e con l’UE e c’era più speranza che forse le cose sarebbero andate meglio, che magari si poteva riformare il sistema, piuttosto che fare una rivoluzione o un “regime change”. Ma le cose non sono andate bene e oggi dopo più di dieci anni dal ritorno dei riformisti la maggioranza è convinta che questo regime non vada riformato, ma vada invece radicalmente cambiato. Il clima, quindi, era diverso, anche se personalmente non ho mai pensato che i problemi fossero risolti, così come non credo che vadano necessariamente risolti con un cambio di regime. Ma questi sono atti politici e idee politiche; io invece ho deciso di raccontare tutto a partire dalle persone, dalle case, dalla famiglia, dagli individui. Così la storia vive, e per me vale di più. Per tornare alla tua domanda, quindi, ciò che mi ha spinto a scrivere Nato in Iran è stata la voglia di rispondere a tutte quelle domande che riguardavano me e riguardavano l’Iran, non solo a livello politico.

 

– scorri sulle foto per sfogliare la gallery –

E ci sei riuscito, direi. Perché una delle cose più interessanti di Nato in Iran è, per quanto mi riguarda, proprio l’incrocio tra le tue vicende personali e la storia del tuo Paese vista con gli occhi di una persona della mia stessa generazione. Leggendolo sono caduti un po’ di pregiudizi frutto di ignoranza o colpa della solita retorica “occidentale” che ricopre alcune informazioni. Perché, come hai scritto in un’altra intervista, “niente e nessuno ha tutta la ragione del mondo”: come sei arrivato a questa consapevolezza?

Ho sempre pensato che noi abbiamo un po’ questa malattia di definire tutto come il buono e cattivo, bianco e nero. Una cosa che probabilmente ha anche a che fare con elementi culturali e religiosi. Viviamo sotto l’eredità di una cultura persiana antica dentro cui, secondo i pensieri e le filosofie dualistiche dello Zoroastrianismo, il mondo viene definito come il campo della battaglia tra il Dio buono e il Dio cattivo. E anche nel periodo islamico dell’Iran, nei piccoli dettagli, dall’architettura alla poesia e letteratura questo dualismo esiste e domina i nostri pensieri.
Questa cosa la viviamo anche nel mondo politico, in cui un giorno lo Scia viene dipinto come un eroe, il salvatore della patria, il giorno dopo per le stesse persone diventa il diavolo assoluto che bisogna sostituire subito e a tutti i costi con uno come Khomeini, prima definito come un Imam, un profeta, uno santo, un modello, poi – sempre dalle stesse persone – come il grande diavolo che bisogna sostituire con qualcosa di migliore promessa dal figlio dello Scia, ex dittatore dell’Iran e diavolo assoluto per le generazioni precedenti.
Io sono nato e vissuto dentro questi discorsi. Dentro la famiglia in cui il contrasto tra le persone che amavo era costante e ognuno aveva idee completamente diverse su certi argomenti. Ma è così dappertutto. Il maestro di scuola ti dice una cosa, ma tuo padre dice che è sbagliata. Un ex membro dell’esercito che è diventato tassista a Teheran ti racconta una cosa diversa riguarda allo stesso evento politico molte volte raccontato da tuo zio anche lui membro dell’esercito. Oltre al fatto che vivere in un paese segnato ogni 20 anni o meno da rivolte, rivoluzioni e grandi cambiamenti politici, significa avere un’incertezza quotidiana! Quindi la consapevolezza che “nessuno ha tutta la ragione” non è un dono, non è una capacità ottenuta, è la cosa che abbiamo imparato vivendo in mezzo a conflitti che a noi bambini non interessavano, ma c’erano. Presenti al tavolo da pranzo, alla cena, a letto.
Poi qui in Italia molte volte mi hanno fatto questa domanda: “voi iraniani avete tutte le carte da giocare a vostro favore, ma perché siete messi così?” E io come faccio a spiegarlo a un cittadino europeo che non è interessato a sapere quanto è collegata la storia politica iraniana a quella europea o a quella americana? Dentro il libro ci ho provato, ma solo un po’. Ho raccontato per esempio di quel colpo di stato inglese e americano contro il governo democratico dell’Iran quasi 70 anni fa. Un intervento che ancora oggi influenza il nostro paese alla ricerca di una democrazia sempre negata. Ho raccontato di paesi occidentali che durante la guerra Iran-Iraq hanno sempre aiutato Saddam Hussein a distruggere l’Iran. E allo stesso tempo ho anche raccontato del ruolo positivo delle produzioni artistiche e letterarie di alcuni paesi europei come l’Italia e la Francia nella società iraniana.
Cerco di non vedere in bianco e nero, ma comunque disegno in bianco e nero e in tutto il libro si nota probabilmente questo contrasto soffocante tra il buono, giusto, brutto, cattivo, santo, malvagio ecc.
È questa certezza su tutto che non ci consente di ottenere quello che cerchiamo e desideriamo. Generazione dopo generazione.

A un certo punto del libro, mentre ripercorri la storia familiare di una coperta, c’è un’illustrazione bellissima e la frase “io sto morendo sotto il peso di questa eredità”. È staccata dal resto, potrebbe immagino vivere anche da sola fuori dal libro. Cosa intendevi esprimere con quell’immagine?

Come ti dicevo, l’Iran è sempre stato un paese in mezzo ai conflitti, dalla Persia Antica fino alla Secondo Guerra Mondiale. Nessuno sa quanti milioni di persone in Iran sono morte di miseria e di povertà causata dalla guerra mondiale. Parliamo di un paese che non faceva parte di quella guerra. Mia nonna quel periodo l’aveva vissuto e me l’ha raccontato. Io invece sono nato in mezzo a una guerra che è durata otto anni e ha influenzato tutta la mia vita già da piccolo. E poi i mille conflitti sociali e politici risalenti a 40 anni prima magari, ma che comunque hanno avuto un peso sulla mia crescita. Quindi, noi iraniani nasciamo sotto il peso dei problemi e moriamo seppelliti dentro ai conflitti. Allo stesso tempo siamo nati in un paese grande che gode di una grande storia, arte, letteratura, architettura, musica, filosofie, religioni ecc., ma anche quelle non sono sempre e necessariamente un vantaggio! Io sono iraniano e vorrei continuare a esserlo, anche disegnando sono iraniano, sono consapevole di ciò che mi ha magari arricchito mentalmente, artisticamente oppure culturalmente e, lontano da qualsiasi tipo di nazionalismo, posso dire che godo di ciò che mi ha regalato l’Iran. Ma non posso chiudere gli occhi davanti a ciò che paghiamo amaramente a causa di questa ricchezza culturale. C’è comunque qualcosa da criticare dentro questa ricchezza, una ricchezza pesante che ho provato a rappresentare tramite quella coperta. Ma non è facile: o devi liberarti di quella coperta, o devi restare lì sotto a godere della sua parte buona facendo finta di non sentirne il peso. Uscire fa paura, stare sotto di soffoca… e che faccio? Resto lì perché sono nato sotto una di quelle coperte, letteralmente! Ma cerco di farmi anche spazio da lì sotto. Di liberarmi, almeno per avere le mani libere e gli occhi che possono guardare all’esterno.
In tutto il libro ci sono comunque diversi disegni singoli che raccontano le cose senza le didascalie, perché volevo inserire anche qualcosa della mia identità di disegnatore che fa cose senza il testo, lontano dalle preoccupazioni e considerazioni legate al mondo del fumetto e le sue regole.

Mentre scrivevi il libro l’Iran è stato travolto da nuovi eventi che ne stanno segnando la Storia. Come li hai vissuti e che impatto hanno avuto nel libro stesso?

Come dicevo la maggior parte dei racconti sono stati scritti 4-5 anni fa, ma il penultimo racconto “La Morte Sul Ponte” quando sono iniziate le nuove proteste non era ancora stato disegnato. Riguardava la storia di una giornata di manifestazione a Teheran nel 2010, ma poi tutto ha preso un’altra direzione. La violenza del regime si era già scatenata in modi simili già nel 2018 quando a seguito di una serie di manifestazioni vennero chiusi i confini, mandati via tutti i giornalisti internazionali e spenta la rete mobile e internet; in una sola settimana furono uccisi più di 1500 manifestanti! Io ero qui e come tanti altri iraniani che vivono all’estero non potevo nemmeno chiamare la mia famiglia per avere notizie di loro.
Quando a settembre scorso sono cominciate le proteste dopo l’omicidio di Mahsa Amini ho smesso di disegnare. Ero sempre attaccato al telefono tra Twitter e Instagram per capire che cosa stesse succedendo. Fratelli, sorelle, amiche e amici che andavano alle manifestazioni e noi qui capaci solo di essere una voce di ciò che la gente gridava in Iran.
Tanti di noi iraniani all’estero viviamo un grande senso di colpa per essere lontani in momenti del genere. Ma, solo per il fatto di essere iraniani residenti all’estero (anche se non facciamo nulla contro il regime), rischieremmo di essere subito arrestati se tornassimo in Iran quando la tensione nelle strade è alta. Quindi, dicevo, per un lungo periodo ho smesso di disegnare, in certi momenti ero in totale crisi, paralizzato dalla situazione, pensando agli amici e conoscenti che rischiavano la vita, quindi il libro non è andato avanti. Ero costretto a stare qui, provando a dare un minimo contributo a chi si sacrifica per la libertà. Quando ho ricominciato a lavorare al libro le notizie delle manifestazioni dei sei mesi precedenti mi avevano talmente influenzato che ho deciso di cambiare alcune cose di quel capitolo non ancora concluso, inserendo degli elementi più attuali sui movimenti sociali iraniani. La copertina per esempio. C’erano molte prove già pronte, ma alla fine abbiamo deciso di usare quel disegno che rappresenta le donne iraniane protagoniste dell’ultima fase della rivolta in Iran (donne che sono sempre state protagoniste nella battaglia contro l’ignoranza e il regime). Per questi cambiamenti devo anche ringraziare Canicola che mi ha lasciato libero di decidere, oltre a curare in modo prezioso il fumetto.

Ci tieni a ripetere che non sei un attivista, ma un disegnatore. Perché? Eppure mi sembra che nel tuo modo di raccontare ci sia l’impegno attivo di chi vuole trasmettere alla gente informazioni e conoscenze che altrimenti rimarrebbero poco chiare. Un’altra definizione che dai di te è quella di “mezzo esiliato”…

Mentre non sono sul campo, non mi piace parlare di ciò che succede o di ciò che accadeva. E non posso essere certo di niente. Vedo anche gli elementi sociali e politici da un mio punto di vista. E se cambiassi questo atteggiamento diventerei un’altra cosa. Devo selezionare e devo prendere in considerazione anche alcune cose che per me, per le mie idee, non hanno senso. Devo assumere un ruolo formale e piano piano un ruolo politico. Non stiamo parlando di attivismo in Italia. Parliamo dell’Iran dove il politico è tema di ogni giorno e di ogni momento. Dove il politico non è che ti mette in difficoltà o ti porta verso un lato migliore o sbagliato. Il politico è lì solo per distruggerti e basta. Io non sono un attivista, mentre chi oggi in Iran e in piazza urla per la libertà non è un politico e nemmeno interessato alla politica. Ecco perché nel libro parto dalle case e dalle persone. Dalle persone normali che vogliono solo vivere normalmente e basta. Io sono un disegnatore iraniano, sono un cittadino iraniano, ho vissuto per 28 anni in Iran e mi sono formato lì. Questo è già tanto, mi basta. E se sei iraniano e se non sei cieco o sordo devi per forza reagire contro ciò che ti circonda con quella tua identità. L’attivismo per me funziona quando c’è una base, c’è una struttura che sta funzionando e tu attivo cerchi di curarla, sistemarla, criticarla ecc. Io invece non so cosa dire e che cosa fare nei confronto di un regime che ammazza 1500 persone in una settimana. Malgrado tutto, essendo un artista sono comunque libero di fare di più e di denunciare di più. Sarò così capace di reagire nel modo più personale, lontano dal mondo politico iraniano, diverso rispetto a ciò che si aspetta la società in cui sto vivendo ora. Di attivisti ce ne sono tanti, ma io preferisco usare il linguaggio dell’arte che è quello che conosco meglio. Nel mondo dell’attivismo politico (nel contesto e nel senso iraniano) non ho niente da aggiungere a quello che è stato fatto in 43 anni dopo la rivoluzione islamica in Iran.
Riguardo alla questione del “mezzo esiliato” se inizio a parlare non finisco più e temo di non riuscire a trasmettere ciò che voglio dire, quindi preferisco rimandare alla postfazione del libro in cui ho provato a spiegarlo. Anche se dopo l’ultima fase delle proteste in Iran molto è cambiato anche per me.

La censura come strumento di potere e controllo ha avuto effetti devastanti nel tuo Paese. Quali sono stati gli effetti del “proibito” su di te?

Molte volte ho sentito affermazioni tipo “i limiti aumentano il livello di creatività”, dette anche da alcuni artisti e da scrittori che hanno vissuto la censura. Per me è sbagliato associare la censura a quel meccanismo ben diverso per cui chi cerca di aggirare i limiti riesce magari a creare qualcosa di innovativo. La censura ti entra nel sangue, sempre di più. Nel mio caso e nella mia vita in Iran non ho vissuto nemmeno un giorno in cui mi sia sentito libero di esprimermi. So bene che cosa fa la censura, perché ho vissuto in mezzo a contraddizioni soffocanti. Leggendo la mia storia uno può dire “che bello”, perché ci sono degli episodi che riguardano la scoperta di materiali proibiti, che diventavano fonte di ispirazione. Ma è bello e divertente solo dentro la storia, da lontano. È come quando qualcuno dice “ma che vita avventurosa… quante storie…”, ma che ne sa se io desideravo piuttosto vivere un’infanzia meno avventurosa, ma più sana e tranquilla? La censura quando regna su un paese ormai da cento anni non è solo un elemento da studiare e da interpretare. Dentro quella censura sistematica i talenti muoiono già prima della nascita. La censura non ti lascia fare Letteratura. E dalla censura non nasce nemmeno la vera arte, secondo me, ci sono poche rare eccezioni. È una malattia non così curabile la censura. E quando prende in mano tutto il potere e tutte le risorse che potevano essere al tuo servizio, se accetti le regole, tu stesso diventi figlio di quel sistema. Quando ero in Iran ed esponevo nei luoghi underground (poche volte nelle gallerie con i disegni meno inquietanti secondo le regole) facevo disegni molto più arrabbiati perché sentivo la necessità di essere contro il sistema, ma ero così solo che non avrei potuto continuare su quella strada, sarebbe stato impossibile lavorare disegnando. Oggi io ho pubblicato un fumetto, e sono certo che c’è gente in Iran con grande talento che potrebbe fare lo stesso. Ma dove sono questi disegnatori che raccontano? Il sistema ha seppellito la gran parte di loro che avevano vissuto in un altro luogo facendo cose grandi e di cui oggi non sa niente nessuno. Non parlo solo del passato, parlo di oggi, di quel che succede ancora oggi. Gli artisti che rimangono o smettono di lavorare o devono accettare le regole del regime che ti censura; oppure devono partire e lontano dal proprio paese rischiare di perdere tutti i materiali d’ispirazione più naturale. Non dico che è impossibile inventare un metodo nuovo contro la censura, ma secondo me arriva un giorno in cui non ce la fai più. La censura ti mangia piano piano.
Io stesso dopo 10 anni che vivo in Italia continuo ad autocensurarmi, e conosco molti prima di me così feriti dalla censura da non riuscire a lavorare nella libertà offerta a loro fuori dall’Iran.

Torniamo al tuo rapporto con la città: cosa ti piace di più di Bologna e perché hai scelto di restare qui?

Nel mio fumetto ho spiegato perché mi piaceva l’Italia, ma Bologna prima di tutto l’abbiamo scelta sapendo della qualità dell’Accademia di Belle Arti e del suo corso di fumetto e illustrazione. Io volevo studiare pittura e mi piaceva l’idea di vivere un po’ gli spazi espositivi dentro cui si espone il disegno proprio nel suo senso più originale.
Poi conoscevamo anche la Bologna Children’s book Fair che in Iran era molto importante nei circoli di illustratori che frequentavamo. Per quello che avevamo capito chiedendo alle persone e cercando sui social, Bologna era una città piccola e tranquilla dentro cui si nascondevano un sacco di attività artistiche culturali che desideravo.
Poi vivendola mi ha sempre più convinto.
Faccio esempi un po’ banali: a me interessa il cinema, c’è il cinema più bello del mondo in Piazza Maggiore! Una cosa che mi dà una soddisfazione da non poter raccontare. L’architettura della città mi piace, mi copre, mi accoglie, mi tranquillizza, mi da un po’ il senso di stare a casa. Un po’ come la coperta del fumetto? Forse sì. Faccio molto spesso passeggiate da solo nei luoghi, vicoli, piazze e negli angoli più nascosti proprio nei momenti in cui sono giù e la città continua a tenermi su. Mi piace molto questa atmosfera multiculturale in cui trovi persone da tutto il mondo e contemporaneamente e miracolosamente vivi in un’atmosfera tutta bolognese con i suoi gusti, sapori, tradizioni e atteggiamenti particolari.

Ci saluti con un tuo disegno ispirato o che rappresenta Bologna?