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Musica per grammofoni e 78 giri: Matteo Scaioli racconta La Maquina Parlante

Written by Davide Fabbri ed Elisa Gandini il 11 September 2023

Dopo la sospensione delle attività causata dall’alluvione dello scorso maggio in Emilia-Romagna, dal 14 al 17 settembre 2023 torna IpercorpoXIX Festival Internazionale delle Arti dal Vivo negli spazi rinnovati di EXATR e all’Arena Forlivese.

Il tema è ancora InPresenza, ovvero la necessità di insistere più che mai su un rapporto diretto e non mediato fra il pubblico, gli artisti e le opere.

Oltre al teatro e alla danza, torna anche la sezione dedicata alla musica, curata da Davide Fabbri ed Elisa Gandini, che proporrà i lavori di alcuni musicisti eclettici e visionari. Tra questi La Màquina Parlante di Matteo Scaioli (il 15 settembre), sofisticata performance del polistrumentista e compositore ravennate che, utilizzando diversi strumenti – da due maestosi grammofoni a manovella di inizio ‘900 alla tecnologia più avanzata –, trasporta l’ascoltatore in un magico, potente viaggio musicale.

Per l’occasione, abbiamo il piacere di ospitare una conversazione tra i curatori della sezione e lo stesso Scaioli che scava nella sua ricerca musicale.

 

C'è una definizione che abbiamo fatto nostra, lavorando sull’ascolto, in questi anni. Esiste anche per te un/il “suono in quanto tale” e se sì, in cosa consiste?


Per me il suono non ha una definizione. C’è un suono che cresce durante tutta la tua vita, cambia con gli anni e la ricerca che fai. Ricordo che 2002 comprai un doppio CD di Debussy e lo misi in macchina per ascoltarlo (era un periodo in cui mi occupavo molto di musica elettronica, con il mio gruppo dei Percussioni Voyager) e non riuscivo ad ascoltarlo. Lo sentivo dissonante e troppo pesante, richiedeva attenzione all’ascolto, cosicchè lo tolsi dalla macchina. Ora sono tre anni che in macchina ascolto in prevalenza Debussy e Ravel, insieme a Stravinskij. In questo momento della mia vita, ho bisogno di sentire musica complessa con un determinato suono, che mi faccia pensare, immaginare e stare bene; faccio veramente fatica ad ascoltare musica elettronica perché ho bisogno di un suono vibrante, che mi scuota dentro, ed il progetto della Maquina Parlante oltre all’ultimo mio progetto Harmograph, mi hanno riportato a questa vibrazione. Ecco, penso che il suono cambi in base alla tua esperienza ed a quello che ti succede nel percorso della vita. Io tuttora cerco e cavalco il mio suono.

Dopo l’avvicendarsi di generi e stili che hanno caratterizzato il corso dei decenni nella storia recente della musica, pare anche a te di vivere gran parte del tempo dentro ad un presente continuo di influenze concomitanti ed irrisolte? In questo senso come collochi, o semplicemente ti immagini, il futuro in ambito musicale?

Trovo un gran calderone infernale di nuovi generi e nuovi artisti improvvisati, che alla fine cercano in primis il successo e la fama (cosa che pure io ho cercato, essendo un artista e con la voglia di arrivare). Noto un importante bombardamento di social e programmi televisivi in cui tutti hanno bisogno di farsi vedere e di farsi dire: “Bravo! Sei Un Grande, fai della musica che spacca!”. Tutto questo porta a creare musica non perché si abbia veramente qualcosa da dire, ma perché molti ragazzi pensano: “Bene, se canta lui o suona lui, lo posso fare anch’io”. Dunque non perché senti qualcosa dentro, ma perché adesso devi apparire, avere followers, imitare, copiare e la musica va in secondo piano, diventando quasi inutile, fatta e rimescolata pesando di avere creato il nuovo genere che, nella maggior parte dei casi, finirà con il risultare ridondante. Personalmente, in tutto questo, mi sento fortunato perché non sono collocabile (a volte è un bene e a volte un male) e il futuro davanti a me è come è sempre stato: di ricerca, innovazione, studio, passione ed amore per la musica.

Una esperienza di musica dal vivo che ha segnato un prima e un dopo nel tuo percorso di performer…

La mia più grande esperienza fu il concerto della London Simphony Orchestra, diretto da Pierre Boulez. In programma, la Sagra della Primavera di Igor Stravinskij, al Ravenna Festival nel lontano 1993. Ero in platea, terza fila davanti a me Boulez: parte la Sagra della Primavera. Il suono potente della London Simphony mi penetrava talmente dentro che pensavo mi venisse un infarto per l’emozione. Era la prima volta che sentivo dal vivo un’orchestra sinfonica. Da quel giorno, Igor Stravinskij fa parte di me come uno della mia famiglia.

Escludendo il tuo lavoro personale, quali ascolti e quali progetti musicali ti appassionano nel panorama attuale della musica riprodotta? 

In questo periodo della mia vita, non riesco a trovare artisti che mi appassionino. C’è veramente tanta saturazione. Trovo che nella musica diciamo “vecchia” ci sia ancora così tanto da ascoltare, che sono ancora lì ad ascoltarla e non mi basterà questa vita.

Come hai scelto la strumentazione giusta per esprimerti in questo progetto? Che caratteristiche ha?

Il progetto della Maquina Parlante nasce da un lavoro creato per Ravenna Festival nel 2014, in cui usavo quattro grammofoni e graffiavo i dischi in bachelite, li spaccavo per poi rincollarli al fine di riprodurre suoni ritmici ed effetti incredibili. Un giorno, in studio, ho avuto una visione: mi sono visto come Doctor Who in un’altra dimensione e mi sono detto: “Ma perché non provo a mixare questa musica così vecchia e così calda nella sua purezza?”… E così sono partiti anni di ricerca di dischi in bachelite a 78 giri, provenienti da tutte le parti del mondo, e di grammofoni e puntine per avere un suono di alto livello. Posso veramente dire di avere creato un progetto unico al mondo.

Michel Houellebecq in una intervista usa questa frase a proposito dei poeti, ma qui possiamo prenderci la libertà di declinarla in ambito più ampio: “L’artista è un parassita necessario”. Ti va di commentarla?

A me la parola “artista” non è mai piaciuta. Siamo tutti artisti di noi stessi. Abbiamo bisogno di fare vedere quello che sappiamo fare, di ricevere dal pubblico un feedback, ma soprattutto di misurarci con noi stessi. Salire su un palco è una cosa grande, è la consacrazione della tua arte e se ti trovi lì è perché vuoi trasmettere al pubblico che hai qualcosa da raccontare. Se sei bravo a raccontare quello che stai facendo, avrai la tua risposta con un applauso o un fischio, e potrai capire se sei necessario oppure no.

Suonerai in un festival come Ipercorpo che, oltre alla musica, indaga fortemente il mondo dell’azione e del visivo, performato o meno. Tu che rapporto hai con le immagini, in generale e nello specifico del tuo lavoro?

Per un periodo, ho avuto un rapporto con immagini proiettate nei miei concerti (avevo fatto un progetto insieme al mio amico chitarrista Adriano Ragni, che si chiamava proprio “Super8”). È seguito un momento in cui dipingevo e graffiavo pellicole Super8 ed usavo 2 proiettori. Mi è sempre piaciuta l’arte visiva e mi sarebbe piaciuto fare il regista cinematografico; ma attualmente non uso video, ecc. Penso che la Maquina Parlante porti in una dimensione in cui ogni singola persona del pubblico possa creare nella mente la propria immagine.

Sei nella scena da molto tempo, quindi ci stanno un paio di consigli: uno al te stesso di 10 anni fa e uno al futuro te…

Un consiglio che posso dare, parte da ciò che è successo a me. Da quando ho 17 anni ho seguito il mio istinto, il mio cammino, anno dopo anno. Non ho mai mollato un giorno, sono ancora sulla strada e voglio scoprirla passo dopo passo, senza trovare la fine.