Mattia Barro

Splendore: lo sfavillio di un corpo politico nella speranza di una clubbing renassaince.

quartiere Chinatown

Written by Federica Amoruso il 14 September 2021
Aggiornato il 20 September 2021

Foto di Carolina López Bohórquez

Mattia, che mi risponde dalle sue terre natie, l’ivreese, con quella cadenza a me così familiare che subito crea una sintonia, e subito mi gira in testa il suo “Al telefono mi fa perder le ore, splendore”. In realtà Mattia è puntuale, preciso, lucido e chiaro. Come un faro puntato che lancia luce verso il cielo, la sua musica ha sapore di avanguardia, è fluida come un balsamo e decostruita alla derridese ma senti subito che è stata fatta per far ballare. Splendore è un prodotto complesso e raffinato per palati attenti in cerca di una fusion di elementi perfettamente bilanciata.

«Ci sarà un renaissance della festa spontanea, inclusiva, che nasce per caso, in cui tutti sono i benvenuti.»

Ciao Mattia, Ciao Splendore, perché e come il nome, l’altro te, l’artista Splendore?

Ciao piacere! Semplicemente, Splendore è il cognome di mia madre, un omaggio a lei e alla famiglia che mi ha cresciuto. Era talmente bello e mi suonava così bene che non potevo lasciarlo lì, nascosto in un cassetto, dimenticato. Per quanto riguarda Splendore come identità artistica, beh, faccio musica da sempre in realtà. Faccio fatica a ricordare un momento della mia vita in cui non faccio quello, è stato così da sempre. Le prime canzoni che ho scritto le ho sul diario delle medie. Ho cominciato a cantare come rapper che avevo 13 anni e ho continuato per tutto il liceo, senza smettere mai. Sicuramente quegli anni penso siano stati fondamentali per la mia formazione, almeno per quanto riguarda la scrittura. Poi A 18 anni ho iniziato a metter dischi; mettevo elettronica, mio padre era dj, lavorava nel mondo delle discoteche, quindi l’elettronica è stata una costante nella mia vita.

Da quando e quanto ti trovi qui in quartiere?

In realtà sono qui da pochissimo, ma lo adoro. Pensa che stavo in una casa enorme, eppure ho scelto di andarmene e venire a stare qui. E appena arrivato in quartiere sono stato rapito dall’aria che si respira, mi sono sentito nel posto giusto al momento giusto. C’è un’aria particolare, un’atmosfera racchiusa e tranquilla ma piena di energia. Ed una delle prime cose bellissime che mi è successa qui, è stata quella di girare il video per la performance che mi hanno chiesto di fare per il Primavera Sound. Sono rimasto rinchiuso ore e ore all’interno della Fabbrica del Vapore con gente fighissima a fare questa cosa stupenda.

 

Già, vedo che hai performato il tuo pezzo. Per il primavera sound. Parlami un po’ di questo “rapimento” alla Fabbrica del Vapore per il video.

[Ride] Un rapimento stupendo. È andata così: Primavera Sound mi ha selezionato e mi ha richiesto dieci minuti di performance. Io credo fortemente che il mondo della musica live, sul digitale, debba andare oltre la riproposizione della formula live a cui siamo abituati che per forza di cose ha meno potenza online, senza pubblico. Che senso avrebbe?

Assolutamente d’accordo con te, è uno scimmiottare la realtà è triste e insensato… io sono allergica da morire allo streaming dei concerti. Un live che posso solo guardare da casa? Boh.

Esatto, non ha senso. Quindi ho deciso assieme alla mia squadra di persone di creare qualcosa ad hoc: si trattava anche di un’ottima occasione da sfruttare per poter sperimentare, liberi dai dettami della performance live. Del resto se c’era qualcosa da imparare in questa pandemia per quanto riguarda la musica, era proprio questo, che il digitale va maneggiato in modo diverso rispetto all’esperienza di un live come ovvio. Abbiamo tirato su una squadra di amici (Alice bulloni, Elasi, Plastica, Erica Meucci del collettivo Laagam, Francesco Tani e Gianmarco Onofri) e ci siamo rinchiusi non-stop per due giorni per creare un’esperienza visiva profonda e densa, a supporto della musica. Qualcosa di unico.

Beh, menomale, pensa che l’altro giorno ero in un bar e ho visto di fila due video di due artiste italiane veramente famose (di cui non dirò il nome) che erano praticamente identici, stessi colori, stesso studio. Mi sono chiesta se non li avessero girati assieme…

Esatto, proprio così. Io invece mi innamoro delle cose che vedo e mi piacciono, non me ne frega di questi paletti da music Industry. Pensa che Tani, Francesco, che ha collaborato agli artwork dell’EP OMG, am I really feeling these feelings I’m feeling right now?, è un ragazzo giovanissimo, una specie di mini genio ed è nato tutto semplicemente perché ho visto i suoi lavori online e ho iniziato a seguirlo. L’ho osservato nel tempo, i suoi lavori mi sono piaciuti sempre più finché non gli ho scritto ed abbiamo iniziato a collaborare. Ci siamo ritrovati a immaginare e creare per ore senza limiti e soprattutto sperimentando, non come in quei video costosissimi che finiscono per essere appunto tutti uguali. Da veri maestri dell’accrocchio, con poco siamo riusciti a tirare fuori delle figate, e spesso le cose nate così hanno anche un valore artistico aggiunto, arrivano oltre perché inventandoti da te il modo di superare l’ostacolo, crei qualcosa di irripetibile.

E cosa ne pensi del clubbing oggi?

Ivreatronic, che è il collettivo di cui faccio parte assieme a cosmo, ha anche una forte matrice che definirei politica. Tutto è politico e noi in particolare nasciamo pur sempre come una festa sotterranea e clandestina. In questo momento storico il clubbing che conoscevamo è morto, ma forse è giusto così? Forse quel tipo di clubbing era esso stesso il problema? Ci sarà una renaissance della festa spontanea, inclusiva, che nasce per caso, in cui tutti sono i benvenuti. Quella di Ivreatronic è una politica di riappropriazione di spazi pubblici, ma anche del corpo e dello spazio fisico personale. Abbiamo delle idee molto chiare su come musica, arte e festa possano essere momenti catartici per il pubblico, nonostante l’aria cupa e asfissiante che ci circonda.

La tua identità di artista bi- e pan- sessuale ti caratterizza in modo significativo nella narrazione di Splendore, ti fa piacere questa etichetta o è un peso?

Per me è un enorme motivo d’orgoglio, non è una notizia che è trapelata o riportata contro il mio volere: sono stato io a parlarne e ad esigere che se ne parlasse. Pensaci un attimo: pensa agli artisti pop della storia in classifica, quanti hanno fatto un qualsiasi tipo di coming out? Si contano forse su una mano, o meno. In Italia essere bisessuale è ancora un concetto lontano, fumoso, inesatto, si pensa che tu sia indeciso, che tu non sappia cosa voglia davvero. La situazione è decisamente migliore nelle realtà lontane dal mainstream, dove la pressione economica non è così forte, ma c’è poca consapevolezza, in generale. Insomma, rimane un atto politico importante e necessario. Quella che ho provato è stata una vera e propria urgenza, intima e profonda. Ma anche una liberazione. Ho fatto coming out perché sentivo la responsabilità di doverlo fare, perché ho pensato potesse essere utile come è stato utile per me vederne altri in passato. Un gesto come questo ispira le persone attorno a te e salva dalla solitudine.