Spazio META

La start up che affronta la materia come risorsa circolare.

quartiere Dergano

Written by Annika Pettini il 1 September 2021
Aggiornato il 7 September 2021

© META, Photo: Delfino Sisto Legnani.

Quando si è immersi nel cambiamento, può risultare difficile scorgerne le forme, i baluardi.
Ecco perché siamo andati a intervistare le ragazze del nuovo progetto che ha inaugurato nel quartiere Dergano: sono Margherita, Martina e Benedetta e hanno una storia tutta nuova da raccontare, spazio META, dedicato alla ricostruzione dell’identità della materia, mantenendola in vita e con nuove possibili identità. Un luogo dove poter entrare e cercare, trovare, scoprire – dedicato a scenografi, artisti, creativi, studenti, curiosi, chiunque abbia bisogno di nuove forme da plasmare e con cui dialogare. Detto in parole povere: un posto in cui potete acquistare al peso o al pezzo (a seconda della tipologia) materiali di varia natura, provenienti dal mondo veloce e camaleontico degli allestimenti e degli eventi (tessuti, legno, plexiglass, metalli,…).
Spazio Meta è una start up che si fonda su un approccio consapevole ai materiali e ai loro possibili utilizzi, ponendosi come filtro che precede i meccanismi di smaltimento e con la volontà di creare un’alternativa allo spreco. Nuovi bisogni, nuove risposte.
Per conoscerle potete trovarle nel loro spazio in via Don Minzoni 9 o da BASE in occasione di WE WILL DESIGN durante la designweek!

“la necessità di rapportarsi ai materiali come a una risorsa che non può essere considerata semplicemente in base al suo impiego temporaneo.”

 

Come tutti siamo golosi di storie: chi siete e da che percorso arrivate?

Margherita: Io e Martina ci siamo conosciute alla NABA, al corso di scenografia. Poi entrambe abbiamo iniziato a lavorare come scenografe e Martina si è trasferita a Parigi, dove ha incentrato la sua ricerca sul riutilizzo di materiali e di strutture leggere smontabili. Io ho fatto diverse esperienze, prima all’estero e poi a Milano, come props master e scenografa soprattutto per set televisivi e fotografici ma anche per esposizioni. Con Benedetta invece ci siamo conosciute grazie ad amicizie comuni. Lavorando nell’arte, anche lei conosceva bene il mondo delle produzioni e le sue criticità. Ci ha seguite sin dall’inizio per quanto riguarda Bandi e Concorsi pubblici e con il suo aiuto ne abbiamo vinto uno. Da qualche mese è diventata parte integrante del progetto e ne siamo felicissime. Gestire tutto in due può essere complesso. Per tornare a META, dopo esserci scontrate con un muro di interpretazioni sfocate rispetto alla normativa sui rifiuti, per definirne la struttura abbiamo cercato consiglio legale e fiscale, non avendo metri di paragone cui far riferimento, in mancanza di progetti esistenti simili al nostro. È stato un percorso sentito e sudato, a tratti tragicomico, ma oggi siamo molto grate dell’energia e della determinazione che abbiamo saputo avere nel raccontare la necessità di un progetto come META.

Avete aperto un progetto assolutamente nuovissimo, che in Italia non esisteva. Ci raccontate che cosa è META e come è arrivato nelle vostre (e attraverso di voi nelle nostre) vite?

Benedetta: META nasce da una vera e propria esigenza. Lavorando tutte e tre in ambito artistico, tra set ed esposizioni, siamo entrate in contatto con quantitativi enormi di materiale che, terminato il suo utilizzo, viene normalmente smaltito. Da qui la necessità di rapportarsi ai materiali come a una risorsa che non può essere considerata semplicemente in base al suo impiego temporaneo. Spesso si lavora per mesi a un progetto che poi si risolve nell’arco di una giornata, di un’ora o, nella migliore delle ipotesi, qualche settimana. I più fortunati, siano essi musei, teatri o case di moda, hanno a disposizione dei magazzini in cui stoccare i propri materiali con l’idea di poterli riutilizzare in futuro. Di norma, però, sappiamo che questo non succede e, se succede, non è comunque sufficiente a invertire il meccanismo. È uno strano meccanismo quello della costruzione e distruzione degli allestimenti e un’alternativa andava trovata. A Parigi Martina si riforniva in un grande centro nel quale trovava materiali ed elementi usati provenienti da set e allestimenti. Frequentare quello spazio l’ha portata a pensare ad un progetto per Milano, basandosi su un esempio già esistente che poteva essere reinventato e trasformato in altro.

 

Avete trovato uno spazio bellissimo a Dergano ma so che la ricerca è stata lunga e faticosa. Cosa vi ha portate a dire - questo è il posto giusto?- Cosa vedete nel quartiere intorno a voi?

Martina: Quando ci siamo aggiudicate un contributo del Comune grazie al bando FabriQ, incentrato su progetti di utilità sociale nel nord della città, abbiamo ulteriormente ristretto la ricerca di un capannone in questi quartieri. Così abbiamo cominciato a guardarci in giro e, ad un certo punto, vagando per le vie di Dergano e Bovisa alla ricerca cortili e spazi industriali, è stato chiaro che la zona era perfetta. L’insediamento in Via Don Minzoni non è stato semplice date le incongruenze tra tipologia di spazi esistenti e la definizione di un nuovo tipo di attività, che non si rispecchia nelle categorie di commercio attuali. Oltretutto gli ex spazi industriali come il nostro magazzino, spesso sono abbandonati da diversi anni e parecchio malmessi, quindi necessitano di interventi di grossa portata che non potevamo permetterci. A Milano si vive una grossa contraddizione, perché il centro si è espanso ormai fino a raggiungere le zone più periferiche, quindi queste ex fabbriche che un tempo si trovavano fuori città, ora si ritrovano in posizioni centrali e non idonee alla loro destinazione d’uso. E, dato che non è per nulla semplice adattarle ad un nuovo utilizzo, spesso vengono demolite o lasciate in disuso, e tutto si complica (anche dal punto di vista economico) se sei una start up. 

Contemporaneamente questo percorso ci ha permesso di approfondire il funzionamento di META e di comprendere quale fosse la struttura più adatta per costruire il nostro business. Dergano e Bovisa sono quartieri in piena espansione e siamo circondate da piccole realtà artigiane e nuove attività produttive con le quali è utile aprire un dialogo.

C’è una cosa che mi piacerebbe molto sentirvi raccontare: la vostra visione di materia e del ciclo di reinserimento di cui parlate. Questo concetto che le cose non hanno per forza una fine, ma che possono continuare il loro cammino mutando e adattandosi.
 Quindi, che cosa possiamo trovare da META?

Martina: Ogni materiale ha una propria esistenza che va ben al di là dell’uso che ne facciamo, soprattutto in ambito espositivo. Se si ha un approccio volto al riutilizzo, le opportunità di reinserimento dei materiali nel ciclo di consumo sono molte e possono essere realizzate utilizzando una serie di accorgimenti in fase di progettazione e allestimento. Per esempio rendendo un elemento modulabile, oppure passando attraverso un intervento di lavorazione e di riparazione in vista di un suo utilizzo futuro. In quest’ottica è necessario selezionare, valutare e scegliere un certo materiale, tenendo a mente le varie possibilità di riuso che potrebbe avere. META è al tempo stesso un mediatore ma anche un contenitore. Durante i nostri sopralluoghi, vogliamo selezionare quanto di più vario e inusuale troviamo, rivedendo al tempo stesso forme e schemi. Esiste inoltre un fattore random a cui teniamo moltissimo: non abbiamo un catalogo online, né conosciamo in anticipo quali tipologie di materiali avremo a disposizione nel tempo. Avere sempre elementi e materiali diversi ci permetterà di declinare il contenuto del nostro magazzino anche a seconda della comunità che ruota attorno al progetto, sapendo riconoscere le tipologie di materiali di loro interesse.

Oggi da META si possono trovare quinte di legno, finto marmo, quintali di sabbia, plinti di diversa taglia, mensole specchiate, gomma piuma, tessuti leggerissimi o pesantissimi, plexiglas e vinile. Questo flusso si traduce in molteplici esempi di riutilizzo, esperimenti, ricerca di materiali innovativi nati da processi di riciclo, con l’obbiettivo di diminuire gli sprechi.

Ascoltandovi raccontare si percepiscono grandi riflessioni che hanno portato a scelte importanti. È una sensazione che provate anche voi? Cosa succede quando si vedono i pezzi di un sogno, di un ideale, prendere forma?

Margherita: Sì, è così. Tutto ciò che c’è oggi è frutto di innumerevoli riflessioni, confronti, consulenze e studi. Mettere in piedi una start up dal nulla con le proprie sole forze è un’impresa, certe volte mi guardo indietro e penso – wow, abbiamo fatto tutto noi! Bisogna tenere conto che arriviamo da mestieri creativi, quindi eravamo abituate a lavorare a progetto basandoci sulle nostre competenze artistiche. Avviare una start up vuol dire abituarsi a lavorare tutti i giorni a qualcosa che, nel nostro caso, ci ha messo tre anni a concretizzarsi, e non è semplice. Un po’ perché, banalmente, non c’è guadagno nella progettazione. Un po’ perché ti trovi a curare ogni singolo aspetto del progetto. Il che, nel nostro caso, si è tradotto nel prendere “lauree brevi” in diritto, marketing, comunicazione, grafica, imprenditoria, commercio, materie fiscali, etc.. Ovviamente scherzo, ma abbiamo dovuto studiare tantissimo! Ogni singola decisione il più delle volte riguarda argomenti di cui non sai nulla. E spetta solo a te. E poi anche perché è sempre un po’ vero che un progetto, finché non si materializza, in qualche modo non esiste. A volte succede anche che ti senti un po’ matto: parli per anni di qualcosa che gli altri non vedono e non capiscono fino in fondo. Adesso, finalmente, META esiste. Si è concretizzato, è diventato uno spazio fisico, un contenitore di materiali. Ok, non eravamo pazze. E la soddisfazione è tanta, soprattutto per la risposta del pubblico. Anche questo step non è stato facile da conquistare. Ora non si parla d’altro che di sostenibilità e recupero. Ma non scherzo se dico che tre anni fa siamo state anche un po’ prese in giro. Ci hanno detto “Non funzionerà mai!” “Sai che roba, volete vendere rottami”. Le cose sono cambiate davvero tanto, per fortuna, e in poco tempo. Riguardo questo aspetto però siamo state fortunate, non si può studiare il tempismo ☺

 

Fin qui siamo state serissime, ma sono sicura che vi stiate divertendo un sacco! Una delle cose più belle? Cosa c’è nei vostri prossimi mesi?

Benedetta: La prima cosa bella? Vedere che, dopo tanti mesi di fatiche e attese, oggi META inizia finalmente a prendere vita! Abitato dai primi materiali e da una comunità che piano piano ha iniziato a crescere, fatta di amici e persone che si legano a noi e frequentano il nostro spazio. Poi ci sono gli incontri inaspettati, gli attacchi di ridarella durante il corso online per la sicurezza, la soddisfazione di accorgersi che le nostre braccia di fanciulle riescono in realtà a spostare quello che a occhio sembrerebbe inamovibile e che togliere migliaia di graffette da chilometri di pelliccia morbidissima, può essere l’occupazione più zen al mondo. C’è l’orgoglio di voler continuare a prendere decisioni senza troppi compromessi, forti della volontà di raggiungere un obbiettivo comune. Ci sono le scarpe da lavoro con la punta rinforzata che dal vivo sono più belle di quanto ti aspetteresti, i sopralluoghi nei magazzini, il contatto con fornitori e clienti e le richieste di ritiro di materiali pazzi, che vorremmo tenere per noi. Ci sono le piante infestanti che trasformano il cortile in una selva e la visita “del gatto e la volpe” che ci propongono sistemi d’allarme con fumogeno incluso. C’è la prima newsletter da inviare, i vicini da conoscere e il momento in cui ti accorgi che quello che stiamo facendo è esattamente quello che vogliamo fare. META è tutto questo. E molte altre cose insieme. È il nostro progetto, oggi anche realtà, e non vediamo l’ora di vederlo crescere e trasformarsi, aprendo le porte a nuovi incontri e future collaborazioni.