Presenza ormai familiare al Piccolo Teatro di Milano, Caroline Guiela Nguyen torna per il terzo anno consecutivo dopo Fraternité e Saigon, portando in scena, dal 15 al 17 maggio al Teatro Strehler Valentina.
Alcuni dati e date.
Caroline Guiela Nguyen nasce nel 1981 a Poissy, da madre vietnamita e padre pied-noir sefardita dell’Algeria; ma è alla nonna materna, originaria di Pondicherry, che si deve ricondurre l’arrivo in Francia nel 1956, poco dopo la Battaglia di Dien Bien Phu. Che cosa significa nascere e crescere tra più culture? Che cosa implica parlare più lingue, e usarle, non solo come strumenti di comunicazione, ma come forme profonde di percezione del mondo?
Del suo legame con il teatro possiamo cogliere due momenti fondamentali: il 2009, quando fonda la Compagnie Les Hommes Approximatifs, e il 2023, anno in cui assume la direzione del Théâtre National de Strasbourg.
Le due storie, quella familiare e quella teatrale, sono strettamente connesse nell’artista e non è un caso che la drammaturgia di Nguyen si costruisca spesso intorno a saghe familiari attraversate da migrazioni, fratture storiche e continui slittamenti linguistici. Già questi elementi delineano il profilo di un’artista che fa della pluralità identitaria e della tensione tra intimo e storico il proprio terreno di ricerca.
Contro la trama.
C’è un aneddoto, legato a questo spettacolo, che mi è rimasto particolarmente in mente: la regista racconta di aver cercato interpreti romeni anche affiggendo annunci in una chiesa ortodossa. Immaginare la direttrice del TNS, in giro per Strasburgo ad appiccicare foglietti su pali della luce o bacheche delle chiese, conferma la forza della sua poetica che attinge dalla realtà ogni tratto possibile, ogni carattere, ogni sfumatura.
Valentina si concentra su una generazione migrante, costretta a ridefinire continuamente lingua e identità per potersi comprendere. Il dispositivo scenico, ormai cifra riconoscibile dell’artista, si fonda su una polifonia di voci e idiomi; ma qui il fulcro si sposta su una figura specifica: quella dell’interprete. Attraverso lo sguardo di una bambina romena di nove anni, Nguyen indaga il linguaggio come spazio di mediazione, ma anche di perdita, fraintendimento e traduzione impossibile. In questo intreccio di voci, lingue e memorie, Valentina sembra collocarsi come un ulteriore capitolo di una ricerca che fa della scena uno spazio di attraversamento: non solo rappresentazione del reale, ma luogo in cui le identità si negoziano, si traducono e, inevitabilmente, si smarriscono.
Stesso mood, altra arte.
La dimensione della saga familiare rimanda a una tradizione narrativa ampia, in cui la storia collettiva si sedimenta nelle vicende intime. Mi viene naturale pensare a L’arte della gioia di Goliarda Sapienza o al ciclo de L’amica geniale di Elena Ferrante, dove la stratificazione sociale e politica passa attraverso genealogie affettive. Per la questione linguistica e dell’intraducibilità, viene quasi immediato l’accostamento con il film Lost in Translation di Sofia Coppola, dove l’incomprensione linguistica diventa condizione esistenziale. Sul versante musicale, più che una corrispondenza, è una suggestione a colpirmi, che coinvolge artisti e gruppi che usano più lingue, come i Selton, i cui album sono un mix di brasiliano, inglese, italiano e spagnolo o dall’altro lato Arooj Aftab, compositrice e cantante, di origine pakistana che nella sua musica intreccia melodie tradizionali a richiami dal jazz e dal minimalismo definendo in questa commistione una propria identità.
Scritto da Francesca Rigato