In Dove brucia la luce, la bi-personale di Matteo Capriotti e Francesca Mirabile da NP ArtLab a Milano, l’amore non viene raccontato come una scena, ma come qualcosa che attraversa i corpi e lascia una scia. È un sentimento che non si lascia afferrare del tutto: brucia, consuma, illumina a intermittenza.
Nei dipinti di Capriotti le figure -abbracci, corpi vicini, presenze amate o trattenute dalla memoria- non cercano mai la posa. Affiorano appena, poi la luce le mangia, le espone, le rende fragili e insieme ostinate. La dolcezza, qui, non è mai comoda: ha una tensione nervosa, quasi elettrica. Non consola, brucia.
Francesca Mirabile apre invece un altro fronte, più materico e tellurico. Il riferimento a Katia e Maurice Krafft, vulcanologi e amanti dell’abisso, porta l’amore fuori dalla stanza intima e lo spinge verso il rischio, la dedizione, la possibilità di essere consumati da ciò che si ama. Le sue opere sembrano trattenere frammenti di una forza esplosiva, come se la memoria potesse diventare oggetto, reliquia, superficie da proteggere e insieme da esporre.
È nel dialogo tra questi due movimenti che la mostra trova la sua intensità: Capriotti lavora sull’alone affettivo, su ciò che resta addosso dopo un abbraccio; Mirabile guarda invece al punto in cui la passione diventa destino, attrazione verso il fuoco. Uno sembra dipingere il ricordo mentre svanisce, l’altra cristallizzare l’istante prima dell’eruzione.
La mostra non illustra l’amore: lo lascia accadere come temperatura. E dentro questa luce che brucia, Capriotti e Mirabile costruiscono un paesaggio emotivo in cui la memoria non è nostalgia, ma una forma precisa di resistenza.
Scritto da Sofia Giacomelli