Sono nato alla fine degli anni ottanta e come buona parte dei miei coetanei che hanno voluto approfondire nuovi suoni con la testa immerse in riviste di settore, sono cresciuto con il mito che la musica, quella vera, iconica, portatrice di messaggi, rivoluzione e salvezza, si fosse in qualche modo fermata con le ultime due ondate sonore realmente degne di nota: il britpop e il grunge. E se pensiamo a tutto ciò che è arrivato dopo è in parte vero, vuoi per l’offerta sempre più ampia e la domanda sempre più frammentata, vuoi anche per il cambiamento delle logiche di ascolto o, più in generale, della fruizione musicale. Parlando più strettamente del panorama musicale italiano “impegnato”, dopo l’epoca dei grandi cantautori forse solo l’hip-hop ha avuto il coraggio di scrivere nuove storie, intrise di messaggi sociali: come non citare i Sangue Misto o i 99 Posse, anche in chiave più militante. Per il resto, direi bellissime parentesi indipendenti, nella maggior parte dei casi assorbite dai mondi mainstream o finite nel dimenticatoio.
Poi accade che, nella seconda parte degli anni Duemila, in una mattina qualunque di marzo, sei seduto in treno con destinazione “lavoro che non ti piace” e ti trovi ad ascoltare in cuffia, il nuovo disco degli Ex-Otago: Marassi. Gli Ex-Otago, sì, quelli di Giorni Vacanzieri, quelli in cui il leader un po’ hipster del gruppo si cimentava in una cover quasi improbabile e dai toni un po’ indie di Rhythm Of The Night, impreziosita dalla presenza di quel genio del Pernazza, vecchia anima rap degli Ex-Otago, nel disco Mezze Stagioni.
Il treno è affollato, come ogni mattina, e la testa è piena di pensieri. Dopodiché premi play e la voce di quel frontman che, forse per snobismo, ti sembrava un po’ poser e che poi scoprirai essere un personaggio incredibile: contadino in Val Borbera, una località montana al confine tra Piemonte e Liguria dove il nostro ha avviato un’azienda agricola coraggiosissima, camminatore e, all’occorrenza, ciclista, scrittore di libri e mappe geografiche, che ti dice:
Se i giovani d’oggi valgono poco
Gli anziani cosa ci hanno lasciato?
E poi ancora:
Lasciateci sbagliare seguendo le nostre visioni
E scoprirete che abbiamo qualcosa, qualcosa da urlare…
In quel momento capisci subito di trovarti di fronte a un disco pronto a raccontare senza filtri la condizione della tua generazione, un disco che parla di te, direttamente, alla tua parte forse più recondita e, a tratti, difficile da intercettare. La scrittura di Maurizio Carucci, in brani come La Nostra Pelle (che nella versione deluxe del disco è impreziosita dalle rime di Willie Peyote, che proprio nell’anno di Marassi si faceva strada con il bellissimo Educazione Sabauda), passa dalla dimensione sociale e dall’attualità a quella più interiore, e tutto rimane in linea con lo schema di racconto che lui e la sua band hanno voluto regalarci:
Anche se una soluzione non ce l’hai, tu non tradirti mai.
Io, tu, noi, tutti come quel grande album di Lucio Battisti, finalmente al centro del racconto. Noi, defilati, sdraiati (così come apostrofati da Michele Serra in uno dei suoi romanzi), perennemente fuori posto, siamo finalmente i reali protagonisti del nostro tempo. Noi che, anche da un treno anonimo che porta dalla periferia alla produttiva città, siamo parte di qualcos’altro rispetto a quanto ci viene raccontato ripetutamente. Noi, a cui viene detto che abbiamo tutto e che non abbiamo forse un bel niente.
Marassi non è un disco politico, ma si fa fatica a non considerarlo tra i più generazionali e significativi mai prodotti in Italia; un album che ancora oggi, all’ascolto, con i suoi messaggi schietti, lascia addosso qualcosa di importante, su tutto quella sensazione di non essere stati e di non essere tutt’oggi anonimi, quella grande paura che spinge sempre più persone a rifugiarsi nel calderone delle molteplici identità digitali che ha a disposizione. E’ anche un disco fisico fatto di salsedine, di piedi nudi sulla sabbia rovente della riviera ligure (Mare, ho voglia di mare…), di scorci in cui il blu del cielo e del mare si confondono e di complessi popolari della Genova degli anni Settanta, di storie d’amore mature e puerili allo stesso tempo:
Quando sono con te sento dentro di me un frastuono, una musica, che non so da dove viene, forse non ha un nome, ma mi accarezza e mi invade…
Marassi è lo stadio Luigi Ferraris, uno dei simboli di Genova, la casa di Genoa e Sampdoria, punti cardinali di un calcio di città non globalizzato e ancora, sotto certi aspetti, puro; il suo terreno di gioco è stato infatti preso in prestito dagli Otaghi (per buona parte genoani) per il videoclip de Gli Occhi Della Luna, impreziosito dalla presenza di Jake La Furia, uno che di quartieri popolari e di narrazione sociale ne sa più che qualcosa.
Ci vuole molto coraggio, ad avere coraggio…
Così recita uno degli altri brani di questo preziosissimo album. Ci vuole coraggio a rispettare una legge che, per chi fa musica, dovrebbe essere granitica: la legge della sincerità. Ci vuole coraggio a inserire tutti questi elementi in una cornice electro pop che invita a riflettere su ciò che non va e, allo stesso tempo, a ballarci sopra, magari con un drink in mano.
Giovedì 17 settembre, al Magnolia, dobbiamo impegnarci tutti, con quella sincerità che spetta anche ai fruitori di musica e non solo agli autori, a rendere omaggio a quest’opera e a quei ragazzi che l’hanno scritta e che sul palco, sempre con sincerità, daranno sicuramente l’anima.
Scritto da Marco Mascolo