mer 02.12 2015

American Gigolò

Dove

Armani Silos
Via Bergognone 40, 20144 Milano

Quando

mercoledì 02 dicembre 2015
H 19:45

Quanto

gratis su prenotazione

Contatti

prenotazioni: 02.91630010

L’eleganza non tramonta. Passano gli anni, le donne e gli uomini, ma quel distillato di bellezza e armonia resta lì. Puoi solo rimanerne abbagliato o, sempre ti sbaciucchi la fortuna, innamorartene. Poche lezioni lo insegnano meglio di American Gigolò, oro vischioso messo su pellicola da Paul Schrader nel 1980. Più che un film un best of, una compilation col meglio di, un coro di voci soliste di prim’ordine misteriosamente tenute insieme da Bach o Beethoven.

American_Gigolò

Per lasciarci il cuore basterebbe la prima chiacchierata del film. Con Richard Gere bello come il sole – tanto da non aver manco bisogno di prenderlo, il sole, nemmeno accanto alle signorine seminude che gli propongono di sdraiarsi con loro -, ebbene basterebbe la chiacchierata di Richard con Nina Van Pallandt, sua biondissima maitresse, con sullo sfondo le signorine seno-al-vento di cui sopra.

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Oppure la celebre sequenza degli addominali antigravitazionali con lezione di svedese incorporata. O, ancora, lo scambio con nudo integrale da storia del cinema fra Richard e Lauren Hutton, quintessenza della purezza femminea anni 80 che nemmeno i ripetuti «Fuck» qui e là poterono intaccare. E che dire del manifesto de I guerrieri della notte su una parete, o del disco dei Police che tappezza un negozio?

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Non che la colonna sonora firmata da Giorgio Moroder scherzi. Non sono canzoni – e lo dimostrano le 5 versioni di Call Me, una più bella dell’altra, che il compositore ladino cura con e per i Blondie -, ma un manifesto che oggi irradia quelli anche solo capaci di copiarlo bene (dai Daft Punk in giù). È tanto ispirato che sui titoli di coda, Giovanni Giorgio si permette un saluto a Wolfgang Amadeus Mozart.

E nessuno se ne lamenta. Anzi, gli spediscono un paio di nomination ai Golden Globe.

E poi gli abiti, grande Giove, gli abiti: oggi lo sanno pure i sassi, Richard Gere veste Giorgio Armani. Ma ai tempi la questione è epocale. Richard veste Armani per partnership e per scelta: sono numerose le sequenze in cui una giacca, una camicia o una cravatta rivendicano lo stile e l’identità del protagonista, più che una azzeccata mossa di marketing. La giacca a tracolla, gli abbinamenti sul letto, il completo blu per l’incontro funesto col senatore, o più smaccatamente l’inizio del film in una boutique. Se Moroder compose un manifesto sonoro, Armani ne tratteggiò l’omologo per il maschio dei successivi 30 anni.

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Ecco, basterebbero un paio di questi elementi per innamorarsi del film. Se non fosse che il film, anche tecnicamente, abbaglia chiunque abbia retine funzionanti. Sceneggiatura da slow burn ma senza le esasperazioni da thriller caciaroni oggi in voga, una Los Angeles marcescente e a un tempo sexy da far paura, lo schifo e la meraviglia, la depravazione e il lusso, il tutto e il niente. L’amore.

American-Gigolo

A proposito, grazie al capolavoro di Schrader, il buon Richard infranse parecchi tabù: in primis, la figura del belloccio in vendita emerse dagli oscuri recessi di Un uomo da marciapiede, laddove lo stile non regnava certo sovrano; in secondo luogo, ma cosa ancor più importante, per la prima volta un sex-symbol conquistò sia il pubblico maschile che quello femminile, e questo ancora grazie ai completi firmati dallo stilista di origini piacentine, perfetti nel donare all’attore un’eleganza fluida, un fascino mai visto prima: gli uomini bramavano di essere come lui, le donne bramavano lui direttamente e correvano a comprare una giacca Armani ai fidanzati.
In fondo cos’è American Gigolò se non questo: il ribadire fino alla fine la supremazia del sentimento assoluto su un mondo che ti crolla addosso. Passano gli anni, le donne e gli uomini, ma l’eleganza non tramonta. Puoi solo rimanerne abbagliato.

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Scritto da Marta Fossati ed Emilio Cozzi