Librosteria Baravaj & Balandran

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Librosteria Baravaj & Balandran Via Cesariano, 6
Milano

Orari

  • lunedi 09:30–22
  • martedi 09:30–22
  • mercoledi 09:30–22
  • giovedi 09:30–22
  • venerdi 09:30–00:30
  • sabato 09:30–00:30
  • domenica chiuso

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Scritto da La Redazione il 10 gennaio 2017
Aggiornato il 21 febbraio 2018

«Ricordo ancora quando sono nato, la mia pelle liscia e il profumo di nuovo. Me ne stavo immobile insieme ad altri miei simili, a pancia all’aria in attesa di essere consegnato al mio futuro. Passarono alcuni mesi prima di poterla vedere, e fu un vero e proprio evento pieno di famiglie, fotografi. Mia madre era giovane, bella e intelligente. Ricordo il viaggio verso casa sul sedile anteriore, il suono della città, le immagini sfuggenti del mondo esterno. Lei non disse nulla, ma intuivo la sua felicità e trepidazione. Ebbe sempre estrema cura di me: mi maneggiava con cura, mi proteggeva e mi teneva sempre sott’occhio. Passavamo intere notti insieme, in silenzio a guardarci. Alle volte mi sussurrava muovendo piano le labbra, mi sfiorava e accarezzava dolcemente. In casa avevo trovato un mio rifugio segreto dove andavo a nascondermi e mi sentivo al sicuro, ma mia madre sapeva sempre dove trovarmi. Quando mi passava accanto sorrideva.
Poi gli anni sono trascorsi e ci siamo allontanati. Siamo cresciuti e invecchiati entrambi e credo che lei non sentisse più il bisogno di me. Tentavo invano di catturare la sua attenzione, il suo sguardo.
Oggi si è avvicinata al mio nascondiglio e io ho sperato che mi guardasse o mi parlasse. Mi ha preso in braccio e mi ha portato a fare un giro. Ondeggiavo insieme ai suoi passi e percepivo la sua tristezza. Siamo entrati in questo negozio e ora eccomi qui, insieme a voi. Non più nel mio nascondiglio, ma in questa stanza luminosa e felice…»

Un dorso di flanella lacerata e scolorita comincia a parlare:

«Tu! Arrivato col canotto, lontano a tre tiri di pistola. Alt! O ti mando a picco! Osi spingerti fin qui, sei audace, scorti forse qualche galeone colmo d’oro? Se la curiosità ti divora, vieni da noi e te la pagheremo a colpi di moschetto!».

Prima che io possa replicare, una voce profonda, dall’accento francese risuona accanto a me:

«Non è sempre stato così. È qui da molto tempo e si è creato questa personalità piratesca, parla sempre di Malesia e Antille. Adesso vuole farsi chiamare Sandokan, tu assecondalo».
«Il mare m’inghiotta, se non ho conosciuta la voce che ci ha data questa bella nuova.»
«Sì, sì Emilio, sono io, Rousseau. Tutti loro mi prendono in giro perché dico sempre che “La pazienza è amara, ma il suo frutto è dolce”. Devi sentirti fortunato che non ti abbiano mandato al macero! Qui sarai al sicuro, ora fai parte di LIBROSTERIA e ciò significa che sei vecchio e acciaccato, ma hai un grande valore. »

Un dorso di pelle nera e usurata ricoperto di ragnatele prende parola. Il faretto a led che lo illumina si fulmina all’istante.

«L’angoscia dell’attesa mi aveva fatto ammalare, riducendomi in fin di vita.»
«Edgar per favore, non vogliamo spaventarlo. Lasciagli almeno il tempo di ambientarsi! Come vedi siamo in un caffè letterario, con un sacco di bella gente che passa o si ferma a fare colazione, all’aperitivo, ma soprattutto fa amicizia con noi, anche solo per un pomeriggio.»

Edgar si incupisce e copre le parole di Rousseau:

«Quando finalmente mi slegarono, e riuscii a sedermi, sentii che stavo per svenire. Tutto ciò che vediamo o sembriamo non è altro che un sogno in un sogno».
«Scusalo… sembra lugubre, ma quando lo conosci è un tenerone… solo che è da troppo tempo che aspetta.»

Un dorso dalla copertina nera elegante e colletto bianco, impolverato di rena rossa, comincia a parlare tremando:

«Una volta è entrato un bambino, “Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo, che prometteva di riuscire un fior di birbone».
«Giovanni è ancora traumatizzato perché due giorni fa un bambino lo ha fatto cadere dal ripiano e lo ha sgualcito e…»

Rousseau viene interrotto da un urlo proveniente da sopra:

«L’universo non avrà mai fine, perché proprio quando sembra che l’oscurità abbia distrutto ogni cosa, e appare davvero trascendente, i nuovi semi della luce rinascono dall’abisso. Mi domando se le stelle sono illuminate perché ognuno possa un giorno trovare la sua».
«Quello che il caro Philip K. Dick vuole dire urlando da sei scaffali più in alto, è che un giorno o l’altro qualcuno ti vedrà e ti prenderà con sé e così avrai di nuovo una famiglia… Perdonami, non ho chiesto come ti chiami.»

«Antoine de Saint-Exupéry, ma per gli amici “Il piccolo principe”.»

MASSIMO VIGNATI