Foto di Neil Fedorowycz

Scritto da Claudio Gervasoni il 6 settembre 2019

“Arrampicare è una forma di meditazione”: l’ha detto Tommy Caldwell, uno dei più grandi alpinisti e climber di oggi, e sono molti, tra i climber, a pensare che in fondo scalare sia meditazione in movimento. Quando li vedi in parete, e non hai mai provato a salire, pensi che sia tutta una questione di forza e potenza. Ma è così solo in parte, perché arrampicare è soprattutto armonia e fluidità del corpo e queste si raggiungono quando la mente è sgombra e totalmente immersa nello stato di flow. Raggiungerlo non è facile, soprattutto in un’attività che, bene o male, ha sempre a che fare con le risposte emotive. Oggi spopolano i corsi di yoga & climbing, nelle palestre indoor e nelle baite sperdute nei boschi, e molti climber hanno scoperto la meditazione come parte integrante della loro preparazione.

Non solo il fisico, ma anche la mente, e il controllo del respiro, possono aiutare a raggiungere la vetta. Nel meditare non c’è nulla di religioso o di ascetico, è un esercizio di attenzione e focalizzazione che migliora i processi cognitivi e aiuta a pensare meglio, più velocemente, e in modo più lucido. È la via maestra per vivere pienamente quel qui e ora così fondamentale nell’arrampicata: aver piena coscienza di sé, dei propri limiti, delle proprie capacità e degli orizzonti delle proprie aspirazioni è il primo passo per poter davvero raggiungere la vetta.