Addio Albero Fiorito: uno degli ultimi dei ruspanti

Il 28 luglio 2018 la storica trattoria friulana di via Pellizzone della famiglia Riet, dopo pranzo, ha chiuso. Per sempre.

Foto di Gianluca Pirotta @lievekuka

Scritto da Fabrizio Bellomo il 12 settembre 2018
Aggiornato il 14 settembre 2018

Ho sempre detto che me ne sarei andato da Milano quando L’Albero Fiorito avrebbe chiuso – e alla fine è andata davvero così.
Il 28 luglio 2018 la storica trattoria friulana di via Pellizzone della famiglia Riet, dopo pranzo, ha chiuso. Per sempre. Il 22 maggio 2018 ho riconsegnato le chiavi della mia mansarda milanese di via Malaga.
L’insofferenza dovuta ai cambiamenti epocali che Milano ha attraversato negli ultimi 15 anni era oramai divenuta insostenibile. Le trasformazioni urbanistico-architettoniche che sono andate ad allontanare – sempre di più – dalla città quel retaggio della vecchia Milano operaia anche dai quartieri un tempo “periferici” come Isola, il completo restyling di alcune vie come via Vigevano ma soprattutto la mancanza di risposte intellettuali a questi cambiamenti, in una vita culturale sempre più suddita e appiattita a gusti ed economie delle fabbriche di vestiti e di pneumatici: tutte queste cose, tutte insieme opprimevano – sempre più – il mio quotidiano meneghino.

L’Albero Fiorito era uno dei pochi posti dove mi rifugiavo dall’imperante patina che stava rivestendo tutta la città.

L’Albero Fiorito era uno dei pochi posti dove mi rifugiavo dall’imperante patina che stava rivestendo tutta la città (“…’ste anime che girano in paiette…”). Una zona franca per quei tanti che in quel vicolo cieco nei pressi di piazzale Susa venivano regolarmente – come fosse una casa. Una casa comune, nata da un flusso migratorio novecentesco che portò nel capoluogo lombardo anche i genitori del Gianni e della Pina: i fratelli friulani che fino allo scorso luglio hanno servito ed educato la fetta di umanità che ha scelto di accompagnarli. Quel sedersi sempre con sconosciuti diversi in base agli abbinamenti imposti dal Gianni, mi fa tornare alla mente una vecchia intervista in cui Adriano Sofri, dal carcere, racconta di come – durante l’ora d’aria – ogni volta che vedesse formarsi (alle partite di calcetto) dei gruppi troppo uniformi, intervenisse per ‘sparigliare’ il tutto: «…Se per esempio vedo che si formano squadre di soli albanesi faccio in modo di giocare con loro in squadra… o provo a convincerli a mischiarsi con gente di altri luoghi…». Così il Gianni educava la sua clientela al diverso: facendo sedere allo stesso tavolo studenti, intellettuali, stranieri, modelle, operai, disagiati, eroinomani e miliardari. E tutti probabilmente ne uscivano capendo qualcosa in più di se stessi: in relazione all’altro.

Il Gianni educava la sua clientela al diverso: facendo sedere allo stesso tavolo studenti, intellettuali, stranieri, modelle, operai, disagiati, eroinomani e miliardari.

«Puccia l’olio, puccia, puccia!, se no non ti porto la mousse al cioccolato» mi sono sentito esclamare più volte dalla Lina in virtù di un’educazione improntata al non sprecare qualcosa per cui altri avevano lavorato. Una sorta di “educazione umanistica per principianti” quali siamo tutti nei confronti dell’esperienza umana.
Polpette al sugo, uova strapazzate alla cipolla o all’ortica, risotto all’ortica, fegato alla veneta: tutti magistralmente cucinati e venduti fra i 2 e 50 e i 4 euro: anche a cena. 2 euro e 50. Nella stessa Milano dove mi è toccato alzarmi e andarmene disgustato da un locale di via Vigevano perché un piatto di pasta e ceci costava 18 euro. 18 euro per una pasta e ceci è un prezzo immorale. Non mi interessa quanto siano biologici e particolari i tuoi ceci, né quanto tu abbia speso per il rifacimento di pessimo gusto che ti ha permesso di omologare il tuo locale a tutti gli altri, nella medesima appiattita tendenza.

Il Gianni – come al Berghain – vietava a tutti di scattare fotografie nel suo locale.

Ma d’altronde quest’estate in quanti si saranno affannati a riempire le bacheche con quelle pornografiche modalità di esperire il cibo: fotografando e condividendo un bel piatto di spaghetti alle vongole veraci (il Gianni – come al Berghain – vietava a tutti di scattare fotografie nel suo locale, scelta che abbiamo volutamente rispettato). Quelle vongole che chiamiamo veraci sono in realtà un prodotto del Mare delle Filippine importato in Italia solo negli anni 80, perché più semplice e veloce da allevare della vongola nostrana – quindi lentamente, totalmente scomparsa dai nostri piatti. La rincorsa al guadagno ha fatto si che venisse soppiantata la coltivazione del prodotto autoctono, stravolgendo di fatto il sapore originario della pietanza.

L’Albero Fiorito era uno degli ultimi luoghi autenticamente veraci della città, non ve ne sarà mai più un altro uguale. “Uno degli ultimi dei ruspanti” è un altro appellativo consono per l’epitaffio dell’Albero Fiorito: ne “Il pollo ruspante” (episodio contenuto nel film corale Ro.Go.Pa.G.) un malinconico Ugo Tognazzi, alla domanda del figlio su cosa significhi ruspante, si impegna in modo commovente per spiegarglielo al meglio: «…dunque, il pollo ruspante vedi è… un pollo libero, che vive in campagna, un po’ disordinatamente, senza criterio… mangia quando può, dorme quando ne ha voglia… be’, ne sono rimasti pochi».

Da fine luglio, pochissimi.

Contenuto pubblicato su ZeroMilano - 2018-09-15