Al bar col metro di distanza: la situazione a Bologna

Scritto da Salvatore Papa il 4 marzo 2020
Aggiornato il 5 marzo 2020

Lo scorso fine settimana molti bar di Bologna erano affollati come sempre, alcuni anche di più. Con i locali chiusi e gli eventi annullati, in tanti si sono riversati negli unici luoghi di socializzazione consentiti, affogando nell’alcol le paranoie e la psicosi mediatica.
Enrico Scarzella di Bizarre quasi non ci credeva: «siamo rimasti piacevolmente colpiti dalla risposta dei clienti, sabato in particolare la gente era tantissima e sentendo alcuni colleghi – a differenza dei ristoranti – nei cocktail bar è andata benone».

L’atmosfera però era quella che precede un temporale. Il nuovo decreto ministeriale diffuso domenica sera, pur consentendo l’apertura a tutti gli esercizi commerciali, ha infatti introdotto il criterio precauzionale del metro di distanza tra una persona e l’altra. «Il nostro locale è molto piccolo – aggiunge Scarzella – ma riusciamo comunque a tenere gli stessi 12 posti e nel weekend utilizzeremo la finestrella per i nostri clienti abituali che vorranno venirci a trovare. Non ci abbattiamo facilmente.»

Ma la confusione sulla nuova ordinanza è tanta.

«Al momento – ci dice Davide Cobbe di Fermento – abbiamo levato gli sgabelli, non facciamo sedere le persone al banco e facciamo solo servizio al tavolo, cosa che di solito non succede. Essendo un locale piccolino molta gente siamo costretti a farla attendere, cosa che ha ovviamente delle ripercussioni. Detto questo, speriamo tutto si risolva comunque presto».

«Sulla nuova ordinanza – ci racconta però Stefano Vancore del Bar Modo – ho sentito varie interpretazioni, ma dal testo mi sembra chiaro che si tratta di lasciare la possibilità di essere a un metro di distanza, quindi di limitare l’affollamento. Ieri quando cominciava ad esserci troppa gente chiedevamo ai nuovi arrivati di aspettare fuori e alla fine tutti hanno collaborato. La settimana scorsa si è lavorato come al solito, ho notato solo la mancanza degli studenti più giovani, che probabilmente con l’università chiusa sono tornati a casa.»

C’è invece chi, come Ruggine, si affida ad alcune indicazioni scritte su carta e al buon senso della clientela: «Abbiamo affisso un cartello con le norme di comportamento da rispettare – ci scrive Riccardo Vastola – e faremo quanta più attenzione possibile. Noi vogliamo lavorare in modo coscienzioso come sempre, senza paranoie e rimanendo informati e informando. Con le dovute precauzioni abbiamo invitato tutti ad uscire e venire a trovarci e la nostra clientela per fortuna non ci ha abbandonati. La settimana scorsa abbiamo sì avuto una leggera flessione, ma nulla di grave. Premesso che le ripercussioni di un’attività commerciale che va male arrivano su fornitori e dipendenti, crediamo che un problema di salute pubblica debba essere affrontato con serietà, intelligenza ed equilibrio».

Ma c’è anche chi per motivi logistici si trova in grande difficoltà, come Edoardo Mazzilli di Nero: «Con un locale come il mio, con quattro stanze piccole, dovrei far entrare poco più di 6 persone alla volta. Se prima eravamo considerati come lavoratori di serie b, col nuovo decreto siamo diventati di serie c. Penso alle associazioni come la mia, che in questo modo faranno molta fatica a far rispettare l’ordinanza, cosa che ovviamente potrebbe portare alla chiusura. Detto questo, capisco che è impossibile far contenti tutti in una situazione di emergenza come questa, ma quello che fa più male è quella brutta sensazione di solitudine davanti a chi decide del nostro futuro senza mai interpellarci. Tra arpae, tessere, siae e controlli di qualunque tipo ci mancava solo questa».

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