Aqua granda, atto secondo

Una lunga notte per tutti i veneziani, raccontata attraverso il reportage del fotografo Davide Busetto.

Foto di Davide Busetto

Scritto da Naadir Sanudo il 13 novembre 2019
Aggiornato il 14 novembre 2019

Atlantide, punita dagli dei per eccesso di superbia, all’inizio della sua immersione, prima di inabissarsi per sempre, doveva essere più o meno così. Con le vetrine scintillanti dei negozi, le sale da pranzo delle osterie, che noi chiamiamo bacari, le hall degli alberghi, che si trasformano pian piano in acquari. Manichini galleggianti, commensali che salgono in piedi sulle sedie, faldoni di carte negli uffici che si inzuppano, calli trasformate in torrenti: ci piace col Carnevale, con i fuochi del Redentore, con le feste della Biennale e della Mostra del Cinema, ma è una città semi-sommersa, desolata, solitaria quella che dobbiamo raccontarvi stavolta, attraverso il reportage del fotografo Davide Busetto. Prima di affrettare giudizi noi riguardiamo. In silenzio. Mentre le dirette facebook dei cittadini e le storie instagram di qualche turista, nella tarda serata di martedì 12 novembre, trasmettevano in tempo reale l’eccezionale disastro dell’acqua alta, lui era lì. Stivali sopra il ginocchio, mantellina e la fedele pentax a tracolla. E via scattare.

Come sempre accade si è testimoni della storia per puro caso, o quasi: «In origine» spiega il fotografo «l’idea era quella di andare a San Marco per fare una serie di scatti dell’acqua alta. Le previsioni davano 145cm. L’anno scorso con una marea leggermente più sostenuta non avevo incontrato particolari problemi nel muovermi». Man mano che si avvicina alla metà però Davide Busetto riceve le notifiche del centro maree, prende il battello da Piazzale Roma verso Rialto, con la stima al rialzo del picco serale: 160 cm (poi l’acqua salirà ancora). «Quando sono arrivato a Rialto tutto era diverso dal solito. Le sirene erano in allarme continuo e le passerelle erano già quasi inutilizzabili. Verso San Marco si camminava contro corrente: le calli erano dei fiumi in piena che portavano acqua verso l’interno della città. Il vento era estremamente forte, le imposte sbattevano di continuo e i primi impianti elettrici iniziavano a partire. La città diventava, secondo dopo secondo, sempre più buia e anche pericolosa».

«Aqua Granda» è il nome dato all’alluvione che colpì Venezia il 4 novembre del 1966. La marea di quel giorno raggiunse il record di 194 cm sul medio mare. Cinquantatre anni e otto giorni dopo l’acqua arriva a 187 cm. «Aqua Granda, atto secondo». Non è cambiato niente. Per mezzo secolo sembra quasi che sia andata in scena una grande commedia dell’arte: il pathos e l’amore per la grande bellezza della Serenissima traditi dalle consorterie truffaldine che agiscono nell’ombra, mentre tutto attorno è un gran vociare di scienziati, studiosi, comitati, commissioni, capipopolo, capibastone, dissidenti, truffatori, tra promesse, lamentele, inchieste, avvertimenti, spartizioni, leggi, regolamenti, commenti, editoriali, diatribe, double talk, elephant talk! Goldoni non avrebbe saputo fare di meglio. Tutto questo brusio la notte scorsa si è spento e ha lasciato spazio al sibilo del vento, all’infrangersi continuo delle onde, agli scuri delle case che sbattono impazziti, agli scafi delle navi che sfondano le rive di pietra al continuo suono degli allarmi. Suoni agghiaccianti, tetri, funesti. Tremendamente reali.

Questa acqua alta traccia una confine netto con la normalità di Venezia. Dal sito del comune il fenomeno delle maree viene derubricato così, quasi come un’attrazione esotica: «Di regola, è sufficiente indossare un paio di stivali in gomma; i vaporetti continuano il servizio modificando, a volte, alcuni percorsi, ma garantendo l’accesso a quasi tutta la città. È possibile comunque raggiungere anche a piedi i luoghi principali della città grazie ai percorsi pedonali sopraelevati». Stavolta non è così. Cessi che vomitano acqua, motoscafi incastrati tra le case, un sindaco che parla dalla piazza allagata girando nervosamente la testa da una parte all’altra «chiederemo lo stato di calamità», un temerario samurai che si tuffa a petto nudo e nuota per diversi metri, insulti e maledizioni in ogni direzione. Lo streaming ci tiene aggiornati minuti per minuto. Ma essere lì, nel labirinto di calli che si approccia alla grande swimming pool di piazza San Marco è diverso.

Con questi 187 cm, l’altezza di un giocatore di basket, Venezia è completamente “spaesata”, privata di quella basilare vivibilità che le ha garantito fama, prosperità, ricchezza. Non è più un paese ma un fantasma. Ci sono danni per milioni di euro. Ma c’è soprattutto un nuovo avvertimento. Come cinquant’anni e passa fa, quando si rispose alla disastrosa alluvione promulgando leggi speciali, pompando finanziamenti per miliardi di lire ed euro, catapultando sulla laguna lo sguardo del mondo intero, ancora oggi ci troviamo punto a capo a fare i conti con il destino. L’acqua di queste maree eccezionali non lava i peccati, ce li spara in faccia.

È fin troppo facile leggere nelle immagini di Davide Busetto l’allegoria di un consumismo sfrenato alla deriva. Maschere, borse, burattini, souvenir, moke e oggetti vari che galleggiano illuminati a giorno dai fari delle boutique di un grande centro medieval-commerciale. I problemi di Venezia sono enormi: un mare che si innalza a livello planetario e una città di palafitte che affondano, anno dopo anno. Un destino segnato, al quale nessuno ha voluto rispondere. E mentre il Titanic imbarca sempre più acqua, rimaniamo agghindati a festa, impeccabili, in un anelito finale di dignità. Ma quale dignità di fronte alla storia se si continuerà a considerare Venezia come un brand, un fattore produttivo da spremere all’infinito senza rispettare i suoi equilibri? Che Poseidone, almeno per adesso, abbia pietà.