I dischi bellissimi usciti da inizio anno #3

Terzo appuntamento con la rubrica dedicata alle uscite discografiche più recenti

Uolli e "Blade Runner" (foto di Arianna Bonazzi)

Scritto da Chiara Colli il 26 marzo 2020
Aggiornato il 30 marzo 2020

Era nata come una parentesi musicale, diciamo così, di ascolto intimista per «arginare la paranoia del virus» recuperando i dischi persi mentre eravamo in giro per eventi. Ora però ci abbiamo preso gusto e, un po’ per continuare a stare sul pezzo, un po’ per riempire la copiosa quantità di momenti casalinghi o di solitudine con dischi belli ma pure nuovi e non troppo “scontati” (consapevoli della relatività del termine), il secondo appuntamento – e adesso il terzo – si sono resi praticamente inevitabili. Quasi una necessità, come probabilmente si riveleranno anche quelli a venire.
Ma sia chiaro: non staremmo qua se non fossimo fermamente convinti che, ad esempio, andare a un concerto, ascoltare musica dal vivo, ciondolare o muoversi scomposti mentre il suono arriva in faccia e il vicino si muove con noi più o meno a tempo, condividere poi le proprie opinioni e accapigliarsi post concerto sulle impressioni a caldo, resti il miglior modo in assoluto di fruire la musica. Anche per questo, il supporto totale e incondizionato di ZERO va a tutte le piccole realtà, le agenzie di booking e i club che organizzano concerti e che per tutto l’anno ci fanno ciondolare e accapigliare sottopalco, arricchendo la vita culturale e sociale delle nostre città.

Intanto di seguito, e in ordine rigorosamente sparso, una manciata di dischi belli usciti dall’inizio del 2020 (o di imminente uscita) che potrete ascoltare con insolita attenzione in beata solitudine nella vostra stanza. Per arrivare preparati al prossimo concerto, per programmarne uno nuovo, per sopportarne l’annullamento o semplicemente per arginare la paranoia da contagio.

ASTRAL TRAVEL – “If You Say You Are From This Planet, Why Do You Treat It Like You Do?” (Hyperjazz)
Il talento free form di Tommaso Cappellato, il trattamento avant/elettronico di Rabih Beaini alla produzione, la voce del leggendario musicista di Los Angeles Dwight Trible, la volontà di contaminare diversi linguaggi musicali ma soprattutto di esplorare nuovi orizzonti del giovane marchio Hyperjazz. Sulla carta gli elementi c’erano già tutti per una missione astrale fuori dall’ordinario, e in effetti il nuovo album del batterista e producer dà forma a una narrazione coesa e avvincente, ma non di immediata assimilazione, che è insieme umana, ancestrale, ma pure aliena, sci-fi, soprannaturale. Merito, da un lato, dei testi del disco ispirati alla fantascienza delle poesie di Sun Ra e al suo libro “This Planet is Doomed”, che immagina e tratteggia i rapporti tra uomo, spiritualità e natura, qui esaltati dalla voce profonda di Trible; dall’altro, di un discorso musicale condotto da Cappellato che sperimenta, senza cedere alle convenzioni, l’incontro fra la scuola cosmica tradizionale di Pharoah Sanders e gli aggiustamenti sintetici da laboratorio avant di Beaini. Esperienza d’ascolto arricchita dalla ricchezza cromatica molto “naturalistica” (flauto, clarinetto basso, piano elettrico, percussioni) dell’ensemble, composto da Camilla Battaglia, Fabrizio Puglisi, Piero Bittolo Bon e Marco Privato. Un lavoro che in un certo senso codifica, senza scorciatoie, la vocazione di Hyperjazz di innovare il linguaggio jazz immaginando un percorso personale e consapevole.

HORSE LORDS – “The Common Task” (Northern Spy Records)
Musica sperimentale e pensieri radicali. Sintetizzare il composito labirinto sonoro (cfr artwork) di una delle creature avant più potenti – anche dal vivo – uscite dalla scena underground di Baltimora è praticamente impossibile, ma questa (auto)definizione ci si avvicina. Musica fisica e cerebrale, geometrica e ballabile, cervellotica ma anche liberatoria, che in questo ritorno a quattro anni dal precedente “Interventions” avvicina la band americana sempre di più a padri spirituali disallineati come The Ex, Rhys Chatham e Glenn Branca. Gli Horse Lords tornano con un altro groviglio muscolare di kraut, minimalismo, post/math rock fatto di reiterazioni e dissonanze, sax e poliritmi concentrici, funk bianco e propaggini impro, ma pure divagazioni cosmiche (le cornamuse space di “The Radiant City”) e suite etno-ambient che scompaginano la possibilità di ragionare su coordinate geografiche (New York? Quarto Mondo? Colonia?). Ma offrono il disco perfetto per la vostra prossima sessione segreta di ballo sfrenato in perfetta solitudine.

MAURIZIO MARSICO/STEFANO DI TRAPANI – “The Greatest Nots” (Plastica Marella)
Autori, titolo e copertina suonavano già come una dichiarazione di intenti. Eppure l’asse Milano/Roma composto dai due battitori liberi della cultura sotterranea italica oggi riesce comunque a spiazzare dal primo minuto, aprendo questa collaborazione inedita “che prima o poi doveva succedere” con quella che potrebbe essere la turbo sigla di un programma d’intrattenimento trash anni Ottanta fuori dalla fascia protetta (più per il bizzarro registro psicotropo che per riferimenti soft porn). Synth e chitarroni metallici che introducono a un disco di canzoni tra no wave, synth pop storto e visioni industriali deformi e multiformi, in cui un certo orizzonte psicotico e di provocazione mai “sovrastrutturata” riesce a tenere insieme – e soprattutto a rendere credibili – divertissement contro lo sporco, improvvisazioni al piano, field recording psichedelici, beat distorti e citazioni surreali, schegge impazzite di elettronica acidissima e bozzetti satirici irriverenti e concettuali. Roba che farebbe contenti in un solo colpo Residents, R. Stevie Moore e i più grandi sostenitori del Grande Complotto.

JOYFULTAK – “A Separation of Being” (Constellation)
Trentatré minuti di nuotata (pare un sogno), a diversa intensità e profondità. Letteralmente una fuga dalle quattro mura casalinghe, questo terzo disco di Jay Crocker: musica dal potere rigenerante, che qui ovviamente è anche quello della ripetizione, un ascolto che scorre, scivola, rinfresca e tonifica le membra stanche attraverso tre lunghe suite/movimenti di elettronica espansa e fluttuante sull’asse Reich/Spiegel, ricreata anche con strumenti homemade (tra cui immaginiamo anche percussioni come vibrafoni). Minimalismo e suoni orientali (gamelan?), sintetizzatori analogici luminescenti, beat profondi e finanche archi, tra bracciate e scivolamenti, respirazioni orchestrali alternate e paesaggi naturalistici coloratissimi – come del resto già promette l’artwork (e l’altro volto da artista visivo di Crocker, che qui compone visualizzando la musica) e come suggerisce la cittadina immersa nel verde della Nuova Scozia, Crousetown, da cui l’artista conduce l’immersione. Disco bellissimo.

GERMAN ARMY – “Animals Remember Human” (Artetetra)
La proiezione su più dimensioni di Artetetra è passata in un attimo dall’essere sguardo bizzarro su un potenziale futuro a plausibilissima lettura distopico/hauntologica avvolta in un anelito esotico e straniante di una contemporaneità costretta alla paranoia e all’isolamento. Con l’ultima cassetta prodotta dall’etichetta marchigiana (in collaborazione con Crash Symbols per l’edizione in vinile), la rampa di lancio si sposta in California, con una sigla nota e prolifica come i German Army di Peter Kris. Il suono post industriale e rigorosamente a bassa fedeltà si sposta qui verso un’attitudine collagista che ha le fattezze della ricerca antropologica mutante, in cui finiscono ovviamente field recording e frattaglie di elettronica lo-fi, ma anche echi dub, ritmi talvolta addirittura ballabili di musica dal mondo, suoni recuperati da chissà quali vinili e cassette che danno nuove forme a paesaggi di un nuovo pianeta, in cui natura e scarti metropolitani si confondono. Musica dal quinto mondo ad alto voltaggio lisergico, per un lungo ascolto composito, alienante ma a suo modo realistico a metà fra Cabaret Voltaire, Suicide e Not Not Fun. Prima che vengano posti limiti pure ai viaggioni mentali, il consiglio è di farsi un giro sul bandcamp dell’etichetta marchigiana.

IRREVERSIBLE ENTANGLEMENTS – “Who Sent You?” (International Anthem)
Poche coordinate per capire al volo che, se già non lo aveste intercettato (per quanto sia uscito ufficialmente il 20 marzo), questo è uno dei dischi avant che lascerà il segno sul 2020 – o che quantomeno meriterebbe di lasciarlo. Politico, free form, ma soprattutto vibrante, intenso, alimentato dall’energia potente del fuoco, del jazz, della poesia e della militanza. Irreversible Entanglements è un collettivo di “liberation-oriented free jazz” nato a inizio 2015 in occasione dell’evento benefit Musicians Against Police Brutality, organizzato dopo l’uccisione di Akai Gurley da parte della polizia newyorchese. La voce e i testi sono quelli perforanti di Camae Ayewa a.k.a. Moor Mother, che incontrano il sax di Keir Neuringer e il basso di Luke Stewart. Il risultato è un’eruzione di magma incandescente, energia che sembra arrivare dal cuore più nero della Terra, un flusso free form dentro cui trovare la poesia ai limiti del rap di Ayewa, sax, percussioni, tromba, basso a trascinare un groove incredibile pur nella sua sostanziale libertà formale, talvolta fluido altrove granitico. Una lunga jam tra cosmogonia e protesta, come dei Sunwatchers meno avant rock (ma con punte di punk e psichedelia nel DNA) e più afro, con sopra i versi di Kate Tempest. Avrebbero dovuto essere in tour a marzo con un passaggio in Italia per Novara Jazz ma, purtroppo, la data è stata inevitabilmente annullata.

MY DEAR KILLER – “Collectable Items” (Boring Machines)
«Un disco pieno di amarezze assortite e storie andate storte». Il numero 99, per Boring Machines, che idealmente chiude il ciclo delle cento uscite con lo stesso artista che lo aveva aperto nel 2006. La vocazione introspettiva, tutta chiaro scuri (soprattutto scuri) e alt folk di My Dear Killer – aka Stefano Santabarbara – non cambia ma si arricchisce in termini sonori e, soprattutto, pur nella malinconia abissale dei brani è un ascolto perfetto per risuonare sincero e a suo modo protettivo, accogliente, nella solitudine di una stanza. Chitarra acustica ed elettrica, field recording e loop di nastri, archi sintetici campionati (col supporto di vari musicisti, tra cui Matteo Uggeri) e una minuziosa collezione di suggestioni (molto invernali, fin dalla copertina), personaggi e presunti fallimenti, corde solleticate dall’inquietudine e lirismo d’altri tempi: il paesaggio sonoro che ne esce fuori è nitido e al contempo ricco di dettagli, seppur plausibilmente immersi in una densa nebbia emotiva.

THE OSCILLATION – “Droneweapon” (Bandcamp)
Qualcuno doveva pur farlo. Un tributo a una delle performance live (e della relativa messa su disco) più incredibili, all’avanguardia e allucinogene degli Ottanta. Che un po’ come tutti noi, anche Demian Castellanos sia tra gli ormai numerosi adepti degli Spacemen 3 lo sapevamo già. Oggi, in uno slancio di riverenza e generosità, tira fuori un omaggio a quel capolavoro di “Dreamweapon: An Evening of Contemporary Sitar Music” (e in particolare alla suite “Ecstasy In Slow Motion”), culto sommerso – e riportato all’attenzione con la ristampa di Superior Viaduct di un paio di anni fa – e tripudio di minimalismo estatico che potremmo riassumere col sempiterno adagio «prendere droghe per fare musica per prendere droghe». Un’unica traccia di cinquanta minuti a base di droni cosmici e circolari, quella di Castellanos, il cui esito ricorda un’altra clamorosa uscita degli ultimi anni, il progetto Infinite Music (in questo caso in omaggio alla Dream Music di La Monte Young, praticamente l’antenato diretto di “Dreamweapon”, con Peter Kember ai controlli). Un saluto solidale agli amici da casa che in questi giorni di lockdown hanno finito la droga.

I DISCHI PRECEDENTI

  1. Puntata #1
  2. Puntata #2

Contenuto pubblicato su ZeroMilano - 2020-03-01