Scritto da Claudio Gervasoni il 6 settembre 2019

Ci siamo passati tutti, ma non ce lo ricordiamo: prima gattonare, poi arrampicarsi e infine camminare. Già, arrampicare è un istinto primordiale oltre che uno schema motorio di base: non appena riusciamo a tirarci su, proviamo ad arrampicarci ovunque, dalla poltrona del salotto ai mobili della cucina, dal cancello del vicino agli scogli in spiaggia. Fosse per noi, quando siamo piccoli, ci arrampicheremmo ovunque, non fosse altro per scoprire come si vedono le cose da lassù, o cosa c’è dall’altra parte, ma i grandi poi ci spaventano con le loro paure, e sbraitando di volta in volta cose come “attento che cadi!” o “scendi che è pericoloso” ci tarpano le ali dell’avventura e della sfida.

Eppure farebbe tanto bene, molto più dell’arrampicata sociale con cui da grandi cerchiamo di sublimare l’anelito all’ascesa: fa bene al fisico, che sviluppa equilibrio e coordinazione, alla mente, che si concentra per trovare il modo migliore per appoggiare mani e piedi, e anche all’umore. Sì, perché per un bambino arrivare in vetta, fosse anche quella della montagnetta ai giardinetti, è una botta di autostima che nemmeno un gol al 90°. E allora lasciamoli arrampicare questi bambini, e limitiamoci a fare loro assistenza senza farci troppo notare. E se ci chiedono di fare un corso di arrampicata al posto del pallone da calcio, non sono strani, sono solo ancora genuinamente spontanei.