Scritto da Claudio Gervasoni il 6 settembre 2019

Non c’è bisogno di andare nella “death zone”, oltre i 7800 metri di quota, dove l’ossigeno è talmente poco da impedire alle cellule di sopravvivere, per aver bisogno di imparare a gestire il fiato. Il mal di montagna, dovuto alla bassa pressione atmosferica e alla carenza di ossigeno, può colpire già dai 2500 metri di altitudine, appena oltre la linea degli alberi, quella quota oltre la quale nemmeno il pino, l’albero più resistente al freddo, riesce a sopravvivere. L’affanno toglie lucidità alla mente e forza ai muscoli e il segreto per arrampicare in modo fluido, elegante e armonico è proprio quello di saper respirare, anche sulla parete attrezzata di una palestra indoor. Il problema è sempre riuscire a ricordarlo quando si è lì, a un passo dalla vetta, presi dalla fatica, dall’ansia e magari dalla paura che tolgono il fiato. Per questo sempre più scalatori imparano la respirazione consapevole e profonda, quella diaframmatica che apporta più ossigeno a tutto il corpo.

Lo insegnano a yoga, lo insegnano nei corsi di meditazione, lo insegnano agli sportivi che cercano ulteriori miglioramenti: imparare a respirare, prendendo coscienza di cosa succede quando l’aria passa dalle narici inspirando ed espirando, è il primo passo per cominciare a respirare di pancia, come fanno i bambini quando dormono e come dimentichiamo di fare quando cresciamo, presi dall’urgenza di farlo in fretta, con boccate brevi e nervose. Una volta che si impara a respirare profondamente e consapevolmente sarà più facile anche gestire il respiro in quota, coordinandolo con i movimenti dell’ascesa, seguendo il ritmo della scalata e mantenendo concentrazione e lucidità fino alla fine.