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C2C 2026: dall’Internet Sound al ritorno della chitarra

Guida parziale all'ascolto di questa edizione post-Dean Bluntiana di C2C.

Scritto da Federico Corbani il 26 ottobre 2026

Il 2026 è un grande anno per gli amanti della chitarra. Non quella del rock da stadio, ma quella sfocata, registrata male in cameretta, non in studio. Gli artisti con cui siamo cresciuti su SoundCloud e YouTube (Gen Z talk) stanno facendo quello che prima o poi fa chiunque abbia passato troppo tempo al computer: allontanarsi dai software e cercare la fisicità dell’analogico, almeno per un po’.

Le regole di questa scrittura volutamente grezza le ha stabilite Dean Blunt. Da Hype Williams e Babyfather, da Black Metal e ZUSHI alle uscite della sua etichetta World Music, negli ultimi quindici anni l’artista londinese ha trasformato chitarre lo-fi, voce impassibile e un mistero coltivato ad arte in un vero e proprio vocabolario. Viviamo in un’era post–Dean Blunt, dove la sua lezione è permeata ovunque.

Blunt non è nella lineup di C2C 2026, eppure la sua orbita l’attraversa tutta. Elias Rønnenfelt, frontman degli Iceage, ha realizzato Lucre con lui e con Vegyn, atteso a Torino come Headache nel giorno di chiusura del festival. Joanne Robertson è una sua collaboratrice abituale, da Black Metal 2 a Backstage Raver. Di Fine si dice che sia la voce di The Crying Nudes, misterioso progetto uscito sulla sua etichetta. Perfino la svolta chitarristica di Yung Lean è passata da lui: nel 2021 il singolo “Under Heaven”, firmato come jonatan leandoer96, è stato prodotto da Blunt, e due anni prima Lean era già comparso su ZUSHI, nella traccia “16”.

Viviamo in un’era post–Dean Blunt, dove la sua lezione è permeata ovunque.

Si parte giovedì alle OGR con una delle performance più attese della giornata inaugurale: quella di Marie Louise Buch, aka ML Buch, compositrice e chitarrista di base a Copenaghen. Ha preso parte al Talking Choir di Laurie Anderson, l’artista multidisciplinare americana,  il che parla ampiamente del tipo di sperimentazione di cui si nutre il suo progetto personale. Se il debutto Skinned (2020) era ancora un disco dichiaratamente elettronico, con Suntub (2023) la chitarra prende il centro della scena: un doppio album costruito in cinque anni, tre dei quali passati da sola in campagna, vicino al mare, che la stampa ha definito art rock pastorale.

Venerdì ci si sposta al Lingotto, la venue principale, dove debutta in Italia Chanel Beads, il progetto rock sperimentale newyorkese di Shane Lavers, con la voce di Maya McGrory (aka Colle) e il violino di Zachary Paul. Anche qui la chitarra suona lontana, a tratti mistica o fiabesca, avvolta da voci androgine che si perdono in un velo di nebbia. Ne nasce un ascolto stratificato e inquieto, quello dei due LP del gruppo, entrambi intitolati Your Day Will Come: per me imprescindibili, soprattutto in questo (breve) autunno pre-C2C.

La seconda performance sul mainstage si converte al suono decisamente più loud e massimalista di underscores, SoundCloud veteran americana con radici nell’ hyperpop queer. Il suo percorso rientra perfettamente nell’etichetta avant-pop che il festival ha scelto per sé e copre un ventaglio di emozioni vastissimo: dai testi intimi a una produzione che unisce la dubstep americana alla Skrillex, suoni post-internet e strumenti acustici. Anche qui le chitarre trovano il loro spazio nel discorso: in U, il disco uscito a marzo, il dubstep degli esordi convive con un pop massimalista trainato proprio da loro. Con Jane Remover, i Frost Children e, prima ancora, i 100 gecs, underscores fa parte di un ecosistema cresciuto in dialogo con artisti come Charli XCX e Arca, headliner della giornata.

“harvest sky” è forse l’anthem più atteso, e la mia speranza è quella di sentirlo dal vivo con entrambe le voci: anche Oklou, la “Queen of the Scarecrows”, come si definisce proprio in questo brano, è in programma venerdì. Per anni l’artista francese è stata un nome di culto per i chronically online, finché il disco d’esordio choke enough (2025) l’ha inquadrata in un’ottica decisamente più mainstream. Il disco prende la produzione earthy e fatata dei lavori precedenti e la spinge verso l’eurodance e la trance, disseminando ovunque suoni fictional, come usciti da una fiaba grottesca, per poi chiudersi con una ballata per chitarra, “blade bird”. Marylou Vanina Mayniel è anche uno dei punti di contatto più preziosi della lineup: oltre a “harvest sky”, citata in precedenza, Bladee la affianca in “take me by the hand” e, come honorable mention, lei compare in “Empty Lightning”, la mia traccia preferita di Blue Summer, l’album solista di Woesum, storico produttore di Lean e Bladee, presenti anch’essi nel disco.

Il sabato è il giorno in cui Dean Blunt risuona di più. Si comincia al Teatro Carignano, che torna a ospitare il festival dopo undici anni, con la matinée già sold out delle Smerz: il duo norvegese, di stanza tra Oslo e Copenaghen, presenta Big city life, pubblicato dall’etichetta danese Escho. Dalla stessa scuderia arrivano poi al Lingotto Fine e Rønnenfelt. Lei porta Jazz Dreams, uscito il 23 ottobre, un collage di canzoni sognanti e autoprodotte le cui prime versioni sono passate dalla sua residenza su NTS; lui Speak Daggers, registrato in casa tra un tour e l’altro, dove proprio Fine è ospite in “Kill Your Neighbor”. Con loro c’è Joanne Robertson, musicista e pittrice di Glasgow, che quest’estate ha pubblicato ancnt grz ’22-25 insieme a Blunt e Rønnenfelt e che con Blurrr ha firmato uno dei dischi più sorprendenti del 2025.

Il ponte verso il nome che aspettiamo di più lo aveva già gettato Rønnenfelt nel 2025 con “Little Gods”: chitarre elettriche e, nella cameretta accanto a lui e a Fousheé, Yung Lean. Jonatan Leandoer, appunto, e l’altro caposaldo del cloud rap svedese, Benjamin Reichwald (aka Bladee), sono il must-listen assoluto della giornata. Dopo svariate esibizioni separate, finalmente li avremo sullo stesso palco, e ci aspettiamo che i volti di Sad Boys e Drain Gang suonino almeno una parte di Psykos, il joint album alt-rock del 2024 prodotto da Palmistry e silent$ky. Un vero tour di Psykos non c’è mai stato, solo una manciata di set condivisi nei festival: C2C sarà la prima volta in cui suoneranno insieme in Italia.

Domenica il festival finisce dove era cominciato, alle OGR, e lo fa con due act che incarnano due modalità opposte dello stare dopo internet: Grouper, in esclusiva italiana, con la sua chitarra avvolta nella nebbia, e Headache, il progetto di Vegyn, al debutto italiano tra spoken word dal retrogusto di motivational speech e basi trip hop.