Quo vadis, clubber?

Una breve riflessione su ciò che è stato e ciò che sarà l’ecosistema notturno di Milano

La serata di chiusura di Akeem al Rocket

Foto di Silvia Pisani

Scritto da FKL il 1 agosto 2019

Sì, lo sappiamo che ormai avete la testa già in vacanza. State chiudendo le valigie cercando di far collimare i due lati della zip, state lì che vi impegnate a schiacciarle con tutto il vostro peso per non dover togliere quel vestito in più – quello pieno di paillettes a squame di pesce e quella camicia che farebbe invidia al Dottor Gonzo (che diciamocelo, tanto non metterete però oh non si sa mai).
Nel frattempo, si chiude anche un altro anno di clubbing milanese, e mentre sul grande schermo della mondanità scorrono i titoli di coda, eccoli portarsi dietro una breve riflessione su ciò che è stato e ciò che sarà l’ecosistema notturno della città.

Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?

Prima l’Expo, ora le Olimpiadi. Milano brulica di cantieri e si gonfia il petto con il suo skyline che cambia e sale là dove il cielo è più blu, con i suoi grattacieli nuovi e i punteggi alti nelle classifiche. Ma se ranking e titoloni di giornali la pongono sempre più vicina al resto d’Europa, è un dato di fatto che tutto quel brulicare notturno che va sotto il nome di clubbing ne è decisamente lontano, nel bene e nel male. Meta del design, dello shopping, della moda e della cultura, ma a grande fatica meta di puro divertimento al pari di città come Berlino, Amsterdam, Barcellona, complice anche una certa resistenza nel vedere nel clubbing un fenomeno potenzialmente positivo tanto a livello economico quanto culturale. Un pubblico di conseguenza molto diverso, più locale, per certi versi più pigro, eppure in continua trasformazione.

Chi è arrivato a Milano più di 10 anni fa ha avuto modo di vedere una città diversa: sono quelli che ti parlano del vecchio Plastic, il vecchio Rocket, il vecchio *qualunque altro locale che abbia chiuso i battenti o si sia trasferito dalla sua storica location*. Ahhh, il vecchio Plastic! Ahhh, il vecchio Rocket! Capisci che ti sei perso qualcosa dal modo in cui ne parlano, più che dalle parole che usano, come se d’improvviso fossero tutti presi a rivivere le serate dei bei tempi.
“Sono cresciuto in un periodo molto attivo musicalmente per Milano – mi dice T. parlando di quegli anni – dove c’erano meno guest e ottimi dj resident, che di fatto erano le vere e proprie star delle serate”. T. che però potrebbe anche chiamarsi X., Y. o Z.: che si tratti di dj, promoter o clubber della vecchia guardia, il racconto di chi si è vissuto i primi anni Duemila meneghini è più o meno sempre lo stesso. Il locale e il pubblico fisso, assieme a chi stava dietro alla consolle, erano di per sé motivo di attrazione: riconoscibili, definiti, rassicuranti. Senza bisogno per forza di super-nomi a far da richiamo.

Il locale e il pubblico fisso, assieme a chi stava dietro alla consolle, erano di per sé motivo di attrazione: riconoscibili, definiti, rassicuranti. Senza bisogno per forza di super-nomi a far da richiamo

Poi c’è un’altra generazione, quella che ha visto i cambiamenti dall’EXPO in poi. Una città che iniziava a rientrare nei ranghi, ma pur sempre effervescente. Gli ultimi party di NUL sparsi per la città, i primi passi del Macao. Si girava per la città con l’impressione di poter sempre scoprire qualcosa.
Qualche anno e qualche cantiere più tardi, la città è nuovamente trasformata. “Negli ultimi 2/3 anni la scena club ha subito un’involuzione, come in tutta Europa. – afferma A. -. Tanti locali storici hanno dovuto chiudere, ma mentre nel resto d’Europa le istituzioni hanno capito il reale lavoro e business che può esserci dietro la nightlife, a Milano come in tutta Italia le istituzioni non hanno mai aiutato il movimento”.

Oggi i locali non mancano, le serate non mancano. I concerti, gli eventi, i party-moda non mancano. Paradossalmente, accanto ad alcune chiusure eclatanti, in città c’è sempre qualcosa da fare. “Anche troppo da fare, troppa offerta e un bacino di utenti in proporzione ridotto”, mi dice D.
E allora, mentre la vita per chi lavora nei locali sembra esser sempre più difficile, c’è la Milano che non si ferma mai, quella della febbre da FOMO, in perenne stato di eccitazione da visualizzazione delle stories: si saltella da un evento all’altro, governati da quel “sono stanco ma devo passare” che diventa un po’ un mantra collettivo. Chi si ferma è perduto! Tornati a casa, pochi i locali il cui ricordo non svanisce man mano che passa l’hangover.

C’è la Milano che non si ferma mai, quella della febbre da FOMO, in perenne stato di eccitazione da visualizzazione delle stories: si saltella da un evento all’altro. Tornati a casa, pochi i locali il cui ricordo non svanisce man mano che passa l’hangover

A questo punto le scuole di pensiero tra gli addetti ai lavori si dividono: c’è chi sostiene che la troppa offerta sia deleteria, e chi si dice convinto del contrario e parla di un appiattimento generale che non fa più smaniare le persone per uscire di casa. A tratti sembra un po’ quell’eterna lotta tra chi ti dice tutto convinto che per far durare la batteria dell’I-phone servono dei cicli scarico-carico e chi ti ammonisce di tenerlo sempre attaccato alla presa.
Fatto sta che, a oggi, poche sono le realtà che riescono tuttora a catalizzare su di sé l’attenzione di un pubblico affezionato e la curiosità di chi ne è ancora estraneo (senza ridursi ad occasioni per farsi vedere, in primis): come il Rocket con Akeem, il Dude, la Buka, Masada.
Vale per chi è riuscito a costruirsi un retroscena senza bisogno dei grandi nomi, ma ancor più spesso si tratta di occasioni defilate, di circoli intimi, di luoghi occupati e rinati, di serate itineranti in posti improbabili e spesso off-camera.

Party isolato più che clubbing continuativo, divertimento monodose più che confortevole appartenenza. Vi vogliamo rassicurare: in città non si morirà di stenti festaioli. Piuttosto c’è quel leggero timore che, accanto a una Milano che cresce verso l’alto, tutto quel brulicare underground finisca letteralmente sottoterra, risucchiato dai cantieri della metro e presto ricoperto con qualche nuova aiuola e area per cani patinata.
Noi, attendiamo comunque la nuova stagione con le gambe che fremono in trepidante attesa, pronti a ballare un altro anno ancora. D’altra parte, in città c’è aria di novità: stay tuned. E, giusto per continuare ad attingere all’arte: Arrivederci clubber, ciao. Ci vediamo a settembre.

Credete che sarà felice quest’anno nuovo?
Oh, illustrissimo sì, certo.
Come quest’anno passato?
Più, più assai.