Contagio – Prima parte

Un racconto della serie di ZERO 'Propagine. Storie del contagio'

Scritto da Andrea Maffi il 12 aprile 2020
Aggiornato il 26 maggio 2020

Illustrazione di Roberto Alfano

La sensazione di stanchezza e i primi colpi di tosse Linda li aveva ignorati.
Era il 12 aprile e il sali scendi di temperature anomale e i pioppini che danzavano nell’aria l’avevano portata a pensare ai primi segni di un’allergia, per distrarsi da pensieri peggiori.
A supporto della tesi, Linda aggiungeva all’equazione i ritmi di lavoro assurdi a cui teneva testa da quando l’agenzia di Milano le aveva imposto di lavorare da remoto, rendendo i suoi orari di lavoro fluidi, liquidi, capaci di estendersi melliflui fino a occupare ogni intercapedine delle sue giornate.
Se poteva dirsi contenta di qualcosa, be’, Linda era certamente soddisfatta dell’ultima cosa che aveva fatto, prima di lasciare lo spazioso ufficio minimale del settimo piano situato a trecento metri dalla fermata metro di via Sebenico.
In preda a una sommossa intestinale, con la fronte imperlata di sudore freddo, si era precipitata ai servizi per cagare in bagno per poi, dopo aver dato un’occhiata alla propria opera di una certa fattura e pregio, non tirare lo sciacquone.
Ebbene sì: non sono una signora e comunque vaffanculo.
Dopo cinque mesi di stage full time a 400 euro al mese e un enorme credito di bestemmie soppresse a denti stretti fingendo sorrisi, Linda non ne poteva più.
Ogni giorno era la stessa storia: sveglia alle sette e venti di mattina, doccia, un simulacro di colazione ad andare bene, vestirsi curata nonostante il rimborso da cani perché apparire posati aumenta comunque le probabilità di non avere un destino da morti di fame, inforcare la bici e attraversare la città pedalando con foga, arrivare trafelata in stazione, tuffarsi nel sottopasso facendosi strada a suon di porconi e infine accaparrarsi mezzo metro quadro di spazio vitale sul regionale veloce delle otto e dieci, vittoriosa e schiacciata in un ambiente quasi anaerobico; mezz’ora di vita da sub fatta di musica in cuffie e poi via, tempo di lasciarsi trasportare fuori dal carrozzone da una mandria di pendolari gnu fino ai tornelli di Rogoredo, schivando al pari di premonizioni infauste tossicodipendenti della sua età sfondati dall’eroina. La sua esperienza di vita milanese si riduceva a quello, se si aggiungeva il tragitto in metropolitana, la breve camminata verso l’ufficio, l’orario di lavoro, le scuse per evitare aperitivi da un occhio della testa e uno speculare rientro.

Da quella vita erano passate quattro settimane, per non dire un mese.

Nel frattempo, c’era stata la paranoia durata un weekend del treno del lunedì per andare in ufficio e la chiamata imbarazzata di domenica 23 febbraio da parte dell’HR, che le aveva proposto l’inedita opzione di consumare il rapporto lavorativo da remoto.
Linda aveva accettato di buon grado, ma chiusa la conversazione si era sentita sporca, con la sensazione che venire dalla provincia volesse dire, in automatico, avere una colpa, essere passibile di sospetto, untrice.
Per l’ennesima volta, Milano le aveva sbattuto le sue porte dorate in faccia.
Come al solito, tutto procedeva sul vecchio binario di centralizzazione delle possibilità e faraginosità del ricambio di energie.
In un certo senso, la chiamata dell’HR nella sua straordinarietà era stata un evento normalizzante, un segno di buon auspicio: forse lo status quo delle cose non sarebbe cambiato e l’epidemia sarebbe passata alla cronaca come estemporaneo dramma provinciale, come il terremoto dell’Aquila, o le alluvioni di Genova.
Ma le cose non erano andate così.
Da allora Linda non si era mai mossa da Lodi, vivendo in maniera abbastanza agiata nonostante il rimborso da fame grazie ai suoi risparmi di anni di lavori da cameriera e i guadagni di un fortunoso acquisto di qualche Bitcoin in tempi non sospetti. Soldi che comunque, in prospettiva, sarebbero cominciati presto a scarseggiare, vista l’impossibilità endemica di realizzare un guadagno decente dalla sua professione di grafica alle prime armi.
Così, all’interno di un condominio scrostato, nel suo monolocale al terzo piano, aveva costruito una sorta di fortezza inespugnabile di distrazioni e passatempi per ammazzare un tempo che continuava a diluirsi, imperterrito, ogni giorno che passava, attorcigliandosi sulle lancette immaginate dell’orologio digitale del suo smartphone.
I primi giorni da quello che i media avevano ribattezzato il paziente zero italiano, il mattoncino di plastica, vetro e alluminio di fabbricazione cinese vibrava in continuazione. A bussarle allo schermo, erano meme, messaggi vocali, articoli inoltrati, video, gif.
A essere onesta, all’inizio l’avvenimento le era sembrato quasi entusiasmante.
Da ventiquattrenne di provincia qual era, la notizia del primo focolaio in Europa a venti minuti dalla città che l’aveva fatta boccheggiare di noia per tutta la vita le aveva fatto l’effetto di un’onda salina che ti sorprende in un attimo mentre ti distrai a riva: fredda, irrazionale, destavante, prevedibile, semplicissima.

In un certo senso, non era mai stata così vicina al cuore battente del mondo.

Persino i gruppi di WhatsApp tra amici non stretti, altrimenti silenti in tempi normali, si erano rianimati per magia, come resuscitati da una scossa elettrica.
Durante le prime due settimane di pandemia, a Linda capitava di andare a letto la sera e risvegliarsi la mattina con centinaia di messaggi non letti che la facevano ripiombare nell’assurdità della situazione, con la quale veniva a patti grazie ai prodotti dell’attiva comunità memetica italiana, che stava dando il meglio di sé intersecando, per esempio, l’immaginario dell’ultima serie HBO su Chernobyl con quello apocalittico che sovrastava la cittadina di Codogno, che nel frattempo, nonostante la vicinanza, era come piombata in un universo talmente distante da essere parallelo.
Sempre in quel periodo c’erano state le videochiamate di gruppo, che, dall’essere piacevoli, erano diventate uno sforzo enorme per i suoi occhi già stanchi che faceva leva sulla più classica peer pressure.
Dopo la chiusura dell’intera regione e l’ampliamento del provvedimento all’intero territorio nazionale, l’esclusività della tragedia era scomparsa, la morsa della solitudine si era fatta più stretta, e l’ossigeno le cominciava a mancare, proprio come sui regionali veloci che la portavano al lavoro, che, c’è da dire, continuava a dare le sue soddisfazioni.
Da vera stagista, Linda veniva maltrattata peggio di una pattina dalle pessime capacità assorbenti.
La sua supervisore di stage la cagava a singulti, passando da giorni di silenzi tombali a tempeste di email senza senso, una dietro l’altra, nelle quali la grafica senior dell’agenzia le dava compiti raffazzonati, che venivano specificati un messaggio di posta dietro l’altro, suscitando l’incredulità di Linda per circa dieci ore al giorno.
D**cane.
Sì, Linda aveva ragione.

Se gli adulti navigavano a vista, lei cosa doveva fare?
Continuare a pagare l’affitto, ecco cosa doveva fare.
Non prendere quel cazzo di telefono per chiamare sua madre, ecco cosa doveva fare.

Ma il tempo passava lento facendosi vischioso come bava di lumaca, e venne il giorno in cui Linda fece la quarta, enorme, spesa al supermercato.