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Death to Food Porn. La fame come contronarrazione del cibo

Il cibo è sempre più un contenuto da consumare con gli occhi. Sembrabuono e Pizza al Trance provano a restituirgli la fame, il disordine e la dimensione collettiva.

Scritto da Ario Mezzolani il 20 luglio 2026

Ride l’algoritmo del cibo. Ride e sorride. Si nutre di sorrisi compiaciuti di felicità fittizie, in un mondo prigione imbellettato da un’estetica che traduce anche i bisogni primari in prodotti di consumo. Un mondo idilliaco e splendente, fatto di impiattamenti impeccabili e luci soffuse che carezzano un bel piatto, poi un filetto, poi una foglia di basilico che bilancia l’occhio.

Il cibo è diventato culto. Ha la sua liturgia – la luce, il piano di marmo, l’angolo a 45 gradi – e i suoi sacerdoti, che ci insegnano come si mangia, cosa si mangia, come si guarda quello che si mangia. Ha i suoi comandamenti: sano, bello, etico, sostenibile, locale, consapevole. Ha anche la sua teologia del peccato: il fritto, il bianco, il junk, il troppo. Il capitalismo ha preso il momento più carnale e necessario dell’esistenza umana e lo ha trasformato in uno spazio di giudizio.

L’immagine del cibo non racconta più il cibo. Racconta un’aspirazione, un’appartenenza, una distanza. Racconta chi sei se mangi così e chi non sei se non puoi. È uno strumento di separazione travestito da condivisione, un recinto travestito da tavola.

E però. Negli interstizi di questo sistema saturo, nella fame vera che nessun feed riesce ad addomesticare del tutto, crescono progetti che si interessano all’aspetto più primitivo del cibo. Quello della necessità. Sembrabuono occupa quello spazio narrativo e lo profana. Prende l’immagine e la riempie di un contenuto che il sistema non ha messo in conto: il reale. Il piatto sporco, il sugo che sborda, le mani già dentro. Non è estetica del brutto – non è un’altra estetica. È la sottrazione dell’estetica come categoria dominante, è restituire all’immagine del cibo la sua funzione più antica: testimoniare che qualcuno ha mangiato, che qualcuno aveva fame, che qualcuno esiste al di fuori della cornice.

È un gesto di riappropriazione. Di vendetta, quasi. Si prende lo strumento del culto e lo si usa per dire: il corpo è qui, ha fame, mangia adesso. Non c’è intermediazione tra necessità e azione. Il cibo è il testimone più diretto della nostra animalità, della nostra ancestralità.

Ma il messaggio non può fermarsi al digitale – per essere fedeli alla missione, deve trovare un approdo fisico. Dall’idea all’incarnazione. Ed ecco che Sembrabuono diventa quindi – assieme al collettivo Club UniversoDJ Buono all’interno di Pizza al Trance: una serata musicale in un kebabbaro. Il kebabbaro non è scelto per ironia: è uno di quei luoghi che la città attraversa senza abitare, che esiste nell’economia urbana come spazio di servizio, mai di senso. Portarci una comunità, farne un’agorà sporca e rumorosa e grondante, è un gesto di risignificazione fisica – la stessa operazione che Sembrabuono fa con l’immagine, fatta stavolta con i corpi nello spazio.

Questa è la vocazione tentacolare del progetto: innestarsi nei luoghi vivi che il racconto ufficiale della città non sa vedere, o non vuole. Fare del pasto quello che è sempre stato – atto collettivo, politico, irriducibile – prima che qualcuno decidesse che doveva sembrare qualcos’altro. Spostare il bisogno in una risposta tangibile. 

Non c’è intermediazione tra necessità e azione. Il cibo è il testimone più diretto della nostra animalità, della nostra ancestralità.


Sembrabuono è un progetto che interviene sull’estetica algoritmica del cibo come costruzione del desiderio; Pizza al Trance ne è la declinazione spaziale, una serata in un kebabbaro che lavora sul cibo come infrastruttura sociale e interrompe la continuità tra immagine, consumo e rappresentazione.


Il progetto nasce da una necessità genuina di rompere una narrazione univoca del cibo sui social – o è una lettura che ci hai trovato sopra dopo?

Sembrabuono nasce come account Instagram in cui colleziono foto di momenti condivisi tra amici alle prese con le prime prove ai fornelli e i pochi spicci in tasca spesso nello schimico e poi recentemente realizzazioni di ricette scam trovate #neiperte di tiktok. Zero volti, zero nomi, scomodo all’algoritmo e arrivato a chi doveva arrivare. La narrazione è stata ricamata sopra nel tempo dall’esterno più che dall’interno.

Instagram è lo strumento che per eccellenza ha estetizzato il cibo, lo ha reso merce visiva. Che rapporto hai con questo – usarlo è una scelta consapevole o è semplicemente dove stavi già?

Non c’è nulla di consapevole non c’è mai stata una direzione o un punto di arrivo. Anche quando i punti d’arrivo sembrano raggiunti li lascio sorpassare dal flusso, e quello che succede succede. Sembrabuono è nato nel 2017 con una raccolta di foto che andava avanti forse già da un paio di anni e iniziava ad intasare la galleria dell’iPhone 4. La panoramica del social network era molto diversa da quella che si ha ora, per quanto mi riguarda satura, agli sgoccioli, vissuta per abitudine. A mio parere comunque il cibo veniva estetizzato un bel po’ già nelle riviste piene di poesie di equilibrio chimico aka i ricettari. Belli, quelli!

Il cibo brutto può diventare un’altra estetica – il trash come stile contronarrativo. Come si tiene in piedi questo senza che diventi, a sua volta, un culto? 

Purtroppo è un meccanismo che fa parte del gioco, è fondamentale mantenere la propria visione. Sperimentare genuinamente, cambiare rotta di continuo con la sola voglia di divertirsi e/o scoprire nuovi stili, senza l’obiettivo silenzioso del podio. A volte sembra un esercizio di disciplina, ci vuole metodo anche nel non-metodo (il trattino l’ho messo io non l’IA). Tutto può essere percepito come costruito e fake, tutto lo diventa sempre più facilmente. A volte poi semplicemente non è così.

Cosa vedi nel mondo del mangiare e bere a Milano che ti fa incazzare – e cosa esiste già, vivo e fecondo, che nessuno sta guardando?

La cosa che mi fa più incazzare? Non so se le scelte grafiche e di comunicazione o i prezzi. Troppo concept e troppo branding. Si trova di tutto, questo è bello, ma in alcune zone non si può dire che i prezzi abbiano senso e non offrono nulla di qualitativamente superiore rispetto ad altri posti. Per questi ed altri motivi in realtà preferisco mangiare a casa, soprattutto a colazione e cena. Fare la spesa, cucinare e creare quel momento tra il sonno, la calma e la stanchezza di fine giornata. Ho comunque un po’ di piccoli cuori sparsi sul mio maps, posti che esistono e per fortuna resistono, i cosiddetti sinceri (anche quelli a rischio di questa brandizzazione). Spesso sono baretti o Trattorie con menù a poco, scelte semplici e vai via col sorriso.  Cercateli. 

Pizza al Trance nasce in un kebabbaro – uno spazio che la città attraversa senza abitare. Com’è arrivata questa scelta?

Nel 2018 abitavo al civico 56 di viale Monza, conoscevo quel posto da prima che prendesse il nome di Oliva, e si allargasse  Ho iniziato a fare i DJ set con il nome di DJ Buono in camera mia e li mandavo via mail a Fritto FM nel periodo in cui eravamo tutti costretti a stare in casa. Poi siamo stati liberati e la voglia di libertà era ancora più forte. Vivevo un po’ lo strazio del voler suonare ma nel profondo della mia timidezza sapevo che l’avrei fatto solo in un posto totalmente spoglio di sovrastruttura sociale. L’idea di poterlo fare lì l’ho tenuta dentro per diverso tempo, poi mi sono confrontata con un amico, uno dei ragazzi di Club Universo. Dopo un po’ cercavamo un posto in cui poter fare una festa, quindi è venuto quasi spontaneo provare a “debuttare” da Oliva. In un periodo in cui i posti per poter fare festa sono sempre meno e le dinamiche sempre più complicate in quella saletta stiamo riuscendo a portare quello che ci piace e a ritagliarci il nostro spazio in questa città. Grazie Latif.

Se non fosse stato un kebabbaro, dove? Esistono altri spazi a Milano capaci di reggere un gesto del genere?

Bisognerebbe chiedere in giro, magari ci sono ma non sono ancora stati scoperti. Non è tanto il kebabbaro in sé, poteva essere una pasticceria o altro, quanto la mentalità, la fiducia e l’apertura che abbiamo trovato lì dentro.

Musica e cibo insieme: come nasce questo incontro e in che modo si influenzano a vicenda?

Suonavo il violoncello, molto tempo fa, poi alle feste in casa ho iniziato a mixare, prima da YouTube, poi con la consolle. Il cibo invece c’è sempre stato. È il momento più carnale ed essenziale, come dicevi tu prima. Per anni le ho vissute come due mondi separati, poi ho capito che siamo noi a dividere le cose per abitudine, ma in realtà fare una ricetta e produrre una traccia o fare un DJ set ha la stessa logica: mescolare ingredienti, colori, consistenze. Per me è identico a costruire una traccia. A volte funziona, a volte no. A volte sembra immangiabile ed è buonissimo, altre volte sembra uno spettacolo ed è vuoto. Nel momento in cui ho deciso di voler prendere un po’ di coraggio ed emergere un filo di più è venuto spontaneo  DJ Buono. E il kebabbaro penso sia la dimensione che unisce i giovani della nostra generazione dal momento comfort notturno al pranzo easy. Almeno qui a Milano.