Diario di una presenzialista pentita

Come ho scoperto quanto sia bello NON FARE

Scritto da Martina Di Iorio il 5 marzo 2020
Aggiornato il 17 marzo 2020

Non voglio sembrare Silvio Pellico, questo non è il diario delle mie prigioni. Sono ancora libera di circolare sia ben chiaro. Ho solo deciso di scrivere l’esperienza della mia prima settimana da nuova creatura milanese. Una creatura che ridisegna tutta la sua quotidianità, un animale che diventa meno sociale più lento, meno esposto, più nascosto. Ho scritto qui come è cambiata la mia vita da quando questa emergenza è iniziata. Questo diario di una presenzialista pentita, forse, è anche un po’ il vostro.

GIORNO 1

Mi sveglio come tutte le mattine. Come milioni di persone in Italia accendo la radio mentre il caffè non viene su dalla moka e i biscotti sono finiti. Dannazione. Il lunedì mi ricorda automaticamente chi sono e cosa devo fare: doccia, metro, lavoro, mail, call, metro, casa. Questo mi fa dimenticare subito il weekend appena passato, perché tanto non è diverso dai precedenti. Ho bevuto un po’ troppo, mi sono fatta in quattro per raggiungere l’ennesima festa di qualche brand, non ne avevo voglia ma il mio sterile presenzialismo mi ha portato a esserci comunque. Questa è Milano, d’altronde.

In metro leggo meglio dei contagi: sono aumentati e le misure adottate dal Governo sono restrittive nell’ordine di evitare la diffusione del virus. Non presto attenzione alla cosa, ho sonno, devo sbrigare del lavoro, ho dimenticato la borsa della palestra a casa. “Faresti bene a prestare attenzione all’ordinanza. Vedrai che qui la vita cambia radicalmente”. Cosa vuol dire? Qualcuno mi spieghi come è possibile che mi venga vietato di andare a ballare, di stare a bere con i miei amici, di andare al cinema e a teatro. Non posso neanche andare a yoga, cazzo ingrasserò sicuramente.

Torno a casa in metro, mi dicono che sia meglio evitare i posti affollati. Siamo in pochi sulla linea verde, da Porta Genova a Loreto non sale quasi nessuno. L’ossimoro che vivo è questo, un piacevole senso di serenità e calma si mescola a un soffocato e ancora nascosto senso di paura.

GIORNO 2

Mi sveglio con la consapevolezza della situazione che stiamo vivendo. Ma soprattutto mi sveglio con calma, senza la sveglia che viene silenziata in continuazione, senza l’ansia di essere pronta e scattante. Rimango in pigiama, la mia colazione è più lenta, abbondante, perché ho ricomprato i biscotti al Conad. Quelli ci sono, il tonno è finito, pure la pasta. Rimangono le penne lisce, che fanno schifo a tutti.

Questo smartworking sembra una figata, a parte che il telefono suona mentre sei in doccia, sopra il bidet, mentri ti metti lo smalto. Non trovavo un minuto per farlo, almeno era quello di cui mi convincevo. Il tempo è dilazionato, questo mi fa sentire coinvolta e presente nella mia giornata, non rincorro minuti e secondi. Lavoro meglio pur lavorando meno.

Sono le 19:00 il mio cervello mi manda l’impulso di “bere”. Vado al Ghe Pensi Mi? Oppure mi spingo in Porta Venezia? Ricordo la voce di Beppe Sala che in conferenza stampa annuncia la chiusura dei locali di Milano dopo le 18. Le mie sicurezze vacillano. Whatsapp squilla: “Moriremo ma non di sete. Alle 20 a casa mia, portate da bere.” Così per un buon 10 minuti fioccano inviti casalinghi. Questa è la prima lezione di questi giorni di follia: il fattore umano vince su tutto. Anche l’alcolismo, mio e dei miei amici.

GIORNO 3

Mi sveglio in hangover, ma mi sveglio serena perché tanto la mia faccia la vedrà solo la mia coinquilina, in smartworking come me. Penso allo sforzo immane che avrei dovuto affrontare, recandomi a lavoro con cinque negroni ancora in corpo dalla serata precedente. A volte, siamo proprio degli eroi del quotidiano, senza accorgercene. O degli scemi. Leggo il giornale, squilla il telefono, amici e colleghi confermano la notizia: i bar di Milano riaprono dopo le 18 ma solo con servizio al tavolo. Gli eventi sono ancora bloccati. Sarà un rehab forzato? Sarà che lo Stato vince laddove i miei continui tentativi di detox falliscono? Ho i miei dubbi.

Mi annoio. Questa nuova e sconosciuta sensazione mi invita a riflettere sul concetto stesso di noia. Il mio egoismo, la mia voglia di irresponsabilità, il mio essere umano in senso stretto, sente legittimata la sacrosanta possibilità di non fare un bel niente nella città del fare. Milano non si ferma, dice un video del sindaco. Io sì.

Penso di riaccendere la tv. Non so neanche dove sia il telecomando. Scopro che mio fratello ha un account Netflix, io ne divento parassita. Mi rendo conto che non guardo un film da mesi, sempre in giro tra eventi, bar, locali. Ne scelgo uno a caso. Esperienza che tutto sommato posso replicare, in questi giorni di pura noia, che poi detto tra noi è l’espressione massima di libertà.

GIORNO 4

Dovrò pure farmi un giro. Milano è deserta, silenziosa e stranamente molto calda nonostante siamo a febbraio. Il Coronavirus è certo un problema, il cambiamento climatico pure. Godo a pieno di questa atmosfera surreale: poche macchine, poca gente, poco stress, in soldoni. Ragiono sui confini semantici della cosiddetta “dimensione d’uomo” e capisco che qui a Milano non c’è. Troppo veloci, troppo impegnati, troppo stressati, troppo di corsa. Siamo fatti per andar piano, siamo fatti per rallentare. Il virus mi ricorda che nelle situazioni di crisi riesce fuori l’uomo. Nella sua semplicità. E mi ricorda pure che il problema non è il lunedì, ma il capitalismo.

GIORNO 5

Venerdì. In generale la mia ansia da presenzialismo si mette in moto appena apro gli occhi. Dove vado, con chi vado, cosa indosso, cosa faccio. Invece rimango quieta, nel letto, perché tanto non c’è niente da fare. Neanche la ceretta, i saloni che frequento sono gestiti da cinesi e sono tutti chiusi. Prendo atto con serenità di questa nuova condizione: avere i peli. Me ne frego.

Oggi in programma avevo qualche serata in qualche club buio e martellante. Considero i benefici dello stare a casa: soldi risparmiati, neuroni risparmiati, sigarette non fumate, cocktail non bevuti. Penso comunque che non voglio rimanere sola e organizzo una cena a casa, tra pochi amici, quelli che veramente voglio vedere. Improvvisiamo un capodanno bis. Il Corona ferma Milano, ma non la nostra voglia di stare insieme. E poi miracolo, mi rimette ai fornelli.

GIORNO 6

È trascorsa quasi una settimana da quando non faccio, lasciatemelo dire, proprio niente. O meglio, niente di quello che la mia vita frenetica mi imponeva di fare. Non parlo con gli uffici stampa, non parlo con i PR, non mi sento in colpa se non vado in palestra, non corro da un parte a un’altra, non. Posso dirvi però cosa ho fatto: ho mangiato cose – orribili – cucinate con le mie mani, ho invitato amici a cena, ho mantenuto e incrementato i contatti solo con le persone che volevo veramente sentire e vedere, ho letto quel libro che avevo messo nel cassetto, ho smesso di fumare, ho respirato.

Non ho mai pensato che questa situazione sia quella ottimale in cui vivere. Sia ben chiaro, voglio tornare alla normalità come tutti e nel minor tempo possibile. Voglio poter andare a ballare, a mangiare a meno di un metro di distanza, a ordinare il mio cocktail preferito al bancone. Voglio poter stare fino a tardi per strada, poter decidere se andare a teatro o meno, vivere. Tutto questo ha solo portato a una considerazione sui ritmi che abbiamo, le priorità che ci diano giorno dopo giorno, molto spesso in automatico. Voglio dire: diamoci più spesso la possibilità di scegliere di NON FARE.

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