Diversamente Pusher – Pablito El Drito

Lo spaccio indipendente è etico

Scritto da Lucia Tozzi il 19 novembre 2019
Aggiornato il 3 dicembre 2019

Comincio con un altro libro, Works di Vitaliano Trevisan, in cui l’autore racconta tutti i lavori che ha fatto dall’adolescenza alla maturità di scrittore (tenendo conto della frase conclusiva che recita: “tutto ciò che potrebbe incriminarmi è frutto di invenzione”). Geometra, costruttore di barche a vela, lattoniere, magazziniere, e una sequenza incredibile di altri mestieri, tra cui lo spacciatore di acidi.
“A chi si chiede cosa c’entrino gli acidi con il lavoro, dirò che, contrariamente a quanto si crede, spacciare è un lavoro a tutti gli effetti. […] É un lavoro come tanti altri, un commercio che obbedisce alle stesse fottute regole di mercato. Nel nostro Paese, e anche in molti altri, solo la profonda e inestirpabile ipocrisia di stampo cristiano-cattolico che, fin dalla più tenera età, sclerotizza i cervelli della maggioranza, fa sì che talune sostanze siano bandite dal mercato, e altre, altrettanto devastanti, liberamente vendute. Il mercato però ha sempre obbedito solo a se stesso. Proibire la vendita e l’uso di una qualsiasi sostanza non ottiene altro effetto che costringere all’illegalità un mercato che comunque continuerà a esistere, con tutte le conseguenze del caso”.

Due o tre cocktail Martini ben fatti notoriamente producono una perdita di controllo più potente di due tiri di canna o di coca, ma il barista e il produttore di gin sono considerati persone normali o in certi casi piccoli eroi dello star system, mentre il pusher (o anche un coltivatore di maria in vaso) è il delinquente per antonomasia.
Ovviamente in molti casi lo è, perché il proibizionismo alimenta il mercato controllato dalla criminalità organizzata. Ma esiste un milieu di pusher indipendenti, che vendono acidi, pasticche, ketamina, MDMA, speed, oppio ed eventualmente erba e fumo, che riesce a restare fuori dal traffico mafioso, concentrato soprattutto sul monopolio di eroina e cocaina.

Proibire la vendita e l’uso di una qualsiasi sostanza non ottiene altro effetto che costringere all’illegalità un mercato che comunque continuerà a esistere, con tutte le conseguenze del caso

Pablito el Drito, storico attivista milanese autore di Once were ravers e Rave in Italy, ha dato voce a dodici storie di pusher appartenenti a questo universo variegato, fatto di sostanze, ambienti e mezzi in parte contigui, in parte completamente diversi tra loro, dagli ultimi sprazzi freak all’avanguardia hacker. Dal coltivatore diretto di erba, che arriva a manipolare gli incroci genetici per produrre le specie con un preciso equilibrio di alcaloidi, al Robin Hood dell’oppio, che ruba i papaveri nei campi spagnoli o cechi destinati a rifornire grandi multinazionali farmaceutiche come la Bayer, per rivendere la sostanza a prezzi onesti. Dal navigatore del darkweb, che compra in bitcoin e al tempo stesso diffida della parte capitalista dell’anarcocapitalismo, al piccolo dealer di speed che rifornisce una clientela composta soprattutto da medici e infermieri, passando dal piccolo chimico che impara a cucinare MDMA con l’olio di Sassofrasso.

Quasi tutti hanno cominciato a vendere le sostanze che consumavano, non a fini di lucro, ma per coprire le spese dei propri esperimenti. Poi qualcuno ne ha fatto un vero e proprio lavoro, mentre altri, magari vivendo una vita di squat, rave o di ritiro agreste a basso consumo, ha continuato ad autoprodurre o a “muovere” piccolissime quantità di sostanze, il minimo indispensabile. Ed essendo quantità poco ingombranti, la logistica si semplifica: è facile muoverle imboscandole nei condotti di aereazione dei furgoncini, nelle lettere postali, ma anche ingoiandole o infilandosele su per il culo, un classico.
Tutti rivendicano un alto standard etico, fondato su due elementi principali: il controllo sulla qualità della sostanza e la filiera produttiva e l’estraneità a circuiti violenti e mafiosi (qualche volta è possibile cogliere, in questa sorta di confessioni, persino una sfumatura razzista sui meridionali, simili ai messicani di Winslow ma in versione soft).

Tutti rivendicano un alto standard etico, fondato su due elementi principali: il controllo sulla qualità della sostanza e la filiera produttiva e l’estraneità a circuiti violenti e mafiosi

“Il rifornimento di speed funziona in maniera diversa da quello della coca, in cui arrivano bancali di merce mossi da mafie internazionali, servizi segreti, militari. I laboratori sono piccoli, spesso vengono smontati e rimontati, le quantità che producono sono anche molto diverse”. Gli indipendenti hanno clienti-amici, aficionados, o compagni di rave e feste, non anonimi, quindi non tagliano – se non il necessario per scongiurare pericolosi eccessi di purezza -, non rubano sul peso, non tirano pacchi, vendono a prezzi onesti. “Posso dire di essere stato etico, gentile ed elegante. Certe volte, se le droghe erano troppo buone, per evitare di tagliarle, spiegavo ai clienti come usarle. A momenti gli davo il libretto di istruzioni!”.

La piazza migliore in Italia è Milano: “il primo motivo è che c’è una richiesta di sostanze molto alta trasversale, sia nell’età che nelle categorie sociali. É una piazza molto più simile a Londra che a Napoli. Dagli avvocati ai muratori si fanno tutti le stesse droghe, più o meno”.
Quindi anche su questo fronte la città è l’avanguardia di una società che, come dice Pablito nell’intro, è sempre più drogata, dove l’addiction è una norma più che l’eccezione: “C’è chi ogni giorno fuma due pacchetti di sigarette, ingurgita cinque o dieci caffè e tracanna con nonchalance quattro Negroni. Chi la mattina va di antidepressivi e la sera di benzodiazepine. Chi assume Viagra o Cialis per migliorare le proprie performance sessuali. Chi fatica tutto il giorno e non vede l’ora di buttarsi sul divano con un joint in bocca. Chi si bomba di steroidi o anabolizzanti per diventare più muscoloso. Ci sono insospettabili impiegati che usano eroina da anni. Aviatori che volano per trentasei ore filate usando pillole up e poi, rientrati alla base, pillole down. Manager, ma pure artigiani, cuochi e baristi (nella mia esperienza i più accaniti) che si fanno di coca fin dal mattino, lavorano in maniera ossessiva per dodici-sedici ore e poi spengono il cervello sovraeccitato a suon di anseolitici”.
Il confine tra ciò che è più o meno dannoso, crea maggiore o minore dipendenza, è più o meno accettabile, è una delle cose più arbitrarie che esiste. Le leggi che regolano la materia, in aperta contraddizione con il buonsenso sociale ed economico, sono il frutto di battaglie simboliche e interessi non trasparenti. Urge una svolta antiproibizionista.

Contenuto pubblicato su ZeroMilano - 2019-12-01