El purtava i scarp de tennis

Jannacci come antidoto al conformismo globalizzato

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Scritto da Fabrizio Bellomo il 15 giugno 2019
Aggiornato il 16 giugno 2019

Andando e venendo, per meglio dirla: partendo da e ritornando a Milano, più volte l’anno. Svariate. La sensazione che inizia a emergere chiaramente nella nuova visione che sto lentamente ricostituendo nel mio immaginario sulla città – dopo aver abbandonato l’alloggio meneghino che mi ha ospitato qui per una buona quantità di anni – riguarda la prospettiva, palese ma allo stesso tempo per me nuova, del come in questa cittadina arrivino continuamente migliaia di giovani uomini e giovani donne, tutti ansiosi di essere forgiati secondo il modello internazionale che “l’unica città europea” Italiana può imprimere in loro. Nulla di nuovo: «Ma cosa credi? Che bastino tre mesi di Milano per distruggere trentadue anni di Maremma? […] La gente qui è allineata, coperta e bacchettata dal capitale nordico, e cammina sulla rotaia, inquadrata e rigida. […] Non è Italia qua è l’Europa, e l’Europa è stupida. Tanto più che la gente non è buona, non è aperta, anche se questo succede per colpa non sua, ma sempre, come ti dico sopra, per la presenza del capitale milanese…»: queste le parole – che leggo nel libro di Carlo Feltrinelli –, ritrovate fra i testi di colui che nei primi anni di fondazione della casa editrice, era a seguire la narrativa italiana nelle edizioni dell’economica: Luciano Bianciardi.

Il mio odierno punto di vista è tale da farmi apparire evidente come questa città abbia abbandonato le fabbriche delle “Vincenzine” così da produrre altra merce. Così da produrre e forgiare esseri umani. I più internazionali in terra italica – ma un po’ da tutta l’Europa mediterranea – si (forgiano) formano qui. Tutto questo appare evidente perdendosi negli slarghi sotterranei delle metropolitane e osservando le gestualità dei ventenni fuorisede assetati di conformismo globalizzato. La lezione di yoga, il pilates, l’opening, l’aperitivo: “abbiamo finito yoga e siamo venute a fare un aperitivo” mi racconta una conoscente barese trentenne che incontro casualmente in via Sarpi. Inevitabile pensare a Montanelli e al suo discorso sull’omologazione dettata su Tirana (durante l’occupazione fascista negli anni 30) dagli stili di vita occidentali che tuttora riecheggiano nella capitale albanese attraverso gli sguardi degli architetti italiani che ne stanno ridisegnando le forme: lui, Montanelli – che sull’omologazione aveva idee “pasoliniane” – va rammentato, parlava di tè, di baciamano, del parlare compito, del bacio alla francese; qui si ciancia di yoga e aperitivo, e forse di sesso anale: il discorso sull’omologazione è il medesimo, cambiano semmai gli stilemi, gli ammennicoli un tempo meno newyorkesi e più parigini, forse. Tutte le città oggi vogliono essere delle piccole o grandi New York, tutte. Tutte vogliono avere quelle zone di ristoranti etnici un tempo rintracciabili a Nuova York (già Nuova Amsterdam) o nelle capitali dei paesi più coloniali, come appunto nella stessa Amsterdam. Oggi in tutte le città, anche nelle piccole cittadine della provincia italiana, è possibile imbattersi in isolati dove il vero prodotto in vendita risulta essere proprio questa multi-etnicità. Passare in pochi passi dalla possibilità di assaporare del poke hawaiano al croque-monsieur francese al mezcal messicano. Ad avere spazio ci sarebbe da divertirsi sugli abbinamenti.

Il mio odierno punto di vista è tale da farmi apparire evidente come questa città abbia abbandonato le fabbriche così da produrre altra merce. Così da produrre e forgiare esseri umani

A causa della mia età – tocca iniziare a rivedersi nei ventenni incontrati in metro – nelle pulsioni simili alle mie quando giunto qui da Bari nel 2000, nella stessa voglia di sprovincializzarsi che probabilmente avevo anche io allora. Quasi mi viene voglia di intervenire, di dire loro di stare attenti a inseguire quest’eldorado internazionalizzante di cui in molti siamo stati – anche se solo a tratti – vittime e carnefici. Ma cosa ne posso sapere io, proprio io che l’altro giorno durante una lezione con i miei studenti baresi ho dovuto constatare come uno di loro, fra i meno brillanti, abbia un ingiustificato seguito social con più di centomila persone, centomila, le quali vengono informate ogni qual volta questo posti le sue “cosine”. Provare quindi un po’ di tenerezza per me stesso, a quel punto è stato inevitabile: cosa dovrei insegnare loro io in questo mondo? Sai, io potrei insegnarti come non avere successo o come non piacere agli altri o come farti prendere sulle palle in nome di uno spiccato senso critico sul circostante, capace di farti conservare la tua individualità e le tue particolarità così da non omologarti al gusto dominante, che ne dici?

“La verità è che voi intellettuali non ci state a capì più un cazzo! Ma, da mo…”: sono le parole spese con sarcastica ferocia da Fantastichini mentre interpreta un arricchito e coatto romano “dirimpettaio di villa al mare” della famigliola allargata – rappresentante dell’intellighenzia di sinistra, con a capo famiglia un altrettanto meraviglioso Silvio Orlando. Il quale, accusando il colpo, non può far altro che rimanere in silenzio. Tacere. Probabilmente il mio studente è già più che pronto per il possibile trasferimento milanese, mentre io non lo sono mai stato né mai lo sarò, mentre continuo ad andare e a venire – ad andare e a venire -, a essere attratto da questo modello di uomo contemporaneo che viaggia in alta velocità e prende mille aeroplani sviluppando una rete internazionale di relazioni (per quanto di aerei non ne prendo da più di dieci anni) e regolarmente a dover assecondare il sentimento che, riemergendo più forte del resto, mi costringe ad abbandonare tutto ciò, e a rifuggire in luoghi più sanamente disorganizzati, al Sud, nei Balcani. A prendere regionali e traghetti zozzi in cui però sentirsi profondamente più felice. Mi sentivo più felice, il passato è d’obbligo, perché la sensazione recente riguarda l’uniformità degli stili di vita, oggi sempre più globali ovunque: d’altronde se lo stesso Jovanotti cantava versi del genere già anni fa, non sto dicendo proprio nulla di nuovo: “dogane e pizzerie sempre più uguali più si va lontano”.

Ma allora come si può non elogiare proprio quel Jannacci della Vincenzina che vuole bene alla fabbrica, quel Jannacci che prediligeva proprio il dialetto nella città – già – più europea d’Italia

Ma allora come si può non elogiare proprio quel Jannacci della Vincenzina che vuole bene alla fabbrica, quel Jannacci che prediligeva proprio il dialetto nella città – già – più europea d’Italia, lui che prediligeva nel suo lessico quelle storielle di quartiere (dall’Idroscalo all’Ortica) e quel dialetto, così da perdere – come riverbera dalla TV Teo Teocoli intervistato dalla Venier – delle possibilità di carriera, pur di rimanere fedele a ciò che lo faceva star meglio, fare il cantastorie dialettale di questa città così oppressa dal capitale – mimetizzatosi pure in un bosco (verticale). Così oppressa dal capitale… mi ricordo della sciura Lina di via Villoresi, aveva cucinato una vita per studenti e operai – come sempre fra i più squattrinati, per passare poi le ultime vacanze della sua esistenza a Dubai, nell’umida e calda Dubai, cosa mai ci avrà trovato in quel luogo se non un’auto-affermazione scaturita dalla possibilità di utilizzare finalmente quel capitale accumulato? Non lo so.

Contenuto pubblicato su ZeroMilano - 2019-06-16