L’allegoria (2.0) della morte di Enzo Mari

Il gioco dell'ideologia e il senso profondo di un orso nero

Scritto da Giada Biaggi il 19 ottobre 2020
Aggiornato il 20 ottobre 2020

Non dico una grande verità se scrivo che è sempre molto complesso aggregare delle parole dopo la morte di qualcuno; fare un sum-up della vita di un grande in un articolo che necessariamente è una forma testuale espressiva contratta e dal valore perlopiù informativo è un qualcosa di arrogante, ma di necessario. Spesso il tutto si riduce a una cronistoria arbitraria e inutile che difficilmente ci restituisce l’anima di colui che si è appena ricongiunto all’universo. La scomparsa avvenuta oggi di Enzo Mari ha un che di tragicomico nel timing; e, sia chiaro, mi permetto di usare quest’aggettivo perché, con una certa arroganza del pensiero ora sì, credo che anche lui l’avrebbe epitetata così; mentre, infatti, gli è dedicata una grande personale in Triennale con la curatela di Hans Ulrich Obrist –  Mari che in una sovrascrittura mediatica iper-contingente è diventato ulteriormente notiziabile per la sua morte; una morte che, in un senso quasi heiddegeriano, ci ricorda la liminalità tra lo stare e l’esser-ci, tra il prefisso post e il latinismo mortem, tra il mostrare e l’essere mostrati.

Una morte che, in un senso quasi heiddegeriano, ci ricorda la liminalità  tra il mostrare e l’essere mostrati

Vorrei quindi ricordarlo in maniera onirica, senza date; attraverso alcune sue opere che quando ho visto per la prima volta eposte in musei piuttosto che nei libri durante gli anni universitari o di cui mi sono arrivati dei riverberi digitali attraverso delle ricerche randomiche su Google mi hanno aperto la mente su nuove possibili organizzazioni gestaltiche della bellezza nel mondo. Mari per me è la Sedia Tonietta in tutti suoi 95 colori, è la falce e martello tagliata in 48 pezzi ed esposta alla Biennale di Venezia del 1977, è l’ Allegoria della Morte, composta da tre moduli di terra smossa con tre lapidi contrassegnate dalla Croce, dalla Falce e Martello, e dalla Svastica – le due prime tombe sono deserte, ma quella della Svastica, al centro, diventa un’ autostrada, invasa da modellini di automobili. I conigli, Mari per me è un uomo che amava i conigli, sì. Troviamo il coniglio sulla copertina de Il gioco delle favole (Corraini Edizioni); un libro da comporre e scomporre dove le pagine sono tavole a incastro che danno vita a storie infinite. Ci sono poi le opere create negli anni con Danese; i puzzle di legno con gli animali della giungla, le stampe serigrafiche de “La Serie della Natura” raffiguranti oche, mele e pere e poi c’è anche quella del 1965 dell’orso nero. Tra le mille cose Mari è stato anche uno dei padri dell’arte cinetica, ma quello che rimane di lui oggi, almeno nella mia mente, sono gli occhi gialli di quell’orso, stanco e bidimensionale, che stava fermo e che già negli anni Sessanta aveva capito tutto.

Mari è la Sedia Tonietta in tutti suoi 95 colori, è la falce e martello tagliata in 48 pezzi ed esposta alla Biennale di Venezia del 1977; ma anche uno zoofilo che amava i conigli. E gli orsi neri