Fiori Queer

Natura e rappresentazione della comunità LGBTQIA+

Scritto da Giovanni Morisi il 26 giugno 2021
Aggiornato il 8 luglio 2021

Olivia Brusca

Foto di Gaia Barzocchi

La bandiera arcobaleno nacque nel 1978 per mano di Gilbert Baker, artista e attivista per i diritti della comunità gay, che comprese la necessità di trovare un nuovo simbolo sotto cui riunire la comunità queer. All’epoca gli attivisti utilizzavano il triangolo rosa, rifacendosi al pezzo di tessuto che gli omosessuali erano costretti a indossare nei campi di concentramento, in memoria dei fratelli e delle sorelle caduti sotto l’ideologia nazista. Ma dopo quasi 30 anni, Baker e la sua macchina da cucire unirono 8 pezzi di stoffa per offrire ai suoi compagni «Qualcosa di bello, qualcosa che venisse da noi e non che era stato messo su di noi».

Pensate ai fiori: da sempre emblemi della discussione sull’orientamento sessuale e sulla gender identity.

Rosa, rosso, arancione, giallo, verde, turchese, blu, viola. Per Baker: sessualità, vita, salute, luce del sole, natura, magia e arte, serenità, spirito. Ma a pensare al verde della natura, tra tutte le sue rappresentazioni, viene piuttosto da pensare ai fiori: da sempre emblemi della discussione sull’orientamento sessuale e sulla gender identity. Basta ricordarsi dell’ultima edizione di Sanremo e all’imbarazzo di Ibra nel riceverne un mazzo da Fiorello. Un atto di cortesia disorganico per un macho di due metri, e un momento televisivo a cui le perfomer hanno risposto regalando alle controparti maschili il bouquet sanremese, un gesto di rivendicazione della parità di genere. La rappresentante di lista lo ha diviso con tutta la sua band, tra cui Dario Mangiaracina; Francesca Michielin lo ha passato a Fedez; Victoria dei Maneskin a Manuel Agnelli; Arisa a Michele Bravi.

Ma torniamo indietro nel tempo, ripercorrendo la storia della comunità LGBTQIA+ attraverso il regno vegetale, accompagnati da Olivia Brusca, flower designer ed event planner.

Solanum plastisexum – Martine & McDonnell
Saffo – Museo Archeologico di Napoli

Solanum plastisexum
Quasi l’85% dei milioni di piante sulla Terra hanno fiori con organi sia maschili che femminili quando sbocciano. Ma il Solanum plastisexum, pianta australiana cugina della melanzana, ha la capacità di cambiare il suo sesso diverse volte nel corso della sua vita. Un fiore decisamente gender fluid.

Amaranto
Niente di ufficiale, ma su Reddit la comunità asessuale si sta confrontando su quale fiore possa diventare il loro simbolo. La prima proposta è l’amaranto, presente nella mitologia greco-romana. Gli antichi greci si riferivano a una pianta simile al crisantemo, oggi perduta, associata al culto di Artemide, la divinità libera dalle costruzioni sociali della sessualità.

Lavanda
Le tonalità violacee sono da sempre legate alla comunità queer. Negli anni ‘20, la lavanda divenne il fiore associato a chi dimostrava di avere un’identità sessuale non binaria. Per esempio, la poesia umoristica “Lavender cowboy” di Harold Hersey raccontava di un uomo con solo “due peli sul petto” e dal profumo di lavanda, che voleva diventare un eroe. Dopo un periodo di ironia, negli anni ‘50 il colore è stato usato per descrivere la caccia agli omosessuali con cariche amministrative, la “Lavender menace”, attuata dal governo statunitense. Il riscatto avvenne negli anni ‘70, quando il movimento femminista lottò per i diritti civili delle donne lesbiche.

Lavander Menace – Diana Davies

Garofano verde
Nel 1892, Oscar Wilde chiese a un gruppo di suoi amici di indossare un garofano verde alla prima della sua commedia “Il ventaglio di Lady Windermere”. In quel momento diventò un simbolo della relazione omosessuale, tanto che due anni dopo, col nome del fiore, fu pubblicata in forma anonima l’opera “The Green Carnation”, che descriveva la relazione tra lo scrittore e Lord Alfred Douglas, il celeberrimo “Bosie”. In Italia, il garofano wildiano ritorna nel 1960, quando il Giornale di Brescia aprì l’inchiesta “balletti verdi”, che indagava e attaccava gli ambienti gay nella città lombarda.

Oscar Wilde

Violetta
Saffo utilizzò frequentemente riferimenti naturali per descrivere le sue relazioni. Tra i passi più celebri, l’intellettuale greca scrive della sua amante coronata di fiori: «Sai quanto ti ho amata. / Se mai tu lo dimenticassi, sempre / io ricorderò i bei momenti che vivemmo. / Quando di corone di viole / e di rose e di croco, accanto a me / ti cingevi il capo gentile, / e mettevi intorno al collo / ghirlande intrecciate di fiori».

 

Per chiudere, qualche consiglio per un bouquet floreale all’insegna di “love is love”:
– Fiori freschi di stagione: supporta l’economia del mercato locale, abbatte l’inquinamento atmosferico, permette maggior durata del fiore.
– Forbici giuste: il taglio corretto permette una buona idratazione.
– Forme, colori e grandezze: l’armonia è parte della composizione.
– Nastro di chiusura: attenzione allo spessore, al tessuto e al colore.

Una volta scelti i fiori, basta disporli in maniera ordinata sul banco da lavoro e disporre i gambi cercando di creare una spirale, per evitare che i gambi si intreccino e si spezzino. Con l’aiuto di uno specchio, è più facile capire dove inserirli. Una volta terminato, non resterà altro che avvolgerlo in un bel tessuto o carta. E donarlo alla persona che amiamo. Come una volta.