I racconti di Terraforma

5 esperienze diverse vissute a Terraforma e una storia di chi non è stato al festival ma se lo immagina

Scritto da Emanuele Zagor Treppiedi il 28 giugno 2015
Aggiornato il 30 luglio 2015

Terraforma è un festival diverso dagli altri festival italiani che conosciamo. C’è sì una line up importante e ben pensata, ma molti dei nomi in cartellone sono conosciuti solo a una nicchia di persone appassionate. Il fascino del festival e la sua unicità sono dettati dai diversi modi con cui lo puoi vivere anche perché il festival si svolge in uno spazio incantevole: Villa Arconati. Una villa storica ai confini di Milano, dalle facciate in stile barocchetto lombardo, che ha un parco di enorme in cui viene attrezzata un’area campeggio. Ci si può focalizzare solo sulla musica dei dj set e dei live, ma ci si può anche immergere nel verde del bosco, annullarsi sull’erba a non pensare, a vedere l’alternasi della giorno e della notte o farsi trasportare altrove dalla musica, socializzare nel camping o ammirare la Villa con le visite guidate. Si può essere tra la gente o stare da soli, si può stare al ritmo frenetico delle strobo o a quello più rallentato della natura.

Per tutti questi aspetti abbiamo deciso che la cosa più interessante, oltre alla musica, fossero i racconti di chi ha partecipato al festival, ma anche di chi non c’è mai stato e se lo immagina.

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Lo sguardo di un’altra generazione: il racconto di Luca

Solo il centinaio e più di macchine in quel parcheggio in mezzo alla campagna mi ha fatto capire che il posto era quello: Villa Arconati, una specie di piccola reggia di Caserta vicino a Milano, un gioiello di architettura settecentesca, ancora più affascinante per il suo aspetto decadente e il suo magico parco, con tanto di viali, sentieri e radure. Il posto ideale per un festival mozartiano. Invece no. Era quello il set che Threes aveva scelto per la prima edizione di Terraforma, festival di musica elettronica: era lì, in quel contesto incantato, tra quegli alberi secolari, che avrei sentito quali magie elettroniche Donato Dozzy sarebbe riuscito a cavare dai suoi sintetizzatori. Era per Voices from the Lake che ero venuto. Lasciandomi la villa alle spalle, mi sono addentrato nel parco seguendo un viale nel bosco. Una luce viola e verde in lontananza, dei discreti led, e più che una musica, un battito regolare che ritmava il passo nel buio.

quel parco, con le sue linfe e i suoi spazi, i suoi giochi di luce e i suoi alberi ad alto fusto, era il posto giusto per esaltare l’idea stessa di ritmo

Magico crescendo, finché d’un tratto ecco la luce esplodere in una radura affollata da centinaia di persone super cool: la luce era quella del palco a piramide, e la musica, inconfondibile, era quella che Dozzy, ancora una volta, aveva rubato su Marte e portato sul pianeta Terra, proprio lì, a Villa Arconati, località Bollate. Sono state quelle modulazioni, insistenti a bassa frequenza, che mi hanno fatto capire che la scommessa di Threes era vinta: che quel parco, con le sue linfe e i suoi spazi, i suoi giochi di luce e i suoi alberi ad alto fusto, era il posto giusto per esaltare l’idea stessa di ritmo. Allora ho capito come natura e tecnica, elettronica e musica, alberi e sintetizzatori, linfe vegetali e onde musicali potessero dar luogo ad uno stupefacente dialogo. Bastava ascoltare la progressione finale delle percussioni nel live set di Dozzy, incastonato di citazioni alla Demetrio Stratos, per capire che era nata una nuova idea di ascolto, e che era stata forse scoperta una nuova funzione del sintonizzatore: mettere l’ascoltatore in sintonia con i ritmi vitali di se stesso e di tutti coloro che, in quell’istante, stanno vivendo la tua stessa, straordinaria, esperienza.

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Lo sguardo di chi lavora con le immagini e il suono: il racconto di Ignazio

È passato quasi un anno e le immagini che mi ritornano dell’esperienza di quei giorni sono fissate più sulla superficie degli occhi e sull’epidermide delle mani che nella memoria, come se quelle visioni fossero composte di materia pulviscolare. Terraforma nasce e si differenzia da altri festival proprio per questa sua capacità, creare un’esperienza fisica, ambientale. Sembra che qualcuno avesse avuto un’intenzione chiarissima, quella di costruire attraverso il suono un nuovo sistema di coordinamento spaziale capace di orientare l’uomo nella natura. La musica è stata un catalizzatore ed attraverso il rito della danza ha accelerato la crescita esponenziale di questa iper-sensibilizzazione corporea, tutta compressa in 3 giorni, 72 lunghissime ore, la durata di un esperimento, il tempo necessario a comprendere una possibilità altra. Saltando prendiamo coscienza del nostro peso e dell’attrazione del nucleo ferroso della Terra, possediamo il suolo su cui camminiamo nel momento in cui i nostri piedi se ne separano, ci sentiamo satelliti di un pianeta che ci scorre sotto e contemporaneamente alberi con le radici affondate nel suo sottosuolo.

Sembra che qualcuno avesse avuto un’intenzione chiarissima, quella di costruire attraverso il suono un nuovo sistema di coordinamento spaziale capace di orientare l’uomo nella natura

La sensazione di inseguire il suono ed immergervisi, oppure allontanarsene e farlo piano piano svanire, pensare il suono come uno spazio organico e vivo, l’animismo di una meccanica analogica comandata da un palco/stanza che emette attraverso colonne di casse un respiro, un soffio pesante che attraversa le pance e accarezza i capelli liquefacendosi poi tra le cime degli alti olmi. La natura ai miei occhi non è mai stata così cangiante, così nuova, così sensibile. Il suono di Terraforma ha qualcosa di primordiale e futuribile insieme, perché parla di noi, perché è organico e concettuale, perché non fa differenza tra noi ed un albero.

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Lo sguardo di chi, affascinato dal progetto, ha contribuito economicamente: il racconto di Filippo

Quando Ruggero, Alberto e Dario, seduti sul pavimento di casa mia mi hanno parlato del progetto Terraforma, ho pensato: che figata! Ma non del tipo leggero, come una festa qualsiasi. Il termine figata tradisce piuttosto un uso dell’italiano poco sviluppato da parte mia quando ho bevuto un whisky di troppo. Rimane invece lo stimolo che ha fatto scaturire il mio entusiasmo: una festa, sì, ma anche un gesto civico, quasi politico, di persone che amano la propria città e che si attivano per lei. Un gesto che diventa comunitario e che attraverso musica, cibo, natura, sorrisi e danze risveglia la capacità di abitare uno spazio bello e dimenticato, in cui bosco e architettura, suoni naturali e suoni elettronici, si uniscono e si rispecchiano negli occhi felici di centinaia di persone tutte insieme nello stesso momento.

un autentico atto civico, come fare la raccolta differenziata o pagare il biglietto del tram

La musica e la danza dei terraformers sono strumento di riflessione, il palco e il bar di legno riportano l’estetica a funzionalità sostenibile. Terraforma è la rinascita di una generazione che si riprende quello che le spetta, senza protesta ma con proposte, senza violenza ma con idee. Con azione, con fatica. E di nuovo: con il rifiuto del paternalismo di chi crede di insegnare il bello dall’alto, e con la rivendicazione, invece, del divertimento intelligente come dialogo e presa di coscienza. Non è poi solo la struttura del festival che colpisce – i volontari, la ricerca di sponsor non invasivi, le strutture perfettamente contestualizzate nel parco – ma il contenuto: una lineup stratosferica, che non vuole essere ridotta a un pacchetto da rave qualunque. La qualità, insomma, è qualcosa che pervade tutto il festival, dai partecipanti, agli artisti, ai lavoratori. È per questo che ho deciso di contribuire all’acquisto del legno per le strutture che hanno terraformato il bosco di Villa Arconati: mai mi sarei aspettato che avrei vissuto la rinuncia a trecento birre per contribuire, nel mio piccolo, a un autentico atto civico – come fare la raccolta differenziata o pagare il biglietto del tram. Mai mi sarei aspettato che avrei vissuto tre giorni di festa come politica, e come risveglio del mio amore per la mia città. E poi… che musica!

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Lo sguardo di chi si è impegnato alla riuscita del festival come volontario: il racconto di Virginia

Quando ho scoperto che c’era la possibilità di essere volontaria a Terraforma, mi sono fiondata senza scrupolo. Poter partecipare attivamente alla creazione di un progetto in cui la musica è posta in una prospettiva così innovativa e intelligente, mi sembrava cosa giusta e divertente. Discorsi profondi riguardo al ruolo sociopoliticoculturale della musica e di come Terraforma sia riuscito perfettamente a dare “risonanza” a questo tipo di riflessione, ne sono stati fatti in abbondanza. Passiamo piuttosto dietro le quinte, in che cosa consiste veramente essere volontaria a Terraforma? Isteria? Disorganizzazione? Last minute call? Risolvere una peripezia d’amore tra un dj e la sua fidanzata che se no il volo da Berlino non lo prende? Certo. C’è tutto questo. Ma fare la volontaria significa anche trovarsi a fare colazione tra un gladiatore libanese e due simpatici romani che tirandosi uova a vicenda si prendono in giro amabilmente. Come vi chiamate? Rabih, Donato e Neel.. Ah! Mi era giunta una voce dal lago della loro presenz… Bene, finito il primo giro di chiamate e trasporti, sei pronta a portare tutti a destinazione, ma ecco che spunta un francesino dal naso e gli stivali appuntiti che mi chiede aiuto per la ricerca di scatole di sigari. Ma che ci devi fare? Devo costruire delle drumm machines per il workshop in mezzo al bosco, ah! Deve essere quell’illuminato di Pierre Bastienne! Prometto che dopo aver accompagnato Heatsick all’aereoporto, gli vado a trovare tutte le scatole che vuole.

in che cosa consiste veramente essere volontaria a Terraforma? Isteria? Disorganizzazione? Last minute call? Risolvere una peripezia d’amore tra un dj e la sua fidanzata che se no il volo da Berlino non lo prende

Ma aspetta, chi è che si nasconde lì dietro la barba di Morphosis? Imperturbabile, glaciale direi! Vestito militare con marsupio a tracolla, dritto come uno spillo, pronto per una spedizione su Marte c’è Burnt Friedman che mangia la sua banana. Artista eccezionale, non ha mai bisogno di niente. Fare la volontaria significa anche assecondare, nel limite del giusto e possibile, i desideri degli artisti, ma essere sicuri al cento per cento che siano presenti e sani all’ora della performance… ma dov’è finito Dead Beat? Lo trovo per un pelo in nuvolo di signorine con Gin Tonic in una mano e una canna nell’altra. Thank’s bebe! Si ti ringrazierà dopo, di averlo salvato mentre te lo porti sbronzo in spalla. Per fortuna che c’è Tikiman, che con un sorriso dolcissimo, ti assorbe nei racconti delle sue avventure nei Caraibi. Si aiuta, si corre, si rincorre e si urla a Terraforma ma si fanno anche degli incontri meravigliosi con personaggi come Thomas Fhelmann che tra le fronde di quel bosco incantato esprimono il loro genuino entusiasmo per quello che gli sembra un progetto d’eccellenza. Si aiutano giovani olandesi, francesi, inglesi, giapponesi a trovare i bagni e i chiodi per le tende, ma soprattutto, si ascolta la musica più interessante che la scena internazionale ha da offrire oggi. Volontari quest’anno?

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Lo sguardo di chi si immagina paesaggi futuri: il racconto della paesaggista Irene

Aprire una porzione di un parco storico non più agibile da anni per realizzarvi un festival musicale con annessi contenuti culturali studiati ad hoc, mai banali, il più sostenibile possibile per la Natura e che coinvolga studenti e idee giovani nella sua realizzazione e chiunque abbia a cuore la musica e l’ambiente. Un progetto di cui volevo essere parte, etico e profondo, pieno di buona volontà e intenti sinceri: è la prima cosa che ho pensato quando Ruggero di Threes mi ha spiegato cos’era Terraforma, allora in pieno cantiere.

il parco accoglie, il suo equilibrio si fonda sul selvaggio e il classico, qualcosa a cui siamo predisposti culturalmente

Il basso impatto ambientale, il dialogo con i luoghi e il lavoro per recuperarli e dargli nuovo valore, il tutto fatto il più possibile in maniera partecipata, sono obbiettivi che condivido anche io nella mia vita privata e professionale. Sono andata a Villa Arconati per capire cosa fare: il parco accoglie, il suo equilibrio si fonda sul selvaggio e il classico, qualcosa a cui siamo predisposti culturalmente. Ho sentito bene i luoghi, ho osservato la luce muoversi e ho scelto un mio luogo per esserci. Ho realizzato l’installazione di fili, che che è ancora lì, e che per me è un tributo a quella piccola radura, in cui giocare con la luce. Questo festival io lo sento, ancora più che parteciparlo, la sua forma è quella della Terra, da lì parte il suo suono e si apre fino al cielo attraverso delle onde, scorre vivo. Vedo in Terraforma un’esperienza molto profonda e anche un po’ introspettiva, oltre che un bel momento d’incontro e di condivisione con chi ha capito tutti i suoi intenti.

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Lo sguardo di chi non è stato stato al festival: il racconto di Andrea che si immagina Terraforma

Gli dei greci si annoiavano. Per niente piacevole erano le ore d’ozio sul monte Olimpo, quasi come aspettare alla stazione un autobus che non arriva, dicevano. Dovevano ingegnarsi per ammazzare la giornata, così girovagando per il Mediterraneo importunavano belle fanciulle o lanciavano scommesse fine a se stesse, se poi ci scappava un uomo toro o qualche altra porcheria non era certo un loro problema. Tra le tante divinità una si annoiava più degli altri, il suo campo d’azione era ancora sconosciuto e di conseguenza nessuno al mondo praticava culti a suo nome, nessuno possedeva, ne tanto meno venerava, una sua effige. Stiamo parlando di Diaton, dio della musica elettronica. Non vi sono tracce della sua esistenza, le fonti mitologiche non si soffermano sulle sue avventure, questo è ovvio, la sua azione non poteva essere percepita al tempo e neppure io l’avrei colta se non avesse scelto di possedermi in un’incarnazione mistica avvenuta nei primi giorni di giugno nella campagna della provincia lombarda. La sua storia è molto semplice. Al tempo in cui gli dei scorrazzavano per il mondo lui non poteva che intrattenersi in compagnia di qualche oracolo spendendo i suoi pomeriggi in esperienze caotiche e primordiali. Niente musica ancora, ne tanto meno cocktail, visti come veleni al dispetto della ridente uva che il compagno Bacco proponeva alle antiche genti.

pochi erano quelli che si erano fatti possedere e a cui Diaton aveva permesso una reale dimensione esperienziale ed ora, al Terraforma, dove è avvenuta la sua rincarnazione il progetto di Diaton prende vita…

Poi successe che con il progresso gli uomini potevano raggiungere le alture degli Dei e avrebbero potuto trasformare il loro purgatorio in un parco tematico. Inoltre un Dio uomo, un certo Gesù Cristo, aveva provocato un’irrimediabile calo nell’affluenza ai templi. L’assenza di fedeli li stava indebolendo, con le energie rimaste dovevano trasferirsi lontano, tutti, senza eccezioni si sarebbero uniti per lanciarsi in un eterno viaggio cosmico fatto di pura conoscenza. Così fecero, dimenticandosi però della presenza di Diaton, che da secoli privo di energia giaceva nelle profondità di una grotta di tufo. Lì sarebbe rimasto in eterno se un alchimista in cerca di materiali non fosse inciampato sul suo corpo. Le sue pozioni funzionarono, risvegliarono il Dio dal suo sonno e gli ridiedero la parola. Era ancora debole, poteva essere solo mantenuto in vita, così fece l’alchimista, poi il suo erede e infine la società illuministica che temendo la degenerazione del suo verbo lo rinchiusero in una gabbia gettata in fondo al mare. Poi il visionario Thaddeus Cahill, devoto di Diaton, diede vita a inizio Novecento al thelharmonium è il primo strumento elettronico. Anni quaranta l’avanguardia musicale, la musica concreta, Luc Ferrari. Il post punk, The Crash Course in Science i Throbbling Gristle. Una nicchia sempre più grande del mondo l’ha scoperto e sente la sua energia crescere… gli anni ottanta e Detroit i rave party e la gente drogata male e tanti party ma pochi, pochi erano quelli che si erano fatti possedere e a cui Diaton aveva permesso una reale dimensione esperienziale ed ora, al Terraforma, dove è avvenuta la sua rincarnazione il progetto di Diaton prende vita…. ‘Oh bello ti alzi dalla tenda sono le tre..’ ‘Che..che.. io sono …‘ ‘Che robe dici? Stai ancora fatto da ieri bello..’ ‘ No no sto bene adesso esco è solo che..’Cosa? Dai svegliati già suonano.. si no è che tipo.. credo che il terraforma boh abbia una dimensione esperienziale e che..’ dai non dire cazzate bello muoviti’ si niente arrivo mi lavo i piedi e arrivo..’