I vini del Live Wine

Tra cosmocultura e vini anarchici una piccola guida per affrontare il Live Wine

Scritto da Martina Di Iorio il 10 febbraio 2019
Aggiornato il 5 marzo 2019

Quando si entra in una grande manifestazione come il Live Wine – dal 3 al 4 marzo a Palazzo del Ghiaccio – si viene sempre sopraffatti da strane convulsioni. Nello specifico la convulsione a cui mi riferisco è quella che risponde alla domanda: “Da cosa inizio?”. Destreggiarsi tra gli oltre 100 produttori non è cosa semplice. Se non si vuole rischiare il coma etilico, se non si vuole rischiare di andare completamente alla cieca, vi consigliamo di lasciarvi guidare da noi attraverso questa piccola, ma curiosa selezione di etichette che – senza assolutamente togliere nulla alle altre – meritano una sosta, anche due.

Che voi siate curiosi del vino naturale alle prime armi, oppure appassionati e ferventi crociati di fermentazioni spontanee, macerazioni infinite e lieviti autoctoni e indigeni, poco importa. Qui abbiamo scelto alcune cantine che ci hanno incuriosito per diversi fattori. Chi pratica la cosmocultura (no, non è una religione dedicata a Cosmo di Ivrea), coltivando le vigne secondo i flussi energetici della terra, chi riscopre vigne centenarie ormai dimenticate dall’enologia moderna, chi rifiuta l’etichetta DOC perché troppo burocratica e dispendiosa, ecco una piccola guida per iniziare. Senza dimenticare di fermarsi ad ogni stand.

Luca Francesconi – Josef

“Vigne antiche e dimenticate dalla viticoltura tradizionale, coltivate eroicamente in una zona impervia e difficile da raggiungere”

Quella di Josef è una storia recente, la cantina nasce nel 2014 – alle spalle di Peschiera del Garda – dall’idea di prendere in affitto inizialmente vecchie vigne e moltiplicare vecchi cloni di varietà tradizionali del Garda e delle Colline Moreniche, quasi dimenticate e bistrattate dai metodi convenzionali. Sono piccole particelle poste spesso in zone impervie e difficili da raggiungere (la famosa viticoltura eroica) e le piante si collocano in un arco di tempo che va dal 1922 al 1960.

Luca ha iniziato il suo percorso di vignaiolo nei primi anni Duemila in una cantina sociale con l’idea di arrivare ad avere un giorno un’azienda agricola tutta sua. Laureato in storia dell’arte e alla domanda se c’è qualcosa della sua formazione che ha portato nel suo lavoro di vignaiolo, risponde: “Sicuramente la sensibilità e una certa apertura mentale, ma soprattutto un’idea di avanguardia culturale. “Per Luca fare vino è qualcosa che va oltre la pratica agricola, è un atto culturale e sociale, a volte di rottura esattamente come l’arte.

Domaine Viret

“La cosmocultura è una pratica agricola biodinamica che persegue il raggiungimento dell’equilibrio e dell’armonia fra tutte le energie dell’ecosistema”

Domaine Viret si trova a Saint-Maurice sur Eygues nel dipartimento del Drôme (valle del Rodano meridionale, Francia), dal 1990 lavora secondo i principi della cosmocultura, di cui Philippe e Alain Viret sono stati due precursori. Cosmocultura? No, non è una nuova religione dedicata al cantate di Ivrea, ma si tratta di una pratica agricola biodinamica che persegue il raggiungimento dell’equilibrio e dell’armonia fra tutte le energie dell’ecosistema.

I Viret hanno costruito la loro cantina come una sorta di cattedrale (si, tutto vero) per permettere ai vini affinarsi e assorbire le energie del cosmo (c’è anche un altro elemento, meno poetico ma molto importante: così costruita la cantina protegge i vini dal caldo tipico della regione). I Viret sono stati, inoltre, i pioneri in Francia delle lunghe macerazioni e dal 2005 della reintroduzione dei vini in anfora.

Giovanni Menti

“La scelta consapevole di declassare il vino”

Questa cantina ve la nominiamo per l’atteggiamento anarchico che sempre ci piace. Nati a Gambellara (Vicenza) a fine ‘800, da alcuni anni Stefano Menti ha rinunciato alla denominazione DOC, sebbene i suoi vini abbiano tutte le caratteristiche per averla. Una scelta in polemica contro un sistema che, invece di valorizzare la tipicità di un vino, la appiattisce su una serie di standard che nei fatti sono spesso la negazione di un territorio e dei suoi vitigni. I vini di Menti sono vini che paradossalmente da questi parametri rischiano di essere penalizzati perché non sono valutabili – a suo parere – secondo il gusto omologato che guida le certificazioni. Il rifiuto della denominazione ha anche a che fare con il tema dei costi certificativi, rinunciando a questo riconoscimento, Menti elimina un costo aggiuntivo che graverebbe sul consumatore finale.

Du Beur dans le Pinards – Karim Vionnet

“Du Beur dans le Pinards – letteralmente il burro negli spinaci – è un’espressione tipica per alludere al miglioramento delle condizioni finanziarie di qualcuno.”

Dalla Francia un vino spesso maltrattato, il Beaujolais – il nostro novello – che viene in patria festeggiato ogni anno il terzo giovedì di Novembre giorno ufficiale della commercializzazione. Questa cantina viene aperta da un Karim, arabo di origini, ex fornaio diventato vignaiolo agli inizi degli anni 2000 per seguire le orme di pionieri come Lapierre e Foillard, che nei primi anni Ottanta hanno tracciato il percorso del beaujolais naturale, abbandonando completamente i metodi convenzionali.
Oggi Vionnet è uno degli interpreti più interessanti di questa scuola.

Du Beur dans le Pinards – letteralmente “il burro negli spinaci” – è un’espressione tipica per alludere al miglioramento delle condizioni finanziarie di qualcuno. Infatti questo nome è volutamente ironico e si riferisce alla svolta di Vionnet nel mondo del vino.

Contenuto pubblicato su ZeroMilano - 2019-03-01