Il meglio dell’elettronica al NOS Primavera Sound di Porto

Scritto da La Redazione il 15 maggio 2018

Una delle belle novità del NOS Primavera Sound 2018 di Porto (dal 7 al 9 giugno) è l’ulteriore apertura alla musica elettronica con alcuni degli artisti più rappresentativi della scena contemporanea. Per arrivare preparati, eccovi una panoramica.

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Floating Points
Quello di Sam Sheperd, per certi versi, è un po’ un caso. Prima di lui, i tentativi di far dialogare elettronica ritmica e suggestioni jazz in un quadro ibrido tra ascolto e intrattenimento si sono sprecati per un trentennio almeno, spesso con risultati quantomeno prescindibili. Poi è arrivato lui e, pur senza particolari intuizioni e ben lungi da qualche forma di radicalità, ha trovato quella quadra che lo ha reso idolo hipster e animale da club in un sol colpo. Il tutto con un’etichetta storica come Planet Mu a fare da primo “sponsor” (ennesimo colpo di Mr. Paradinas, reinventatosi fra i talent scout più lungimiranti del nuovo millennio, chapeau) e arrivando in trentasei mesi lì dove Holden e Hopkins sono approdati dopo anni di gavetta. Mica poco.

Four Tet (live di presentazione del nuovo album, New Energy)
Non è mai facile parlare di Four Tet, artista che ha praticamente rivoluzionato la scena elettronica – e non solo – dell’ultimo decennio. Quello che possiamo affermare sicuramente è che Kieran Hebden, sia come Four Tet che con altri moniker, leggi alla voce Percussions, non ha mai sbagliato un colpo, disegnando scenari musicali concepiti per ogni frangente della vita, guidati da un’anima jazzistica, in cui ogni singola nota rappresenta un punto di partenza su cui si innestano salti jungle frenetici, tempeste Uk garage e synth deformati che suonano come un MC alla ricerca del flow. Quel che ne viene fuori è un vero e proprio viaggio da cui emerge la qualità singolare del nostro, che, pur abbracciando più tendenze, mantiene sempre vivo il proprio senso di identità.

Jamie XX
Dentro la musica di Jamie XX c’è tutta la tradizione della dance degli ultimi 20 anni, dall’UK garage alla in trance, dalla dancehall al pop, considerando anche il contributo fondamentale alla band che l’ha lanciato, ovvero The XX. Il suo ultimo album solista, In Color (Young Turks, 2015) ha segnato la sua consacrazione diventando in poco tempo un classico generazionale.

Talaboman
Ovvero l’unione di John Talabot e Axel Boman, che dopo essersi conosciuti durante un Sónar Festival, hanno dato vita a questa incredibile creatura notturna. The Night Land è lo strano risultato di quest’incontro, lontano dai loro soliti territori house e disco, un omaggio al suono delle Baleari, con cenni di Kraftwerk e altri sogni.

Joe Goddard
L’anima degli Hot Chip con Alexis Taylor, esploratore di paesaggi sonori con il progett The 2 Bears, Joe Goddard, ama il dancefloor. Da tempo ne sperimenta le potenzialità sia con remix di ogni genere (per The Chemical Brothers, DJ Koze e Superorganism) sia producendo da sé, come nell’ultimo Electric Lines (2017) una lettera d’amore alla musica da ballo che ha segnato la sua vita.

Marcel Dettmann
Marcel Dettmann è un altro di “miracolati” della techno, nel senso di persona a cui è stato fatto il dono dell’ubiquità e quello di poter rallentare il tempo per fare 850 cose in un giorno solo. Nel 2016 lo abbiamo lasciato con un nuovo capitolo della saga Dj-Kicks su K7!, nel 2017 si è già presentato con Phantom Studies, un ep a quattro mani con l’amicone di sempre, Ben Klock, e una compilation per la Dekmantel con alcune chicche ebm, industrial e dark – alcune anche remixate da lui in persona. Manco a dirlo, tra queste uscite ci ha infilato almeno tre giri del Mondo con i suoi dj set sparsi tra festival e club. Il tempo che Marcel rallenta lo recupera poi in pista, andando agevolmente sui 140bpm fissi. La rotazione terrestre ringrazia e ringraziano anche i produttori di calendari che possono continuare a suddividere l’anno in 12 mesi e 365 giorni.

Motor City Drum Ensemble
Danilo Plessow come Charles Cohen, Osunlade e molti altri è stato folgorato dai lavori dal jazzista e compositore, noto anche come “cosmic philosophy”, Sun Ra. Nelle tracce che lui produce e che spesso registra al primo colpo c’è molta istintività e improvvisazione – come nel jazz – e idem nei la suoi dj set dove mischia discate house a pezzoni jazz funk trovati di buon ora nei mercatini o in fiere di vinili, dove preferisce andare piuttosto di rinchiudersi in qualche after marcio. Con il sorprendente dj set di MCDE, per dirla alla Sun Ra, magari vi si aprirà anche “The Door of the Cosmos”.

Denis Sulta
L’avete mai vista la Boiler Room per l’AVA Festival del biondissimo e divertentissimo Denis Sulta? Se non l’avete mai vista, guardatela. Se non avete tempo di guardarla, mettetela a palla durante uno dei vostri after carichissimi. Questa è una delle poche Boiler Room con la sicurezza in primo piano pronta a calmare la folla in brodo di giuggiole – e chissà cos’altro. Denis incontra i gusti di più o meno tutti noi amanti del divertimento in centropista. Un mix di techno, house, garage, disco pumping o hit d’altri tempi (ve la ricordate On The Beach di York?), Denis sta suonando praticamente ovunque: dalla sua Glasgow al Circoloco di Ibiza, passando per i party della moda milanesi, dove l’ultima volta era vestito con una tutina invidiata da tutti.

Levon Vincent
Levon Vincent, americano e non proprio più un ragazzino, ha fatto parlare di sé in occasione della sua ultima release For Paris (Novel Sound, 2017) che nasce dalla voglia di dire la sua dopo un infelice commento sulla tragedia degli attentati di Parigi del 2015. Dopo un exploit sui social del tipo “armiamoci e difendiamoci”, il nostro è stato sommerso di polemiche, si è fatto un esame di coscienza e una cultura in materia religiosa ed ecco qua che esce un bellissimo album in free download. Assieme a Vincent il Dimensions Soundsystem, una crew inglese che, dopo anni di attività, nel 2011 ha deciso di produrre un Festival in Croazia che oramai è entrato di diritto nelle agende di tutti gli irriducibili della trasferta sotto cassa.

Mall Grab
Dicesi “mall grab” un poser con i pantaloni consumati a causa dello strofinio tra gli stessi e lo skateboard, portato in giro come mero accessorio di stile. Uno skater fake in sostanza, uno che s’atteggia con la tavola. Mall Grab, però, un poser non è. Dietro al nickname si cela il giovane Jordan Alexander, dj e producer australiano di stanza a Londra, salito meritatamente alla ribalta con il fresco revival lo-fi. I suoi set, però, rifuggono tutte le etichette per abbracciare un più ampio eclettismo; in essi troviamo la bassa fedeltà delle sue produzioni, sì, ma anche techno e acid, deep e jungle, contaminazioni pop, tutto selezionato con gusto, maturità e un unico credo: “Dance music is supposed to be about fun”.

Helena Hauff
Non ho idea se Helena Hauff sia una “hoarder”, uno di quei soggetti che gravitano nel baratro del disturbo da accumulo e iniziano a riempirsi casa di ogni tipo di cianfrusaglia, attribuendo ad ogni elemento carattere affettivo e necessario. Il nome tecnico è disposofobia, ed è una malattia che mi ha sempre gasato. Non che io ne soffra a livelli patologici – anche se riconosco di avere un caos ordinato che mi impedisce di cestinare roba stupidissima e inutile – però, ecco, l’ho sempre ritenuta “vicina” a me. Visto il fascino che esercita, alla visione del breve documentario dedicato ad Helena Hauff da Kaput Magazin ho pensato che pure lei c’avesse questi tarli. La vedi vestita come se recitasse in una puntata di Derrick, immersa nella polvere di casa sua, completamente accerchiata da synth, drum machine, 808, armamentari vari e tonnellate di vinili. Casino che le perdoniamo tranquillamente dato che attualmente è una di quelle tre-quattro figure cardine del djing che SI DEVONO ascoltare. Aspettatevi gli acidi, l’ebm, l’industria pesante, la 303.