Intervista a Larry Fink

Una chiacchierata il fotografo americano parlando di beat generation, boxe, Hollywood e Instagram

Scritto da Corrado Beldì il 27 giugno 2017

Per noi di Zero, Larry Fink era già un mito, ancora prima di incontrarlo e di questa mostra da Armani Silos che lo ha portato a Milano. Le foto dell’età del jazz, della beat generation, le campagne elettorali e poi quelle immagini rubate ai party di Hollywood, in cui ti chiedi come faccia ad essere sempre lì, al momento giusto, a rendere così umani attori e personaggi che sono usciti dall’industria dello spettacolo e nelle foto di tutti gli altri sono sempre così perfetti e irraggiungibili. Lo incontriamo davanti a un drink, ha 76 anni ma dimostra l’energia di un ragazzino, davvero invidiabile.

Come hai iniziato a fotografare?
Avevo dodici anni ed ho iniziato per gioco, mi avevano regalato una macchina fotografica e fin dal primo momento ho capito che fotografare mi divertiva, era un po’ come spiare il mondo. Non immaginavo ancora che sarebbe diventata una professione.

Quando hai capito che saresti diventato un fotografo?
A scuola ero un teppista, ne combinavo di tutti colori. Avevo anche imparato a rubare le automobili. Allora i miei decisero di mandarmi in collegio a Stockbridge, sperando che potessi mettere la testa a posto. Non so se è andata davvero così, ma in college ho incontrato un docente, era un tipo direi pre-beat generation, è stato lui a farmi cambiare idea e allora ho capito che la fotografia poteva anche diventare la mia vita.

Ti sei trovato subito immerso negli anni della beat generation e della rivoluzione giovanile…
Era un mondo bellissimo da fotografare: si manifestava, c’era partecipazione. C’erano ancora i poeti… 

È stato allora che hai conosciuto Allen Ginsberg, vero?
Ero andato una volta sentire uno dei sui poem speech in una chiesa. Larry stava sul podio e recitava le sue poesie infinite. Andava avanti per ore. Io allora mi vestivo in modo molto serio, non ero molto beat in effetti. Avevo i capelli corti, la camicia bianca, la cravatta stretta. Ero molto sicuro di me. Avevo sempre questo sguardo arrabbiato. Me ne stavo lì in prima fila con il mio solito broncio e Larry scese dal palco puntandomi il dito: Ehi tu,nazista! Fuori di qui!

Come hai reagito?
Che cosa potevo fare? Lì davanti a tutti. Ho preso le mie cose e me ne sono uscito. In seguito le cose sono andare meglio, vero? Certo. Ginsberg era un uomo generoso. Un militante vero. Aveva relazioni con tutti, artisti, scrittori, gente comune. Quella che chiamiamo la società civile. Ha superato molte stagioni ed è stato un esempio per le generazioni successive, diventando negli ultimi anni il padre nobile di una nuova generazione di creativi.

beats

Invece con Jack Kerouac è stato diverso, vero?
Sì, Jack era molto diverso. Jack parlava con chiunque. In quel periodo stavo sul soppalco a casa di Charlie Brooks, era un ballerino di New York, abitava a West Broadway e con la moglie faceva dei party incredibili, ogni venerdì sera. Io avevo ventun anni, con le ragazze ero timido e me ne stavo tutto il tempo in disparte, appoggiato a una colonna. Jack arrivava sempre dopo le undici e al contrario di me era un killer. Puntava una ragazza e quella cascava sempre come una pera cotta. Ogni volta una diversa.

Cosa accadeva poi?
In un attimo Jack se la portava sul soppalco, la spogliava e faceva l’amore nel mio letto. Dopo un pezzo si alzava, guardava la ragazza e le diceva sempre: Questo è tutto. Ci vediamo, bella. Allora quella cominciava a piangere, era sempre la solita storia, si buttava in un angolo e a me non restava che dormire esausto in quel letto pieno di sperma e di dolore.

Che ricordo conservi di lui?
Kerouac era una persona fuori dal comune. Era esuberante ma pieno di contraddizioni interne. Amava la vita, era bulimico, viveva con un’intensità incredibile. Beveva molto. Alla fine è finito male. Quando è tornato a vivere da sua madre, aveva ormai un disprezzo assoluto per tutto e per tutti, soprattutto per chi lo ammirava. È morto troppo presto. Cirrosi epatica. Incredibile, vero? Sembra che la sua vita fosse già tutta scritta.

Anche tu hai avuto il tuo On The Road?
Certo! Il viaggio, la partenza. Era inevitabile. Un insostenibile desiderio di andare verso il futuro. Tutti noi sognavamo di essere Neal Cassady …

turk

È una foto scattata a New York nel 1958, con il tuo amico Turk LeClair che ha una specie di visto per il Messico nel taschino. Sì, era un permesso per entrare in Messico. Andava fatto prima del viaggio. Era giusto prima della nostra partenza. Partimmo in quattordici. Sapevamo solo che avremmo voluto arrivare fino ad Acapulco. Non avevamo nemmeno un piano. Contava solo l’esperienza del viaggio.

Mi racconti un episodio indimenticabile di quel viaggio?
Dopo qualche giorno eravamo ai confini del Texas. Ci fermammo in una lavanderia sulla strada, nel bel mezzo di un paesino. Ci togliemmo tutti gli abiti e li mettemmo a lavare restando nudi in strada, sotto il sole, davanti a tutti quelli che passavano, per due ore.

Cosa avete trovato poi in Messico?
Nulla di quello che cercavamo, forse. Eppure il Messico era un posto fantastico. Si respirava una particolare libertà. C’erano anche un sacco di esperienze nuove, la tequila, i funghi allucinogeni, i colori. Ce la siamo passata bene, direi.

coppia

Era poi l’amore libero, mi piace un sacco questa bellissima immagine, “Angel’s Rest” che sembra una Pietà Rondanini. In realtà è stata scattata New York. Li conoscevo bene. Erano una coppia combattuta. Non finivano mai di litigare. La loro storia è finita dopo un anno. Lui è ancora vivo, l’ho incrociato per caso qualche tempo fa…

Eri innamorato ai quei tempi?
Anche per me erano anni tempestosi. Io poi ero il più timido del gruppo, cercavo sempre di accodarmi e non sempre avevo successo. In questo, mi sarebbe piaciuto essere come Jack Kerouac. Diretto, affascinante. Non sbagliava un colpo.

Anche tu, quando hai la macchina fotografica in mano, non sbagli un colpo…
Come dico sempre, non avrai mai delle occasioni se non ti prendi dei rischi. Una volta che hai pensato: ah, se avessi con me la macchina fotografica!. Mai! Intanto perché la macchina ce l’ho quasi sempre ma soprattutto perché credo che quando vivi un’esperienza basta anche così: la vita è sempre più importante di una buona fotografia.

C’è una foto che mi piace tantissimo, con due pugili fotografati dall’alto.
È stato un colpo di fortuna. I pugili sono lontani ma la foto del gesto è perfetta. C’è uno che esulta e il flash gli illumina la schiena alla perfezione. Un colpo di culo. Una volta un fotografo commerciale molto stimato, mi ha detto: Larry, mi ci vuole una settimana per fare una foto come quelle che a te vengono in un nanosecondo.

Cosa ti lega alla boxe?
La boxe mi è sempre piaciuta, da quando ascoltai alla radio l’incontro di Joe Louis con Max Schmeling. Quando poi sono andato a vedere il primo match ho avuto le palpitazioni. Ero sconvolto: la boxe mi faceva paura. Così, me ne sono innamorato…

… e hai deciso di fotografarla.
Ho fotografato la boxe per una vita e non necessariamente i grandi campioni. Larry Holmes aveva una palestra vicino a me. Ora è chiusa ma ci andavo davvero molto spesso. È un mondo che mi piace un sacco. Quel mondo di corruzione, di scandali, di bulli. Pensa per un attimo a Don King. Esiste un uomo al mondo più corrotto di lui? Eppure è davvero una leggenda. C’è un enorme fascino in questi personaggi che continuano a vestirsi come se fossero usciti dagli anni Cinquanta, in una continua ricerca di autenticità.
La boxe poi ha lo stesso ritmo del jazz.

Ho letto che eri un frequentatore del Village Gate. Che musica ascoltavi a quei tempi?
Mi piaceva lo swing, mi piaceva Cab Calloway e amavo molto Coleman Hawkins e Lester Young, ma anche Jimmy Rushing. Charlie Parker invece me lo sono perso, eppure ho scoperto poi che sono passato un sacco di volte davanti a club in cui suonava. Adoravo Thelonious Monk e ad un certo punto mi sono buttato su quelli di Chicago, tutto il gruppo di Leroy Jenkins. Allora ho capito che la musica era davvero al centro della mia vita.

Suoni ancora il pianoforte?
Certamente. Il pianoforte è un mio compagno da sempre. Vorrei suonare come Bud Powell ma ovviamente non ce la farò ma. Lui era troppo soave nel pensiero e veloce con le dita, ovviamente era su un altro mondo! Devo dirti che sono molto amico di Bobby Duraux. Lui ora ha 94 anni ma è sempre un grande musicista e qualche volta si mette anche a suonare delle canzoni che ho scritto io…

Allora Larry ritira fuori dalla tasca della camicia un’armonica a bocca e comincia a suonare un blues che potrebbe arrivare dal Mississippi.
S’intitola “Welly welly woman”. Mi è sempre piaciuto il blues, fin da quando giravo per i club di New York e allora mi sono messo a fotografare i musicisti e le atmosfere e tutto il resto…

Dai peggiori club di NYC ai grandi party delle star del cinema. Sono davvero strane le foto che hai fatto a Hollywood…
Hollywood è come te la immagini: una grande macchina di persone in cui tutto viene fabbricato e venduto a una velocità pazzesca. La prima volta che sono arrivato a Hollywood, avevo ancora tutta la mia innocenza e allora ho pensato che fosse interessante immergermi tra le persone, fotografarle da vicino nei momenti normali, ai margini dei party, quando mai e poi mai pensavano che qualcuno li avrebbe fotografati. Ho usato la mia solita tecnica di muovermi tra le persone, con il massimo rispetto, aspettando che fosse la macchina ad indicarmi il momento giusto per scattare.

vanities

Qual è il tuo segreto?
Non essere mai stato interessato a diventare un fotografo famoso. Credo di avere del talento e poi mi diverto e cerco di essere sempre al posto giusto. Mi prendo i miei rischi. Non sono interessato a vendere le mie foto a cifre astronomiche. Voglio guadagnarmi da vivere, per dedicarmi anche alle mie passioni.

Che cosa fai quando non sei in giro a fotografare?
Vivo in campagna da ormai cinquant’anni. Mia moglie Martha Posner sta con me da ventinove. Abbiamo, tacchini, gatti, tartarughe, pappagalli, conigli e anche due cani. Si chiamano Max e Tulula. Stiamo in un posto bellissimo, ci aveva vissuto anche Benjamin Franklin. Faccio di tutto, l’idraulico, l’elettricista, il falegname e pure il boscaiolo. Ogni estate faccio una pila di legno tagliato lunga dieci metri. Mi sono spaccato le mani ma non me ne importa niente. Sono un tipo un po’ all’antica…

Vedo però che pubblichi un sacco di cose su Instagram…
Instagram è anche strumento fantastico. Quello che mi preoccupa piuttosto è l’autenticità.

larry ig

Che cosa intendi?
L’estensione dei social e la commercializzazione di tutto quello che riguarda la nostra vita, impedisce del tutto un processo di maturazione. Nessuna esperienza arriva ormai alla propria essenza. I giovani vivono come su una ruota e questo vale anche per gli artisti, purtroppo.

A cosa ti riferisci?
Per gli artisti ormai l’importante è farcela, il lavoro non conta quasi più niente. Jackson Pollock e i miei amici dell’espressionismo astratto pensavano solo al lavoro, non certo ad avere successo. 

Be’, questo valeva anche per la musica.
Ovviamente, pensa a Charlie Parker oppure a Billie Holiday. Non desiderava certo diventare una diva o comprarsi un appartamento sulla Park Avenue. Lei voleva solo cantare, era Billie Holiday. L’unica vera Billie. Non ce n’è stata un’altra.

Passa una ragazza e si fa un selfie.
Vedi quella ragazza? Si fotografa qui, con sul retro la scritta Armani e le mie foto le guarderà al volo. Come quelli che vanno in Piazza Navona e invece di guardare il Bernini si fanno un selfie per affermare la loro esistenza

Insegni fotografia da una vita, sei stato nelle università più importanti d’America. Cosa significa insegnare?
Ricordare sempre che la fotografia si fa per strada. Parlo con gli studenti in continuazione, li stimolo a pensare alla loro vita, a cosa desiderano davvero. Credo che il mio dovere sia soprattutto aiutarli a scegliere in modo responsabile il proprio futuro.

Qual è lo stato dell’America?
Ho girato un po’negli ultimi mesi. Non sono tempi facili. Sono stato alla convention repubblicana, mi interessava molto osservare e fotografare le persone. L’anno scorso ho seguito la campagna elettorale di Bernie Sanders e c’era una bella aria pulita, era una grande occasione di rilancio e di un certo modo di stare insieme, invece…

larry ig

Invece?
Non ce ne rendiamo conto, il problema non è tanto Trump: in Pennsylvania ogni settimana ci sono in media trentanove ragazzi della classe operaia, spesso afroamericani, che muoiono per overdose di eroina. In America c'è molta solitudine.

Cos’è la prossima cosa che desideri fotografare?
Non saprei. La macchina fotografica la porto sempre al collo, ma mi piace lavorare su delle commissioni specifiche. Odio fare il Larry Fink che arriva e se ne va in giro a fotografare come una specie di divo. Preferisco lavorare a progetti.

Che progetti speri ti commissionino?
Di fotografare l’accoppiamento tra una tartaruga e un lombrico!

L’ironia non può mai mancare…
Lo dico sempre: non devi mai smettere di essere stupido.