JAZZMI 2018: i dieci concerti da vedere

Storia e futuro, pop e contaminazioni, centro e periferia: linee guida e guida ai concerti imperdibili della terza edizione del festival secondo il suo direttore artistico, Luciano Linzi.

Scritto da Chiara Colli il 28 ottobre 2018
Aggiornato il 30 ottobre 2018

A metter su manifestazioni con cartelloni strabordanti senza capo né coda sono capaci (quasi) tutti. Altro è fare un festival, anche lungo e quantitativamente impegnativo in termini di eventi, con una visione organica nel tempo e nello spazio. Un festival che si sviluppi in verticale, con la consapevolezza di radici forti e la spinta verso ambizioni alte, ma pure in orizzontale, sul territorio – di una città e/o di un genere – assumendo forme e declinazioni diverse in un continuo dialogo col presente. In questo senso il giovane ma già molto saggio JazzMi è un esemplare pressoché unico: lungo ben due settimane, non solo incline alle contaminazioni, ai rimescolamenti tra colto e popolare, non solo legato alla storia del jazz ma anche al suo futuro, non solo rispettoso del territorio, di un (non) genere musicale e dei suoi luoghi “di culto” a Milano, ma anche stimolante nell’essere inclusivo e a macchia d’olio, dalle sembianze in continuo divenire.

Su queste pagine di JazzMi si parla fin dalla prima edizione, tre anni fa, ed è impossibile non notare come alcune linee guida siano state perpetuate in maniera consapevole, per certi versi anche atipica rispetto ai consueti “pattern”, spesso un po’ ridondanti e formali, del jazz – o di quello che ordinariamente consideriamo jazz – in Italia. Con il direttore artistico Luciano Linzi proviamo a fare il punto su questi aspetti e a individuare dieci concerti da non perdere nel caso proprio non possiate prendere due settimane di ferie dalla vita ordinaria e spararvi tutti i centocinquanta appuntamenti della rassegna.

Luciano Linzi
Luciano Linzi

ZERO: Alla terza edizione JazzMi si presenta come un festival composito e atipico per la sua trasversalità, soprattutto rispetto a una certa visione un po’ statica e ingessata a cui per anni è stato legato – almeno in certi ambienti – il jazz. Partendo dalle scelte puramente artistiche, che vanno dall’avanguardia contemporanea ai classici, quali sono le linee guida del festival?
LUCIANO LINZI: Per noi questo è quello che deve essere un festival contemporaneo di jazz: la rappresentazione più ampia e dinamica possibile di questo universo musicale. Per cui nel cartellone devono trovare spazio la storia, l’attualità, le contaminazioni, la ricerca. Tutti gli stili. Nomi celeberrimi a fianco a emergenti o sconosciuti. Con equilibrio. Un festival che non voleva essere settario, confinato agli happy few, ma anzi cercasse di coinvolgere il pubblico più ampio possibile senza perdere però in credibilità e autorevolezza. Riflette il nostro gusto, la nostra formazione e personalità. Cerchiamo di migliorarlo ogni anno seguendo queste direttive, ma siamo perfettamente consci che ci sia da poter fare ancora di più.
Altro aspetto che dà spessore a JazzMi è la volontà di coinvolgere spazi e realtà diverse del territorio milanese, luoghi storici del jazz e altri più giovani e non puramente legati a questa scena: Blue Note, Arcimboldi e Dal Verme, ma anche Biko, Santeria Social Club, Magnolia, Bachelite e Mare Culturale urbano. Si percepisce una volontà di fare rete, un atteggiamento inclusivo, che a Milano c’è soprattutto con manifestazioni più “alternative” e meno in quelle più “istituzionali”. Quale volontà c’è dietro queste scelte, sia nei confronti di un genere e una manifestazione, sia verso il pubblico e la città?
Quando abbiamo parlato del progetto per la prima volta all’Assessore alla Cultura del Comune Del Corno abbiamo subito indicato che ci ispiravamo al modello del London Jazz Festival, che aveva proprio queste caratteristiche. La capacità di coinvolgere tutta una città in tutte le sue singole parti o componenti. Il centro e le periferie. Di coagulare attorno al festival tutte le forze operanti a vario titolo in attività jazzistiche sul territorio. Le scuole, i locali, club grandi e piccoli, librerie… Un filo conduttore che unisse tutto. Un grande contenitore che aiutasse a creare rete tra realtà affini. E poi ritenevamo importante offrire una grande quantità di concerti gratuiti nei luoghi più diversi e meravigliosi che la città di Milano può mettere a disposizione. Per dare delle opportunità a giovani musicisti di esibirsi e nello stesso tempo offrire occasioni a un pubblico ampio che di jazz conosce poco o nulla ma ne è incuriosito. Questo concept ha ottenuto dall’Assessore il massimo gradimento e i risultati hanno immediatamente confermato la bontà del nostro intento, dimostrando che la città tutta, i suoi cittadini e i suoi ospiti, si sono immediatamente sentiti coinvolti, partecipi di un evento culturale di grande portata, tutt’altro che effimero e occasionale. Su tutto questo si deve continuare a costruire, sfruttando il mosaico che, attraverso JazzMi, si è venuto a comporre. Va detto che un progetto del genere, con queste ambizioni e in questo momento storico si poteva immaginare solo a Milano.

Il sax infuocato di Shabaka Hutchings, protagonista della scena jazz contemporanea londinese e ospite della scorsa edizione di JazzMi
Il sax infuocato di Shabaka Hutchings, protagonista della scena jazz contemporanea londinese e ospite della scorsa edizione di JazzMi

Il jazz nasce come musica popolare e nel tempo si trasforma in musica quasi per un’elite, per un circuito molto chiuso e per un pubblico tendenzialmente adulto. Qual è stato il percorso, e gli eventuali punti deboli, del jazz a Milano e qual è invece la spinta innovativa che si vuole dare, anche come progetto a lungo termine, con JazzMi?
Il jazz smette di essere musica di elite nel 1973, anno di nascita di Umbria Jazz. Un festival che rivoluziona tutto, proponendo concerti gratuiti in alcune delle più belle piazze umbre, quindi italiane: dalla big band di Thad Jones e Mel Lewiscon a una giovanissima Dee Dee Bridgewater, fino alla Sun Ra Arkestra, i Weather Report nella loro prima esibizione in Italia e il Perigeo. Tutta l’Italia dovrà fare i conti con questo cambiamento negli anni che seguirono. Milano compresa. Il Capolinea diventa la “cattedrale” del jazz, un luogo dove s’incrociano musicisti di tutti i generi musicali, i maggiori esponenti di ogni espressione artistica, un pubblico di appassionati storici e quelli che dopo Umbria Jazz volevano approfondire la loro conoscenza jazzistica. Torna un festival jazz di Milano importante, al Teatro Ciak di Leo Wächter. Contemporaneamente cresce una scena milanese di musicisti jazz sempre più ricca e, parallelamente, una generazione di critici e storici jazz seri e assai competenti. Aumenta l’insegnamento jazz presso scuole di musica private e al Conservatorio. Fioriscono altri club come Tangram, Le Scimmie. In anni successivi, sul finire degli Ottanta, nasce un importante festival internazionale come “Jazzman”, su iniziativa di Antonello Vitale, che proseguirà a fasi alterne fino al 2000. Nel 2003 lo storico club newyorchese Blue Note decide di aprire la propria sede a Milano. E poi molto altro, il festival Ah-Um, l’importante attività di Area M… Quello che JazzMi cerca di fare è raccontare tutto questo glorioso passato, mettere insieme il mondo jazzistico milanese, far dialogare chi nel passato non dialogava pur facendo parte dello stesso settore, perchè credo fermamente nel fatto che solo insieme si possa creare qualcosa di sempre più importante e duraturo. Da direttore della Casa del Jazz di Roma ho contribuito a fondare l’associazione dei festival jazz italiani “iJazz” e ho stimolato lungamente i musicisti jazz affinchè venisse nuovamente data vita all’associazione di categoria, poi denominata MIDJ. Insieme per contare sempre di più anche nei confronti delle istituzioni, com’è stato possibile in questi ultimi anni anche nel rapporto con il Mibact. JazzMi vuole essere cassa di risonanza per chiunque operi per il bene e la diffusione del jazz nella città di Milano, tutti i giorni, da anni. Il pubblico ha compreso questo messaggio nel sottotesto e sono certo sostiene e sosterrà le varie iniziative e i luoghi anche a festival concluso, durante l’anno. E JazzMi mette così radici sempre più profonde e stabili.

Un programma fittissimo anche per questa edizione, con oltre 150 appuntamenti. Zero sarà certamente in prima fila ai live di Colin Stetson, Nu Guinea e Hailu Mergia: ma secondo il direttore artistico quali sono i dieci concerti da non perdere per entrare nello spirito giusto di questo JazzMi?

ART ENSEMBLE OF CHICAGO
L’inaugurazione della terza edizione di JazzMi è anche un simbolo, l’inizio di una festa, di una celebrazione. I 50 anni di una storia, di un mito, di un modello, quello dell’Art Ensemble of Chicago. Great Black Music, Ancient to the future. Imperdibile.

ENRICO INTRA
Il 9 novembre 1958, Billie Holiday si esibì al Teatro Gerolamo nel memorabile concerto riparatore a quello fischiato pochi giorni prima al Teatro Smeraldo. Sessant’anni dopo, Enrico Intra torna su quel palco per ricordare quella voce divina che aveva avuto l’onore di accompagnare.

ARTCHIPEL ORCHESTRA
Un organico orchestrale eclettico, imprevedibile, trascinante, duttile. Diretto con caparbietà da Ferdinando Faraò.

JOHN ZORN & BILL LASWELL
Un diamante. Concerto esclusivo per JazzMi. Un duo di talenti multiformi, senza eguali. L’arte dell’imprevisto. L’assoluta complicità nell’esplorare territori inesplorati.

STEVE KUHN
Il primo pianista di John Coltrane. Raffinato, elegante, poetico. Non è così frequente vederlo esibirsi nel nostro Paese, quindi non andrebbe mancato.

CAMILLE BERTAULT
Una dei più interessanti giovani talenti emersi nell’ultimo anno, l’artista francese ha formazione di pianista classica ma poi è rimasta folgorata dal jazz. Virtuosismo vocale impressionante, unito a charme e presenza scenica davvero notevoli.

GIUSEPPE VITALE
Le nuove generazioni di musicisti jazz italiani continuano a sfornare grandi talenti. Giuseppe Vitale da Vigevano ha quasi 20 anni, sfrontatezza e un grande futuro davanti a sé.

YAZZ AHMED
La nuova British Jazz Scene è in continuo fermento. JazzMi la segue con grande attenzione e rilievo sin dalla prima edizione. Dopo Shabaka Hutchings e Binker & Moses, è ora la volta di una giovane trombettista e compositrice di origini persiane.

ODED TZUR
Originalissimo giovane sassofonista tenore di origini israeliane ma residente da anni a New York. Grande studioso di musica classica indiana, fonde questa passione al jazz per ricavarne una musica di raro impatto emotivo.

MARQUIS HILL
Trombettista chicagoano, compositore, autorevole leader. Una delle figure più interessanti della generazione che ha dato alla luce artsiti con la medesima visione come Kamasi Washington, Robert Glasper e Terrace Martin.

Contenuto pubblicato su ZeroMilano - 2018-11-01