Jimmie Durham Leone d’Oro alla carriera – 2019

Le sculture di JD parlano!

Scritto da Riccardo Benassi il 21 aprile 2019
Aggiornato il 29 aprile 2019

Così per sfatare la diceria secondo la quale i premi non li vince mai chi se li merita, quest’anno la Biennale di Venezia consegnerà il Leone D’Oro alla carriera al grande Jimmie Durham. Ne scrivo per celebrarlo, lasciando affiorare un po’ di immagini così come vengono; le nostre strade si sono incrociate 16 anni fa, quando io ero uno studente e lui un insegnante destinato a cambiarmi la vita. Quell’anno alla Fondazione Antonio Ratti di Como, in qualità di visiting professor, tra le altre cose ci ha chiesto di offrirgli degli oggetti che lui avrebbe poi distrutto a sassate. La documentazione video di quella performance (Smashing, 2004) mi ha rincorso in questi anni come un fantasma di un giovane me che ha qualcosa di urgentissimo da dirmi prima che sia troppo tardi.

Jimmie Durham, Stones rejected by the builder, performance, 2004, @ fondazione ratti, photo: Luca Bianco

 

JD seduto alla scrivania nei panni da burocrate procedeva alla frantumazione delle nostre vittime sacrificali, liberava uno ad uno i suoi studenti dalla sicurezza degli oggetti. Anticipava l’apocalisse digitale che avrebbe trasformato i nostri studi d’artista in uffici, rimandando ad ambienti in cui la ripetizione è sia mantra sostitutivo che ingranaggio con la morte come perno. JD vede e sente lontano, non corre ma è sempre in anticipo, incontrarlo attraverso le sue opere ci permette di sporgerci un po’ più in là sul promontorio dell’adesso.

Con un’altra pietra, una decina di anni prima, JD aveva scolpito – sempre a sassate – un frigorifero (Stoning the Refrigerator, 1966) il quale frigorifero divenne poi una scultura (St.Frigo, 1966) esposta non tanto come scultura quanto come monito destinato agli altri frigoriferi del mondo: questo può accadere anche a voi! Perché si, è evidente, le sculture di JD parlano, e parlano chiaro: la loro apparente ingenuità e i frequenti inserimenti testuali – calligrafici e in un inglese che quando narra lo fa mordendosi la lingua – sono un ponte levatoio, costruito con cura e immaginato per ospitare più persone possibili. Le sue opere mi suonano da sempre significativamente anti elitarie, vogliono ampliare una minoranza si potrebbe dire, ma non rinunciano mai a minare la norma, il senso comune, la solidità identitaria del potere.

Forse sono estremamente radicate alla realtà, non arrivano dall’aldilà ma ci consigliano di immaginarlo qui e ora; prova ne è il fatto che JD ha dichiarato apertamente che alcune sue sculture in passato sono state esposte senza un braccio o senza una gamba perché anche se quei pezzi erano pronti, purtroppo non ci stavano in valigia (La Malinche, 1988-1991). In effetti, perché complicare le cose in quei rari casi in cui ci appaiono semplici? E al contrario, non è affatto semplicista definire “artista” una persona che è anche poeta, attivista, saggista, educatore e occasionalmente musicista: è JD che riuscendo ad abitare contemporaneamente questi ruoli è in grado di ridefinire il significato che la parola “artista” assume all’interno della nostra società. Quando nel 1994 ha deciso di trasferirsi in Europa la prima cosa che ha fatto è stata studiarne il branding attraverso una serie fotografica (In Europe, 1994–2011). Rivedendo quegli scatti che ritraggono JD in luoghi e gesti quotidiani mi piace pensare che anche lì – come in molti altri casi – dietro all’obbiettivo ci fosse state Maria Thereza Alves, grande artista e sua compagna di viaggio…Così, per continuare ad affermare che questa storia dell’arte è anche – sempre – una storia d’amore.