La casa non è una tana

Il Coronavirus, Heiddeger e le trappole che vengono da dentro

Scritto da Giada Biaggi il 24 marzo 2020
Aggiornato il 25 marzo 2020

Foto di Carmen Colombo

“All’abitare, così sembra, perveniamo solo dopo il costruire. (…) Tuttavia non tutte le costruzioni sono delle abitazioni”, a parlare così è il filosofo Martin Heidegger nel suo testo Costruire, Abitare, Pensare del 1951. Un testo che avevo studiato e consumato all’università e che mi è capitato di prendere in mano in questi giorni strani; in cui tra le altre cose sto anche traslocando nella mia casa “da grande”. La prima che ho costruito e che quindi, seguendo il sillogismo heideggeriano, la prima che abiterò. Forse senza aver studiato filosofia avrei semplicemente traslocato, ma per me azioni e seghe mentali sono da quando ricordo un’unità indissolubile, come la vodka e la tonica in uno di quei sabati sera che mi mancano tanto, o che ritroviamo con fonemi dal suono roco nel ritornello della canzone di Califano – chissà che avrebbe fatto il buon Califfo in questi giorni di mezzo. Citando Jep Gambardella protagonista de La Grande Bellezza si tratta in questi casi di condanna alla profondità; robe da imparare a conviverci, ma che ahimè non si mettono mai in stand-by.

Credo che questa acidità emotiva da castrazione spaziale ci sia tanto avversa perché ci costringe a fare i conti con quel bipede che abbiamo cercato di evitare con gli aperitivi, le relazioni superficiali, le serate sotto cassa e le “botte e via” di sesso e sostanze varie: noi stessi

Era da tanti mesi che aspettavo questo momento, dopo un anno molto difficile; eppure non mi sento per niente appagata e no, il Covid-19 non credo centri o almeno non direttamente. Credo anche, forse in maniera un po’ arrogante, che il senso di insoddisfazione profonda che proviamo un po’ tutti in questi giorni non dipenda dal fatto che siamo semi-rinchiusi tra quattro mura con i nostri oggetti, il nostro wi-fi e il frigo pieno. Credo che questa acidità emotiva da castrazione spaziale ci sia tanto avversa perché ci costringe a fare i conti con quel bipede che abbiamo cercato di evitare con gli aperitivi, le relazioni superficiali, le serate sotto cassa e le “botte e via” di sesso e sostanze varie: noi stessi. Abbiamo finalmente capito che gli altri non sono meri distrattori sociali, da questo punto di vista credo che il meccanismo degli “aperitivi digitali” sia un perverso meccanismo psicoanalitico di reiterazione del trauma; ma che forse l’Altro vero è quello il cui pensiero ci fa sentire liberi anche in casa. Insomma, abbiamo capito che nelle nostre metropoli a livello emotivo non abbiamo costruito un cazzo ed è per questo che l’abitare per noi oggi è un concetto davvero inospitale. Ci siamo resi conto che non riusciamo più a iniziare e a finire un libro; e sì, ci manca terribilmente la s-concentrazione adrenalinica catalizzata dal timing dell’evento.

“Lo spazio fa spazio”; così scrive il filosofo tedesco in un altro saggio intitolato Corpo e spazio scritto una decina di anni dopo quello citato all’inizio; a indicare che ogni spazio è già da sempre abitato dall’uomo – quella che crediamo in questi giorni essere uno spazio in cui “parcheggiarci” ovvero la nostra casa, in attesa che il turbocapitalismo ci rimpolpi endorfina in vena, è in realtà un luogo in cui dovremmo reiniziare a costruirci per abitare le nostre città in maniera differente. Basterebbe farci domande semplici come “Chi mi manca?”, a cui far seguire azioni: un messaggio di scuse a una persona che abbiamo ferito o della quale vorremo sapere semplicemente che cosa ha mangiato a pranzo; anche sforzarci nel rendere meno perverso il nostro rapporto con le cose che fanno male: alcol, sigarette, droghe, insicurezze sul nostro aspetto fisico, il senso di colpa giudeo-cattolico e così via.

La mia città “schedulata” era diventata la gabbia che mi ero costruita da sola

Poco dopo aver riesumato il fantasma di Heidegger dai miei appunti universitari, mi sono imbattuta in un racconto di Kafka intitolato “La tana”; al centro un’animale, probabilmente una talpa – ma non viene mai incasellato nel testo a livello semantico -, che si costruisce un rifugio sotterraneo sempre più complicato, finché è incapace di uscirne. Il suo rifugio diviene così una gabbia; non solo perché ci si intrappola dentro, ma perché diviene ossessionata dall’altro in maniera tossica: “Quando sono tranquillo e il pericolo non è immediato, sono ancora ben capace di ogni sorta di lavori considerevoli; può darsi che l’animale, date le enormi possibilità che ha a sua disposizione in rapporto alla sua capacità di lavoro, rinunci ad ampliare la tana in direzione della mia e trovi compenso da un’altra parte”.

In questi giorni tra uno scatolone e l’altro ho imparato grazie a queste letture che la casa non è una tana, che gli altri non sono il nemico che mi giudica, che mi toglie spazio vitale o un qualcosa da consumare in un minutaggio troppo contratto per afferrarne la complessità psichica; che la mia città “schedulata” era diventata la gabbia che mi ero costruita da sola. Ho capito che non riesco ad abitare perché non ho costruito finora le cose giuste. E forse, aveva ragione mia madre, avrei dovuto studiare architettura. Il buon Martin si era costruito da solo una bella capanna nel mezzo della Foresta Nera e io nel mio piccolo ho deciso di imbiancare le pareti da sola.

Foto di Carmen Colombo: nasce nella provincia di Monza nel 1991. Vive a Milano, dove lavora come fotografa freelance nell’ambito della fotografia commerciale e contemporaneamente si dedica al progetti di ricerca fotografica personali che spaziano dallo storytelling di luoghi a ritratti.