La metamorfosi del Forte

Sale a 22 milioni di euro l'investimento di riqualificazione per Forte Marghera con l'ultimo progetto: quello delle caserme napoleoniche, destinate a funzioni espositive e museali. Gli architetti sono qua, hanno in mano la città

Scritto da La redazione il 12 febbraio 2021
Aggiornato il 13 febbraio 2021

Un anno fa, imbottiti di Czech Norris*, dopo aver mangiato un boccone per pranzo alla Dispensa, incuranti dei divieti, ci eravamo messi a camminare in uno dei tanti cantieri di Forte Marghera. In quel periodo stavano per montare il primo dei due nuovi ponti tra l’isolotto centrale e le punte esterne della storica fortificazione austroungarica lagunare. Nelle baracche popolate dalla nutrita colonia felina di gatti selvaggi, era tutto un susseguirsi di betoniere, pale, sacchi di cemento, camioncini. La redazione di Zero Venezia era al completo, Joe, Fulvio e Naadir, rumorosi, gonzi e molesti, come sempre.

Lo schema inziale degli interventi promossi dal comune su Forte Marghera. Il compendio negli ultimi anni è stato completamente infrastrutturato: nuovi allacciamenti elettrici e fognari, servizi realizzati da Insula, nuova illuminazione pubblica, servizi igienici, vialetti, manutenzione straordinaria dei ponti di accesso e di collegamento, recupero delle Casermette Napoleoniche, ristrutturazione degli edifici 1, 28 e, in futuro, 29 e 53.

Proprio mentre immaginavamo quali avrebbero potuto essere, di lì a poco, le parole, il tono, l’inflessione del primo cittadino in occasione del futuro taglio del nastro, nel suo discorso solenne per benedire la fine lavori, fummo intercettati da alcuni operatori. «Qui non ci potete stare, non l’avete visto il divieto di ingresso in area cantiere?». «Ma veramente….». Sì certo, è ovvio che l’avevamo visto, ma non sembrava affatto perentorio, anzi sembrava uno di quei divieti messi lì apposta per essere violati. La verità è che volevamo capire come stava cambiando quel luogo che per anni ci eravamo abituati ad apprezzare e vivere nella sua immutabile estetica sgarruppata e incolta: assistere a una fase intermedia della sua metamorfosi, guardare ancora per una volta, forse l’ultima, quegli spazi incasinati, consumati dal tempo, dall’abbandono.

Man at work: modalità “Megacostruzioni” on. Varo ufficiale del ponte ciclopedonale tra il forte e via Torino, 10 febbraio 2020.

«Ma come diventerà qui?». Anche l’ultimo degli operai edili ha da qualche parte, in pancia, il tasto giusto per attivare quell’orgoglio narcisista tipico dei politicanti: «Eh qui era tutto un casino, degrado totale, stiamo sistemando tutto, verrà bene, ci sarà un ponte, tutte ste casette che cadono a pezzi le sistemiamo, hanno fatto i sottoservizi, stiamo facendo del nostro meglio, ma sicuramente rispetto a prima…». «E la soprintendenza? qui è tutto sotto tutela no?» «Eh, sì, certo….».

Il ponte in funzione, progetto dello studio Duebarradue, a cavallo del Canal Salso fa parte del percorso ciclopedonale che unisce via Torino al Parco di San Giuliano attraverso il Forte. È costato circa un 1 milione di euro.

Con qualche mese d’anticipo, la nostra piccola estemporanea conferenza stampa, con tanto di speech motivazionale, ce l’eravamo cuccata. E oggi ci cucchiamo pure sti renderning. Perché non è finita: la metamorfosi continua, l’investimento è enorme, dagli iniziali 15 annunciati oltre un anno fa si è arrivati a quota 22 milioni.

Progetto definitivo di recupero dell’edificio 29 di Forte Marghera: lavori per 1,8 milioni di euro

Si sapeva da mo’: questo totale restyling è il risultato di processi lenti, graduali, progressivi, forse pure ineluttabili. Cambia la governance, oggi fa chic chiamarla così, e cambia tutto. Cosa dovremmo fare? Aggrapparci ai bei tempi andati delle feste in baia e delle avanguardie underground? Dei circensi volanti e dei party reggaeton? L’abbiamo già fatto qui, ed era il 2019. Abbiamo nominato già tutti. Non vogliamo certo ripeterci. Questo articolo è per mostrare semplicemente il nuovo volto di Forte Marghera, fatto a immagine e somiglianza di una nuova fase decisa dall’alto per questa struttura, dal potenziale enorme. Giusto per capirci, potrebbe starci dentro mezza Biennale.

La “Casermona” n 9, com’è oggi: assieme alla gemella n. 8, sarà interessata da un intervento, quantificato in 5,2 milioni di euro, che rientra nei fondi del Piano Strategico “Grandi Progetti Beni Culturali” 2017-2018 e del Patto per la Città di Venezia, per un totale di 7 milioni di euro. «I due edifici» ha dichiarato l’assessore ai lavori pubblici di Venezia, Francesca Zaccariotto «sono i più emblematici del patrimonio monumentale del forte militare ottocentesco e i lavori di ripristino prevedono la realizzazione di servizi a supporto delle attività espositive e museali, come una caffetteria o punto ristoro, una zona accoglienza».

Gettando il cuore oltre l’ostacolo e mettendo da parte tutti i timori che uno spazio a servizio della città venga snaturato, ci basti in questa fase raccontare e conoscere questa transizione per titoli e per immagini. Sappiamo che i rendering catturano sempre lo sguardo e tendono a sedurci, ma poi dentro ai modelli 3d si devono anche saper insediare progettazioni complesse, come quelle che riguardano l’offerta culturale di una città.

Per la Casermetta ad Ovest, si legge nel progetto, si procederà al ripristino della copertura piana praticabile per recuperare la terrazza originale. Sono stati individuati due collegamenti verticali: scale a rampa e ascensore disabili. All’interno, anche per la casermetta ad Ovest ,sarà possibile conservare tutto il sistema di tiranti metallici esistenti. Il progetto prevede il recupero dei soppalchi lignei esistenti e in particolare il solaio. È prevista anche in questo caso la realizzazione di una caffetteria.

Quale sia la proposta di contenuti che sottende a questo milionario piano di investimenti non è ancora chiaro a nessuno. Vale anche per il metodo, ma possiamo, all’inizio del suo secondo mandato, ormai possiamo già provare a intuirlo e a definirlo per interpolazione: sarà il “metodo Brugnaro”. Qualsiasi cosa voglia dire. E intanto, però, il Forte, al centro di queste attenzioni, potrebbe diventare un nuovo polo culturale e ricreativo per la terraferma mestrina. Non si può dire che gli interventi visti fin ora, più quelli programmati, non abbiano rimesso questo piccolo tesoro di terra, acqua e mattoni al centro dei flussi della città.

Altro schema, che riguarda stavolta le vie d’acqua. Forte Marghera, con la sua baia, si pone al confine tra la laguna e la terraferma. Anche sul fronte della pulizia dei canali non si è badato a spese.

Sottoservizi, ponti, riqualificazioni, progetti, parcheggi, fondi. E non solo: sono state tante e diverse le iniziative promosse al Forte nel 2020. se consideriamo che si è trattato di un’annata particolarmente funesta per qualsiasi tipo di manifestazione, la quantità di iniziative è significativa.

La Biblioteca di Forte Marghera è parte integrante della Rete Biblioteche Venezia del Settore Cultura del Comune . Offre 50 postazioni, ridotte a 27 in fase covid.

Tra tutte, forse, dal nostro punto di vista, la più interessante è stata “In-edita“: a partire dal primo agosto l’area antistante il Padiglione 51 e molti altri luoghi del Forte sono stati animati dall’apertura al pubblico degli atelier concessi a 9 artisti, affiancando alla loro attività diversi incontri, tour guidati tra Forte Marghera, Mestre e Venezia, tavoli di lavoro e confronto, performance e un’esposizione finale. Il progetto ideato da Marina Bastianello e lanciato dall’associazione culturale Venice Galleries View, con il supporto del Comune di Venezia e in collaborazione con la Fondazione Forte Marghera, ha contribuito ad arricchire un programma che contempla anche: un ciclo di conferenze e una mostra fotografica su “Mestre e la seconda guerra mondiale” (nel maggio 2019 era infatti nel frattempo già stato inaugurato, sempre al forte, il nuovo Centro studi per la valorizzazione delle architetture militari e dei sistemi difensivi, si trova proprio vicino all’ingresso); la mostra intitolata “Giacomelli fotografo – Immagini inedite del Fondo fotografico Giacomelli”, ospitata all’interno dll’ex chiesetta (ristrutturata pure quella), e curata dall’Archivio fotografico e digitale del Comune di Venezia; “Monsters of Rock” mostra fotografica del compianto Alex Ruffili all’interno della polveriera francese; per finire con la mostra “Divine. Ritratto d’attrici dalla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica 1932 – 2018“, realizzata niente meno che dalla Biennale. Insomma il dato è tratto.

Il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, il presidente della Biennale, Roberto Cicutto, e il direttore artistico della Mostra del Cinema, Alberto Barbera. All’inaugurazione della mostra “Divine” nel luglio scorso.

Faremo un funerale al vecchio forte Marghera, quello di cui ci siamo innamorati tanti anni fa, cercando di far nascere e crescere bene il nuovo bebè, sperando che ne venga fuori davvero una bella farfalla, e che non faccia la “fine” dell’M9.

Un’ultima visione dei progetti delle “caserme napoleoniche”: «Da luogo abbandonato a sé stesso e vissuto solamente in quegli spazi ancora utilizzabili, oggi possiamo dire di essere arrivati alla creazione di un vero e proprio spazio per le famiglie, per i giovani e per quanti hanno voglia di trascorrere una giornata passeggiando su viali completamente sistemati e illuminati, ponti e pontili ricostruiti, padiglioni un tempo diroccati e ora luoghi di mostre della Fondazione Muve o padiglioni della Biennale. Un forte raggiungibile in bicicletta grazie alle connessione con una fitta rete di piste ciclabili con il nuovo ponte da via Torino e che, a breve, sarà accessibile anche direttamente dall’acqua». Brugnaro dixit.