L’occupazione della Torre Galfa: nasce Macao

Eventi e luoghi che hanno cambiato le città: Milano, capitolo 1

Scritto da Lucia Tozzi il 22 aprile 2020
Aggiornato il 5 maggio 2020

Quante volte siamo partiti DA ZERO?
Quante volte eravamo lì, abbiamo visto cambiare tutto ma ce ne siamo resi conto solo dopo, come se fosse successo per magia? Qual è il segreto?

Zero riparte dalla città, in un viaggio avanti e indietro sulla linea del tempo. Dagli ultimi 30 anni del passato, da cui sembriamo lontanissimi e da cui prendere il meglio. Dal presente in cui è impossibile andare avanti, è impossibile tornare indietro, in cui siamo immobili e soffriamo. Dal futuro che pretende immaginazione.

Le occupazioni sono tutte belle e piene di energia. Ma forse nessuna ha compiuto quella specie di miracolo che fu l’occupazione della Torre Galfa, agli inizi di maggio nel 2012. Nel giro di pochissimo tempo, ore, forse minuti, dopo i primi occupanti arrivarono migliaia di persone, mezza città. La nascita di Macao non è comparabile a quasi niente: era stata pianificata benissimo, certo, e decine di Mac e pc avevano trasmesso all’istante la notizia dalla base del grattacielo, dalla prima stanza polverosa aperta dopo il cancello esterno. Ma chiunque avesse sangue nelle vene smise di fare quello che stava facendo e venne a vedere come si occupa un grattacielo in pieno centro, a metà tra il Pirellone e il Palazzo della Regione Lombardia, affacciato sui Boschi Verticali da un lato e la Stazione Centrale dall’altro, e su tutto il resto della città.

Guardare fuori quella città ancora sospesa, il cui futuro successo di città dell’EXPO, del Real Estate, di eventi insensati e di turistizzazione era quasi inimmaginabile

Non c’erano soltanto giovani incazzati, antagonisti, rivoltosi. C’era di tutto: dai bambini agli abitanti delle case intorno, poeti, artisti naturalmente, giovani, vecchi, architetti e fotografi a palate, giornalisti di qualsiasi testata, gente qualsiasi, chiunque arrivasse si attaccava al telefono e diceva a qualcun altro di venire, urlando come un pazzo. Fu una festa abnorme che durò parecchi giorni, interrompendo in qualche modo il ritmo di vita e lavoro di parecchie persone.

© Eugenio Marongiu

Era una calamita urbana. Si faceva l’indispensabile all’esterno per non essere lasciati o licenziati, e poi si tornava a via Galvani per salire in alto in quella struttura tutta aperta alla vista, senza tramezzi, e guardare fuori quella città ancora sospesa, il cui futuro successo di città dell’EXPO, del Real Estate, di eventi insensati e di turistizzazione era quasi inimmaginabile. Molti andavano per le assemblee e per organizzare: quali parti chiudere, dove dormire, come capire se c’era l’amianto, dove suonare e ballare, dove piazzare il bar, cosa montare e cosa smontare, la questione dei cessi. Tutte cose normali per ogni occupazione, ma che assumevano un interesse completamente diverso in un grattacielo pregiato anni 50 in stato di abbandono. E molti altri erano ovviamente spinti da pura curiosità, dal desiderio di ammassarsi, dall’attrazione per la festa, la musica, l’eros.

Ballare nel museo, cenare nel garage, sfilare nel ghetto diventava sempre più irrinunciabile per il marketing. E un grattacielo, QUEL grattacielo, diventò all’istante un’icona assoluta, un archetipo

 

© Pietro Baroni

Macao dovette poi lasciare la Torre Galfa, come era inevitabile, e trasferirsi dopo varie tappe nella palazzina di viale Molise. Ma per immaginare quali leve potessero strappare i milanesi alla routine degli aperitivi, delle cene e degli opening è fondamentale fornire una cornice temporale a quel maggio 2012: Pisapia aveva vinto da meno di un anno e contro ogni aspettativa le elezioni a sindaco, e godeva ancora di un’aura semirivoluzionaria. Occupy Wall Street aveva da poco segnato un cambio di passo mediatico nei movimenti anticapitalisti. E, non meno importante, in quegli anni era definitivamente esplosa anche qui la moda della “location” anticonvenzionale per gli eventi. Quello che per artisti e musicisti era uso comune da decenni stava proprio in quegli anni diventando un must anche per tutti gli altri, come non mai: ballare nel museo, cenare nel garage, sfilare nel ghetto diventava sempre più irrinunciabile per il marketing. E un grattacielo, QUEL grattacielo, diventò all’istante un’icona assoluta, un archetipo.

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