Lunedì (non) film

Il film da non vedere questo lunedì è Piccole Donne; un upcycle che capitalizza (male) la letteratura di genere

Scritto da Giada Biaggi il 17 febbraio 2020
Aggiornato il 18 febbraio 2020

In un mondo di top 20, 10, top 5 su cosa bere, mangiare, indossare; è arrivato il momento di una top 1 su cosa non vedere. Nello specifico al cinema. Ovviamente nel momento in cui noi vi diremo di non vedere un dato prodotto audiovisivo, voi le vedrete comunque, anzi magari chissà lo rivedrete, per darci più o meno ragione.
Quindi (non) mettetevi comodi e ascoltateci.

Il film da non vedere questa settimana (e anche quelle dopo per noi) è Piccole Donne; stiamo ovviamente parlando del remake scritto e diretto da Greta Gerwig al cinema dal 9 gennaio e che a nostro avviso giustamente non è stato candidato agli Oscar come miglior film. Nell’affermare questo non abbiamo niente contro le registe donne, ma tutto contro i brutti film; soprattutto se come questo risultano essere reazionari e conservatori tanto da un punto di vista formale quanto linguistico. Onestamente, a chi interessa la storia di queste “Piccole donne”, timidine e sempre un passo indietro, che vivono durante la Secessione Americana? Non c’è nulla che dia alla storia un quid contemporaneo nelle trattazione filmica ad opera di Greta; una macchia di sangue mestruale, una parolaccia, una vulnerabilità che le mostri nella loro complessità. Le donne sono qui quelle che non provano mai rancore, che trovano sempre tempo per mettersi un fiocco in più tra i capelli e che, alla fine, tornano sempre da chi le ha trattate male; sono quei bipedi che provano a realizzare i loro sogni ma che non ce la fanno mai alla fine. Jo non diventa una scrittrice famosa e si accontenta di un lavoro da insegnante. Perché le donne non ce la fanno? Perché sono donne, ovvio; nello specifico il titolo ci viene qui in aiuto sono “piccole”. Perchè non fare un upcycling nel titolo e chiamarlo che ne so “donne” anzi “DONNE” come esigerebbero i dettami grammaticali della Myss?

Non c’è nulla che dia alla storia un quid contemporaneo nelle trattazione filmica ad opera di Greta; una macchia di sangue mestruale, una parolaccia, una vulnerabilità che le mostri nella loro complessità

L’avanzamento gnoseologico sulla questione femminile nel film è al grado zero; ma non vogliamo, qui, concentrarci tanto sulla pellicola in sé quanto su quello che ne sta a monte. Piccole donne ci appare come un’operazione di marketing, in cui il romanzo della Alcott che non ha un alto valore letterario viene eletto a materia fertile per trattazioni filmiche di “genere”. Certo, si può fare un film avanguardista, partendo da una materia narrativa popolare, ma no, non è questo il caso.
Bei costumi, belle musiche e begli attori; ma il film non aggiunge niente sul dibattito di cosa voglia essere una donna oggi. Perché la necessità di raccontare questa storia oggi? Ancora, perché la necessità di ri-raccontarla dopo la versione del 1994 diretto dalla regista australiana Gillian Amstrong? E, soprattutto, perché noi donne passiamo alla ribalta come registe solo quando dirigiamo film esplicitamente al femminile? Il problema quindi non è tanto la struttura del film, che non è un granchè; quanto la sovrastruttura che lo ha generato.

Bei costumi, belle musiche e begli attori; ma il film non aggiunge niente sul dibattito di cosa voglia essere una donna oggi. Perché la necessità di raccontare questa storia oggi?

Siamo ancora oggi eterodirette costantemente dagli stereotipi estetici e tematici dai quali affermiamo continuamente di volerci emancipare. Ecco che allora i film diretti da donne che piacciono alla Hollywood degli uomini non ci portano ad avanzare verso una riflessione critica su cosa sia lo sguardo femminile, ma vengono mediatizzati con pezzi del tipo “come ricreare un look alla piccole donne?”. Raccontare storie che portano la nostra firma non basta, se non riusciamo ancora completamente a impossessarci del sistema economico che seleziona l’agenda-setting dello storytelling all’interno del quale veniamo fagocitate. E quello è ancora fatto di “piccoli uomini”.
Questo giro più rivoluzionaria di Greta è invece l’attrice e sceneggiatrice di Fleabag aka Phoebe Waller Bridge che è stata scritturata per la sceneggiatura della nuova saga di Bond; decidere quale parole mettere in bocca all’uomo più sessista del cinema che incarna gli stilemi più cheap e culturalizzati del virile ci appare un’operazione, se pur anch’essa a suo modo di marketing, molto più raffinata e rivoluzionaria. Delle bond-girl dietro la scrivania, dal 2021 al cinema.

Ad could not be loaded.
Ad could not be loaded.