“Moodha”: il voguing a Porta Venezia

Da circa un mese, ogni mercoledì sera il vecchio Lazzaretto è uno spazio di ballo e rivendicazione

quartiere Porta-Venezia

Scritto da Dario Nesci @disonoratacononore il 25 novembre 2021

Foto di @Jofenz

È ottobre e Milano sembra avere una voglia anomala d’inverno. Come se la confusione di un Salone del Mobile troppo in anticipo (o in ritardo), avesse provocato uno starnuto secco, i primi freddi alla gola e i cappotti indecisi. Anche il suo foliage inizia a cambiare nei parchi e dagli alberi piovono castagne. Io mi metto a rileggere Attraversare i Muri, l’autobiografia di Marina Abramović. Mi serve per calmarmi e non pensare che sono già i Morti, che Natale è alle porte e che Mariah Carey ci porterà in un episodio di Black Mirror dove per i prossimi mesi canterà ininterrottamente All I want for Christams is you. Volevo iniziare così a parlarvi della Ballroom-scene che nello scorso mese accadeva in Porta Venezia: partendo da una rivisitazione di The Lovers, la celebre e ultima performance, sulla Grande Muraglia cinese, del duo artistico Abramović-Ulai. A pensarci bene, mi piace vedere quello spazio come una perfetta runway per ballerinə e ci vuole poco, poi, a chiudere gli occhi e immaginare la voce dura di Marina: “It’s performance: Strike a pose”.  

«Il voguing non è un ballo ma un atto politico fatto attraverso il corpo.»

Cercavo altri parallelismi tra questa danza e le arti performative ma ahimè, proprio mentre facevo ricerca sui differenti stili del voguing (Old Way, New Way, Vogue Femme e Runway) e tentavo di decifrare termini come clicking o lofting, un ragazzo mi declinava un invito già programmato su Tinder. Aveva scrollato per bene il mio profilo Instagram e notato che metto parrucche, che mi diverto a giocare “troppo” con i generi, e lui “non se la sente”. Quindi che fare? Rifletto su cosa ho capito di questo ballo denso come un file zippato, faccio mia una canzone di George Michael degli anni Novanta e urlo: FREEDOM! Ci siamo. In effetti, la prima cosa che penso rispetto al voguing, è un inno alla libertà. La stessa che Kenjii Benji ha ricercato con moltə ragazzə ogni mercoledì dietro il Lazzaretto di Via Lecco, da quando Milano in agosto era vuota. C’erano lustrini, croptop, trucco, strappi, tacchi, piume e qualsiasi altra cosa un “voler essere” richieda.

Decido di sentirlo al telefono, ma ero già convinto di una serie di cose. Come la rivendicazione di un posto nel mondo, del tipo “Il branco siamo noi”. Giocando con l’orrore del linguaggio giornalistico per affidargli piuttosto un senso di comunità, rispetto reciproco e inclusione. Lupə forti che – nel caso – ora sanno mordere e girano “a testa alta in mezzo alla strada” senza dover giustificare le loro fisicità e modi di esprimersi. Quando Kenjii mi risponde realizzo che ho capito veramente poco. Lui abbandona le sue commissioni e si mette con me al telefono per spiegarmi che cosa sta cercando di organizzare.

Anzitutto lui è un membro della prestigiosa Gorgeous House of Gucci di New York, un collettivo di persone queer nato nel 2019 dagli ex membri della House of Mizrahi, e insieme a tre amici ha dato vita a Moodha: un allenamento di qualche ora improvvisato in strada dove ragazzə di tutte le età mettono in mostra il loro “disagio” vestendolo al meglio come elemento caratterizzante. Solo a nominare la parola ballo il mio telefono diventa una vignetta pop art e dal microfono parte un “No Dario, il voguing non è un ballo ma un atto politico fatto attraverso il corpo”. Così, partendo dalle basi, capisco la differenza tra apprendere dei movimenti di danza disponibili a richiesta su youtube e partecipare a un movimento che porta con sé un significato profondo di famiglia e supporto reciproco.

Non ne azzecco una perché appena cito entusiasta Pose, l’odierna serie Netflix di Ryan Murphy che a mia opinione ricostruisce magistralmente tutto il contesto narrativo dietro al voguing, lui mi incalza dicendo che quella è solo una piccola parte della storia. E che se davvero mi interessa comprendere qualcosa di più dei club gay newyorkesi degli anni Ottanta frequentati principalmente da latinoamericanə e da afroamericanə forse dovrei almeno iniziare da Paris is Burning di Jannie Livingston. Ho quasi timore a fare il nome di Madonna che con l’omonima canzone Vogue, estratta dall’album I’m Breathless del 1990, è riuscita nell’approccio del neofita a far coincidere un movimento di persone con uno stile di danza trasformandolo in pop, mainstream e bianco. “Madonna ha fatto bene quello che voleva ma quello non è il voguing, è un’altra piccolissima parte”.

«A Milano manca una vera comunità queer. Dove sono le persone di colore? Dove sono le transessuali?»

Se domando a chi è aperto il mondo della ballroom scene (e Moodha) la risposta mi arriva secca nell’orecchio: “A chi ha un disagio, un segreto. Questi spazi sono messi a disposizione per le persone che hanno qualcosa da dire o una motivazione per entrare in scena e camminare”. Kenjii parla della pesantezza che affligge la vita di chi è discriminatə, rifiutatə o emarginatə o anche semplicemente di chi non riesce a realizzare i propri obiettivi.

Foto di Oreste Monaco @ohrescjo
Foto di Oreste Monaco @ohrescjo

Lo scopo della serata, oltre quello di allenarsi e divertirsi, è portare in strada – in un luogo comune, centrale e pubblico – tutta la potenza dirompente del voguing per ricreare uno spazio fuori contesto e sbattere in faccia a chi filtra la realtà con i dettami machisti le storie e le esistenze di tutti. Se gli chiedo di essere più specifico, aggiunge senza indugio: “A Milano manca una vera comunità queer. Dove sono le persone di colore? Dove sono le transessuali? Certo, a Porta Venezia funziona bene la vita dei locali notturni, ma dove sta il supporto reciproco quando di giorno ci si ignora da una parte all’altra del marciapiede?” Se gli chiedo cosa pensa di Via Lecco è tranchant: “Una via dove la gente va a sfilare per poi parlarsi su un app di dating”.

Il voguing non è un luogo nato per essere sfruttato o per fare profitto, ma per garantire la sicurezza di chi partecipa.

Eppure l’ossimoro non sta nel quartiere di Porta Venezia, che da sempre è stato il centro della multiculturalità milanese dove si sono insediati i primi locali eritrei, etiopi e somali, e dove hanno preso piede i primi bar LGBTQ+; ma nel nostro approccio all’inclusione della diversità senza un motivato interesse economico o di altro genere. Su questo punto Kenjii è inamovibile e conferma con una frase la sacralità della ballroom-scene dicendo: “Questo non è un luogo nato per essere sfruttato o per far guadagnare, ma per garantire la sicurezza di chi partecipa”. Segue il corollario secondo cui le persone che assistono a Moodha non devono venire con una pretesa di spettacolo ma approcciarsi con rispetto e curiosità, come si farebbe in un tempio. Gli allenamenti sono amatoriali e improvvisati con mezzi di fortuna: qui tutti possono contribuire con strumenti propri, dagli speaker alle luci fino ai microfoni veri, anche se quello giocattolo in uso allena l’immaginazione.

I figli/e di Kenjii – così si chiamano i voguers che appartengono a una House dove una madre/padre ricrea un legame adottivo simile all’usanza sarda dei fillus de ànima (figli all’anima) –, esponendosi in strada ci ricordano che cos’è la vera queerness. Quanto è fondamentale la sua rappresentazione per ribaltare l’estetica dominante e sovvertire le classi sociali rivendicando il diritto di ognunə a esistere nella sua versione migliore. Non sappiamo se gli eventi spontanei di Moodha avranno una serialità programmata o si esauriranno, e per questo basta seguire la pagina Instagram di Moodha. Ciò che conta è che questa realtà esiste anche fuori dalla ballroom scene per mostrare attraverso la partecipazione le altre facce dell’esistenza umana tenendo a mente una cosa: beauty is where you find it.