Olmo

Un racconto della serie di ZERO 'Propagine. Storie del contagio'

Scritto da Piergiorgio Caserini il 8 marzo 2020
Aggiornato il 27 marzo 2020

Illustrazione di Roberto Alfano

Il suono degli spari non la lascia dormire di notte. Si sveglia, spaventata e in balia degli spasmi. Una raffica di mitragliatore si abbatte sul muro, intonaco e calce franano a terra. Lei è sudata, e come se fosse bambina copre il viso fino al naso. La coperta è antiproiettile, antirumore. Ma qualche rantolo scivola con lei. Anche se gli occhi sono serrati, vede distintamente una figura annegare nei rivoli copiosi e rubino del sangue. Il corpo si svuota dall’orifizio più esposto di sempre: la bocca. Filtra tra i denti e colma la trachea, blocca la lingua come un tappo, soffoca, anche se già ci ha pensato il proiettile ad aumentare la pressione sanguinea. È ancora con gli occhi chiusi, e ancora i rumori gutturali insistono nel dipingere paesaggi sanguinolenti. La testa è ancora ovattata dal sonno, è debole, non filtra. Mentre i rantoli si fanno deboli e affannosi, lei immagina che a breve arriverà l’ultimo respiro. Il momento dello scarico. Quello dove il corpo per intero perde la sua vitale consistenza, accompagnato dallo stesso viscido rumore che fanno i palloncini sgonfi. È quando l’intestino cede, privato della pressione che teneva insieme le membra, e scarica merda e sangue insieme, svuota l’uretra, svuota il cazzo, è l’ultimo respiro, l’ultimo saluto del metabolismo al mondo che ospitava il passeggero. È lo scambio finale: la carne saluta con merda e sangue. Questo è il suo ultimo ricordo. Intanto che queste immagini si fanno più che nitide nella sua testa, qualcuno grida un ordine da qualche parte, un’allerta, forse un richiamo. Parte un’altra raffica, questa volta più vicina. Di sfondo alla guerra le parole dolci di una donna che ride, quei risolini caparbi e incresciosi. Erano le quattro del mattino.

OLMO, CRISTO, SPEGNI LA PLAYSTATION

La madre si stropiccia gli occhi. Mio figlio è un cretino. Si alza di scatto e prende a pugni la porta gridandogli che UNO: se non ti decidi a spegnere quella cazzo di trappola cognitiva giuro che chiamo papà e gli faccio scardinare la porta, e appena entrati prendo quella scatola e la schiaccio con le pantofole fino a che non vedo il silicio polverizzato, e DUE: se non ti decidi a uscire da questa cazzo di stanza succederà la stessa identica cosa alle tue guance, giuro. Si fermò un attimo per riprendere fiato. Certo mamma, spengo tutto, scusa e buona notte. Attonita. Dovrò inventarmi qualcosa di più cruento. Una minaccia più temibile la prossima volta, pensa la madre.
La mattina è domenica otto. Da martedì tre suo figlio Olmo ha deliberatamente scelto di non uscire più dalla sua camera. Non ha più incrociato il suo sguardo da quel giorno, e tutta la casa si era come svuotata della sua presenza. I taccuini e i libri erano scomparsi, ritiratisi in camera con lui. Anche i trucioli, la raspadura delle matite che solitamente sporcava a terra e per cui lei si arrabbiava spesso, anche quelli erano scomparsi. Rimanevano il pulito e l’ordine, e lì in mezzo la sua assenza.

OLMO C’È LA SPREMUTA

Intanto Olmo era felice, anzi Olmo non era mai stato così felice. Il corpo intorpidito, le mani frenetiche, il formicolio del sangue che non scorre, lo sentiva in tutto il corpo, tutto il suo corpo, ogni poro della pelle, ogni membra, ogni organo, persino i capelli si rizzavano per essere compartecipi di quei momenti magici, Olmo era una macchina orgonica, Olmo era l’accolito di Wilhelm Reich, Olmo era un accumulatore seriale di orgoni ma anche un moderno cannone orgasmico, tensione, carica, scarica e distensione, la pulsazione in quattro quarti scandita da ritornelli di qualche minuto in cui a ogni pausa davanti ai suoi occhi passavano biondi e mori fenomeni atmosferici, uragani di filamenti color carminio, aurore boreali di lunghe trecce di platino, e poi il cielo bagnato, le stelle rosee e gli universi macchiati di latte, Olmo era felice, Olmo non era mai stato così felice, felice e stanco, di quella stanchezza che solo il fisico e la fatica sanno dare, la concentrazione e la perseveranza, la tenuta e la durata, la resistenza, le luci del mattino che incombono e il sonno interrotto.

OLMO SCENDI?

La madre ci prova ancora, ci prova sempre. Ma niente. Solo un leggero fruscio ritmato proviene dalla camera chiusa che si affaccia sulle scale. Io davvero non so cosa fare, sussurra la madre al padre. Chiamiamo il dottore, facciamogli fare il tampone. Magari c’ha il virus, oddio!, dobbiamo portarlo all’ospedale, no, dobbiamo chiamare l’ospedale, dobbiamo fargli avere le mascherine! Gli occhi di lei erano tirati a lucido, ma non per il virus. Olmo era in casa già da settimane con la caviglia ingessata, e non aveva messo mai piede fuori di casa, mai con altri. Non c’aveva il virus, no. Per qualche ragione Olmo si era autoimposto una quarantena nella quarantena. La stanza, niente di più. E tutti i suoi rituali, perversi nel dettaglio e nei silenzi. Il cibo alla porta, il bussare e l’allontanarsi.
Il padre, dal canto suo, non aveva invece di quelle preoccupazioni. Il figlio era uno stronzo, niente di più e niente di meno. Playstation e libri, guerra e porcate, ecco la sintesi perfetta di quello spermatozoo sbagliato che per errore o per dispetto ha centrato l’ovulazione. Sicuramente un sotterfugio. Sicuramente. Perché era indecente, tutto guerre online e libracci incresciosi. Sempre a parlare di sesso, di sperma, di perversioni, pure alla nonna. A Natale le disse che si sarebbe fatto sposare da una puttana, e in comune perlopiù, semmai avesse trovato una disgraziata disposta a tollerarlo. D’un tratto: la vena sul collo si gonfia e palpita, lo sguardo scatta alla camera di Olmo.

OLMO, SALGO E SCARDINO LA PORTA ADESSO

Il piacere non ha misura, il piacere non è quantificabile perché è aprioristicamente troppo, il piacere è dismisura ma ha bisogno di un calcolo, di meccanica, di meccanica e di sadismo coattivo, la passione di Olmo è estatica e sfarfallante, composita e allora straripante ed esuberante e quindi sublime, ma anche speculativa perché l’azione del pensiero e della fantasia è comunque presente nella circoscrizione precisa e pratica del desiderio, perciò nei reconditi di Olmo le letture di Fourier strisciano nel fruscio dell’asmr delle ragazze bionde e provocano un’esplosione orgasmica nel cervello, è la varietà e la concatenazione, è il flusso orgonico che arriva dalle galassie di Orione irraggiato dalla pelle verde delle donne orioniane, dai feromoni che fottono Kirk, è una tensione fantastica e senza dubbio pragmatica, è l’abolizione di ogni rifiuto, un’estasi caleidoscopica e ipnotizzante.

BASTA OLMO, CI HAI CACATO IL CAZZO

Il padre sbatte un pugno sul tavolo. Ma dalla camera niente, solo il solito fruscio. La sorella guarda madre e padre come se fossero due cretini, e sorseggia rumorosamente la spremuta d’arancia. E TE BASTA CON STI VERSI COS’HAI TRE ANNI CRISTO sbraita il padre mentre d’impeto si alza dalla sedia. Ma anche lei scatta, e si para davanti al padre. Papà, dice la figlia. Sappi che Olmo ha assunto appieno le responsabilità della quarantena. Perché sì, come recita la pagina Facebook: noi ce la facciamo, sì, ma da soli è pur sempre difficile. Il desiderio di contatto è la cosa che più di ogni altra spinge donne e uomini a uscire dalle proprie case. Siamo animali sociali, papà. Dagli albori della specie, una e una cosa soltanto ha semp MA CHE CAZZO DICI ANCHE TE QUA TUTTI SCLERATI NEL CERVELLO V’HA PRESO L’EPIDEMIA!, papà, innanzitutto non dovresti minimizz LEVATI e scansandola si inerpica deciso sulle scale sbattendo i piedi come se fosse il generale Carter con gli speroni sotto le ciabatte. Papà!, ma la sorella non fa in tempo a dare l’ultimo avviso che lui ha già tirato fuori la chiave di riserva, e senza nemmeno bussare spalanca la porta e irrompe.

OLMOOOOOOOO

Al primo passo il pavimento scricchiola, ma mica c’è il parquet.
Centinaia di fazzoletti scricchiolano come i pallini dei pioppi sotto gli speroni pantofolati di papà-Carter, che fa appena in tempo a notare le cuffie wireless sulle orecchie di un Olmo con le spalle contratte e un’espressione beata prima di essere risucchiato da una bocca accecante e carnosa, grande quanto il lampadario del salotto, due occhi scuri e profondi inondati di latte. D’istinto il padre si copre il viso con il braccio, ma la visione è totalizzante e irreprimibile, e titola:

Mina Turns his intrusion into a pleasant surprise for her pussy

Olmo era contento, Olmo era felice, Olmo era stanco, Olmo era un lettore troppo giovane e inesperto di Reich e Fourier, Olmo è in quarantena, Olmo ha scoperto una cosa bellissima e allora Olmo si è drenato per intero le palle per giorni e tre notti di porno gratis. Ovviamente Olmo ha finito la scorta di fazzoletti incurante di lanciarli mano a mano per terra, e ormai che tutto è finito, già che c’è, lascia cadere anche l’ultimo sotto gli occhi del padre basito, chiedendo con la sua stessa irruenza dov’è la sua cazzo di spremuta che ha bisogno di idratarsi.

Mulazzana, 8 marzo 2020.