La scorta

Un racconto della serie di ZERO 'Propagine. Storie del contagio'

Illustrazione di Roberto Alfano

Scritto da Piergiorgio Caserini il 27 febbraio 2020
Aggiornato il 20 marzo 2020

Giorno 4

La situazione è la stessa, immobile da venerdì. I pochi che si vedono passeggiare per le strade di campagna indossano la mascherina. Ordinanza. Qualche cane, qualche spavaldo che corre a piedi o in bici. Maschere aggressive e sportive, The Road di McCarthy ma più tamarro.
Sui ciottoli di Via Roma non c’è cartaccia che si muove, nonostante si sia alzato il vento. All’assenza di tutti si aggiunge quella della sporcizia. Se ne dica poi, che l’aria pare effettivamente più pulita. Sarà il vento, sarà che nessuno guida, che i treni e pullman saltano le fermate, ma la quarantena pulisce l’aria, riduce le emissioni. Sarà che ci si prospetta meno gente, così dicono i post ignoranti e le teorie del complotto, ma comunque si respira meglio. A mancare davvero è altro, mica l’aria.

Ai supermercati si va a piedi. Chi con le sportine di tela, chi si porta i carrelli direttamente a casa. Piccoli picchi di isteria nel prendere decine di scatolette di fagiolini sottovuoto. Non posso fare a meno di ricordare l’educazione alla vita sotterranea nei bunker americani durante la Guerra Fredda.

Netflix, Instagram, Facebook, un po’ di televisione, i libri e la scrittura, questa. Questo rimane da fare, mentre le sirene delle ambulanze sfrecciano nevrotiche per il paese, chiamati dall’ennesimo impanicato che al primo colpo di tosse chiama il numero sbagliato.

E io ho finito la birra buona. Tra tutte le cose che potevano mancare, a Codogno, a Castiglione (soprattutto) e in tutti gli altri fratelli quarantenati, l’alcol era l’ultimo dei beni che avrebbe dovuto mancare.

In questi paesi, territori, province basse, la birra e il vino sono stati i naturali palliativi rispetto al nulla che si apre da sempre davanti agli occhi, rispetto alla nebbia che ottunde e offusca, rispetto alla noia di una vita lenta, rispetto a una presunta “movida” dichiarata da qualche giornale in questi giorni – che per la cronaca, non è mai esistita; a meno che non s’intendano quelle decine di persone che frequentano i locali, e a turni. Comunque tutti ubriachi e felici, tranquilli e rilassati. Insomma, l’assenza dell’alcol avrà ripercussioni, statene certi. A mamma già trema la palpebra. A scriverne, compare per evocazione il sapore della birra buona, l’amarognolo balzante e luppoloso in tutta la bocca, mentre la salivazione aumenta e le pupille cercano di dilatarsi a vuoto. Papà guarda in frigo, rimane una cassa di birra presa di furbizia al Conad. Una Wangel Brau, altresì detta “il Piscio di Terminator” per l’invasione di ruggine che attanaglia il palato al primo sorso. Papà lancia una bestemmia e prende una lattina. La apre, schiuma, la beve e riposa la latta svuotata sul tavolo, assieme a una piccola piramide di almeno 20 esemplari. Quanta ossidazione avrà pisciato Schwarzenegger, mi chiedo.

Intanto mamma controlla la piccola dispensa delle gioie. Ancora un po’ di San Simone, poca roba. Troppo poca. Si accende una sigaretta, e le cartine stanno finendo, sbuffa e si passa una mano tra i capelli. Quanto è bella la mia mamma, dico. Ma poi accende il telefono e vede che a Milano stanno attaccando i supermercati, come qua. Che la gente ha assaltato le farmacie, amuchina e mascherine sold-out. Che i droni fanno il giro del paese e pare non ci sia nessuno, ma la sorella sta facendo una corsetta da almeno due ore insieme a un gruppo di amici, quelli astemi e sportivi si sfogano così. Fuma la sigaretta in qualcosa come tre tiri, e anche lei bestemmia. Papà e mamma si guardano. Niente birra buona, niente cartine. Gli scaffali vuoti. Allora aprono Facebook e cominciano a inveire sul gruppo del paese e sulle bacheche pubbliche, dove invece che Schwarzenegger, a pisciarci dentro sembra una strana entità che mescola l’autoritarismo paranoide dei gerarchi e l’ipocondria dei nevrotici. Invece che i raggi del sole nel culo del Professor Schreber mamma e papà e tutti gli iscritti hanno tubi di plastica cangiante connessi a macchine respiratorie troposferiche e precipitanti, condotti condivisi tra reti liquide come le secrezioni salivose assieme a tutto il mondo che li segue sui social, commenta poveretti e invoca madonne e chiusure di frontiera, mobilitando il classico delirio razziale che stavolta è salsa di soia e spaghetti di riso attorno a bacchette rettoscopiche, unitamente a qualche episodio di violenza reale.

Li lascio alla loro astinenza. Per ora è meglio così. Finché rimane il piscio di ruggine di Schwarzenegger, non è che vada bene, ma non ancora malissimo. Mi vibra il telefono. Un link da un amico. La pandemia sarà l’occasione per instaurare il nuovo governo mondiale. Non c’è dubbio che è roba da laboratorio. Servizi segreti. Illuminati bastardi, quello non lo scrive ma sicuramente lo sta pensando. Il virus è come uno scopettone demografico, toglie la gente dai bordi delle nazioni come la merda dai bordi del cesso. Con pulizia. Gli mando una foto del cazzo specificando che s’ingozzi, nella speranza che la prossima volta controlli meglio le sue fonti e soprattutto eviti di mandarle al gruppo del paese, perché già mamma e papà hanno bevuto altre tre dosi del piscio di Terminator e rischiamo di finirle tutte.
È il quarto giorno, e la gente al di fuori della quarantena mi sta decisamente sul cazzo. Vi prego di fornire delle birre.

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