Il mercato delle pulci di piazzale Cuoco

Ravanare, contrattaccare, sbaraccare: tre verbi che devi conoscere per affrontare una visita all'HobbyPark di Calvairate

quartiere Calvairate

Scritto da Valeria Lenchi il 12 novembre 2021

Foto di Ingacio Gutiérrez Ohlsson

C’è chi narra che quello che si recupera lì dentro non si trovi nemmeno nelle banlieue parigine. Chi ricorda i tempi in cui c’era dentro il parrucchiere e persino il dentista, nemmeno fossimo a Mumbai. In un angolo accanto all’ingresso resistono ancora sbiaditi cartelloni che promuovono viaggi da e per la Moldavia alla modica cifra di 353 euro. Un bel Chisinau/ Milano senza fermate intermedie né controlli nel portabagagli. Personalmente durante la mia visita, a qualche mese dalla riapertura, ho parlato con una signora pensionata abbastanza incazzata, perché aveva speso 80 euro per il suo posto al coperto, ma a causa della pioggia ne aveva guadagnate soltanto 10. E con 300 euro al mese di minima, non è proprio facile campare. Se poi ci si mette anche il temporale… Tanto più che una cliente, arrivata dal centro sosteneva che a Duomo in quel momento nemmeno stesse piovendo. Magie metereologiche della toponomastica.

Un luogo mitico, raccontato in varie salse dalla stampa a seconda del colore politico e indubbiamente uno dei simboli più famosi del quartiere.

Quello che è certo è che qui, all’angolo tra piazzale Cuoco e viale Puglie, da quasi 20 anni confluisce una folla disordinata e composta da un’umanità alquanto disparata per estrazione e ceto sociale. Tutti riuniti  per prendere parte a uno dei riti più antichi che la storia dell’umanità conosca. Quello del mercato. Il mercatino delle pulci di Piazzale Cuoco, ufficialmente HobbyPark, è un luogo mitico, raccontato in varie salse dalla stampa a seconda del colore politico e indubbiamente uno dei simboli più famosi del quartiere. È un luogo di socialità, scambio, riciclo e a volte ricettazione. Una di quelle cose per le quali Calvairate è famosa anche al di qua della circonvallazione e che richiama curiosi e frequentatori abituali anche da altre zone. Quando ci si appresta a parlarne è molto facile cadere sia nella retorica del degrado, calvalcata da alcuni residenti che mal sopportano le frange di abusivismo e irregolarità che si radunano ai margini dell’area dei venditori “regolari”, sia nell’entusiastica esaltazione del folklore del luogo e dall’aria di frontiera che si respira passeggiando tra i banchi, in parte diretta conseguenza del sopracitato abusivismo. 

Complicato, e tremendamente noioso, sarebbe ripercorrere la storia dello spazio, che dalla sua istituzione nel 2004 ha visto diversi passaggi di gestione e vissuto momenti di alterna gloria. Da esempio virtuoso di economia circolare a ricettacolo di pratiche al confine della legalità, soprattutto per la provenienza della merce che si scambia. Fatto sta che il mercato è una sorta di sopravvissuto alle politiche delle amministrazioni che si sono succedute in questi anni, che ancora non ne hanno decretato la chiusura definitiva, nonostante si trovi da sempre al centro del dibattito di chi lo considera da una parte luogo da preservare e di chi invece preferirebbe vederlo spazzato via insieme ai suoi frequentatori.

Che optiate per addentrarvi su “viale inferno” o per fingervi stylist a caccia di tendenze, questi sono i rudimenti per “aver fatto l’affare”.

In questa sua natura “resistente” si rintracciano alcuni caratteri peculiari che contraddistinguono anche l’anima del quartiere che lo ospita e per raccontarvela abbiamo individuato tre pratiche che chiunque si trovi a farci un giro dovrebbe saper padroneggiare.

Foto di Ingacio Gutiérrez Ohlsson
Foto di Ingacio Gutiérrez Ohlsson

RAVANARE

Dall’etimo incerto, questo verbo di provenienza per lo più settentrionale, indica il frugare in maniera confusa e randomica all’interno di una notevole massa di oggetti di varia natura, spesso aggiungendo disordine al disordine. Nel caso dell’Hobbypark, senza opera di ravanamento si torna a casa con l’impressione di aver visitato un’immensa distesa di carabattole senza alcun valore. Senza invece rendersi conto che solo affondando le mani tra la mercanzia esposta sui banchi si possono trovare, nascosti nel marasma generale, piccoli tesori e grandi occasioni. Come spesso avviene, dove l’occhio non percepisce la distinzione tra il buono e il cattivo, tra il bello e il brutto, sono le percezioni tattili a guidare nella scoperta. Il consiglio è quindi di farsi avanti lasciando alle spalle la timidezza, per cercare, ad esempio, una maniglia di ottone di particolare fattura semisepolta tra ammassi di ferraglia, un posacenere pubblicitario vintage celato da montagne di suppellettili di dubbio gusto o una felpa Lotto del ‘96 ammonticchiata tra cumuli di vestiti a 2 euro.

CONTRATTARE

Si potrebbero scrivere interi manuali sulle tecniche più efficaci nella sacra arte del mercanteggiamento. I ben informati, che si sono guadagnati medaglie all’onor civile in piazze ben più impegnative di Cuoco, ci riferiscono che se si adocchia qualcosa che interessa bisogna avvicinarsi fingendo totale indifferenza per poi andarsene quasi subito. Solo dopo un po’ tornare al banco, chiedendo il prezzo di qualcos’altro, salvo poi andarsene di nuovo. Al terzo tentativo di approccio chiedere finalmente informazioni sull’oggetto delle proprie brame, fingendo se possibile ancora più indifferenza. A quel punto i giochi sono aperti:perché qualsiasi sia il prezzo dichiarato dal venditore ci si dovrebbe indignare, esprimendo a gran voce l’assurdità della richiesta. In un balletto di continui avanti e indietro, fino a chiudere la vendita nei casi più fortunati all’80% in meno rispetto al prezzo dichiarato inizialmente. Personalmente non amo tutti questi “anda e rianda”, quindi di solito propendo per andare dritta al punto e piantonare il banchetto senza mai interrompere il contatto visivo con il venditore. Offrendo almeno il 50- 60% in meno della sua richiesta. A onor del vero devo dire che funziona solo se il poveretto è già di suo un po’ abbacchiato e si lascia prendere per sfinimento. Il mio maggiore successo sul campo fu, ormai 15 anni fa, una Leicina Super8 della Leica perfettamente funzionante pagata 50 euro. Che scegliate l’approccio aggressivo o l’abbordaggio graduale, è comunque fondamentale avere una strategia precisa, affinata con gli anni, per evitare di prendere sòle pazzesche.

SBARACCARE

Questa è la pratica in cui primeggia chi frequenta il mercato come venditore abusivo. Non importa che la mercanzia esposta sui teli stesi a terra non sia rubata, ma trafugata dai cassonetti gialli della Caritas o fortunosamente recuperata in qualche cantina. Da quando almeno due pattuglie della polizia locale presidiano l’area intorno al parco Alessandrini, dove si raduna quello che familiarmente viene chiamato il “suk”, diventare maestri nel tirare su la propria mercanzia e riporla in valigie o carrelli nel più breve tempo possibile è vitale. L’aspetto surreale è che con altrettanta disinvoltura basta spostarsi di 40 metri per allestire nuovamente il proprio banchetto improvvisato, per poi battere un nuovo record nello sbaraccamento dello stesso, non appena l’agente di turno ricompare a fare brutto. E via così, dalle 6 del mattino fino alle 2 del pomeriggio, in una rincorsa al gatto con il topo che tocca tutti i punti del parco e del marciapiede antistante. Una danza che dietro i contorni dell’assurdo ha qualcosa di poetico e vagamente metafisico. Anche se probabilmente non vi ritroverete mai a doverle mettere in pratica in prima persona, potrete comunque apprezzare le varie tecniche di sbaraccamento: dall’ammasso verso il centro con i 4 lembi del telo raccolti a fagotto, al rotolo delle meraviglie fino ad arrivare a un raffinatissimo piegamento in 6 parti uguali, probabilmente di ascendenza nipponica, nelle quali la merce magicamente non si sposta.

Che optiate per addentrarvi su “viale inferno”, come era chiamato fino a qualche anno fa, per un deep dive nel disagio calvairatese, o fingervi stylist a caccia di nuove tendenze nell’area dei regolari, siamo certi che questi primi rudimenti vi torneranno utili per tornare dalla visita, se non soddisfatti per aver “fatto l’affare”, quantomeno divertiti.