Il nostro Rewire inizia venerdì 4 aprile, ma già pochi secondi dopo aver varcato la soglia del Grey Space e aver fatto il primo passo ufficiale nel festival, arrivano racconti entusiastici della serata precedente, in particolare dell’iconica performance di Alvin Curran “Maritime Rites” e del suo corteo di barche che hanno navigato, sonorizzandolo, lo specchio d’acqua dell’Hofvijver, proprio di fianco al Parlamento. Elogi da più parti arrivano anche per il live di Alessandro Cortini.
Il venerdì parte con un’immersione profonda nella voce di Antonina Nowacka, accompagnata da Anne La Berge e dall’arpista Doriene Marselje. Una performance alta e contemplativa, perfettamente in tono con la Nieuwe Kerk in cui è ospitata. Segue quello che si rivelerà uno dei migliori live dell’interno festival: una delle rare esibizioni dei Good Sad Happy Bad, formazione capitanata da Mica Levi capace di ricamare e decostruire brani e melodie (anti)pop, restituendole con un energia incredibile. Nella Concertzaal dell’ Amare Neila Sinephro ricrea senza sbavature la magia del suoi live, che sono un crescendo di spiritualità e amore in cui arpa, elettronica e sezione ritmica si esaltano a vicenda: un vortice che innalza lo spirito come pochi artisti riescono a fare attualmente. A fine esibizione c’è chi piange: ne ha ben ragione. Aya brucia il Paard con i brani del suo nuovo album “hexed!”, mentre Ben Lamar Gay e il duo formato da Ibelisse Guardia Ferragutti e Frank Rosaly ricordano a tutti perché la International Anthem è attualmente una delle cinque etichette discografiche più importanti del mondo. Chiudono i Seefeel, al gran completo nella Lutherse Kerk, che con le loro melodie iperdilatate ricordano invece perché la Warp è stata una delle cinque etichette discografiche più importanti del mondo tra gli anni Novanta e i Duemila.
Il sabato inizia presto e con una prima mondiale: quella dei Matmos, maestri del ritmo e del campionamento non convenzionale, che sul palco portano una performance interamente dedicata ai metalli e ai suoni da loro emessi, reinterpretandoli come strumenti musicali percussivi. Drew Daniel – che suonerà poi anche molte ore più tardi come The Soft Pink Truth – e Martin Schmidt sono in ottima forma e a fine esibizione la standing ovation è spontanea e meritata. Subito dopo inizia un festival nel festival: quello di Valentina Magaletti che sale per la prima volta sul palco con il suo progetto Holy Tongue, in un live in combo con Shackleton: potenza e ritmo eccezionali, un calderone dub irrequieto che fa ribollire a più non posso basso e batteria.
Poi è la volta degli Able Noise, una delle sorprese del festival, con un live lirico e delicato tanto quanto spigoloso: un post-rock-folk dal sapore antico, che fa trattenere a tutti il respiro, lasciando gonfiare i cuori in sala. Gli SML orchestrati da Jeremiah Chiu servono al Koorenhuis la loro seconda esibizione ed è un tripudio: un treno kraut-jazz psichedelico irrefrenabile. Anche questo si rivelerà uno dei migliori live del festival. Kali Malone incanta all’organo della Grote Kerk, mentre la batteria di Greg Fox è il primo mattone del muro di suono del super gruppo Body Meπa, che riattualizza il post-rock agli anni Duemilaventi.
La domenica parte con una performance metallurgica di FUJI|||||||||||TA, che dialoga con uno strumento autocostruito suonandolo ora con un getto d’aria, ora percuotendolo, ora facendolo vibrare addirittura con la voce: un esperimento molto interessante, ma che forse dura per troppi minuti. Non è sfavillante nemmeno l’esibizione di Wendy Eisenberg, mentre il decollo avviene quando sul palco del PAARD sale Panda Bear e mette nello stereo di una decappottabile il suo nuovo album “Sinister Grift”: un’accelerata kraut-surf-rock, un po’ di mescalina e l’auto parte per un viaggio in un tunnel psichedelico e colorato, come visual che accompagnano il live. Subito dopo i caroline, un ensemble pressoché orchestrale che occupa tutto il palco del Concordia, con i suoi elementi e l’intensità dei suoi brani che ricordano i migliori Thee Silver Mt. Zion e tante altre gemme della Constellation. Meravigliosamente e semplicemente struggenti. Anche i Moin, band formata dalla Magaletti e dai Raime, sono al gran completo e sul palco fanno ruotare alla voce Olan Monk, Sophia Al-Maria e Coby Sey per interpretare i brani del loro bellissimo ultimo album “You Never End”, uscito per AD 93. Tanta potenza, tanto suono, tanta qualità in ogni pezzo. Gli ultimi due live del festival sono in una affollatissima Lutherse Kerk: c’è la prima mondiale del live di presentazione di “no floor”, album meraviglioso di more eaze & claire rousay, figure chiave del movimento nu-ambient contemporaneo, che dimostrano di saper intrecciare elettronica e steel guitar in maniera celestiale. Poi Eiko Ishibashi, una chiusura elegantissima per laptop, voce ed elettronica.
Il Rewire si conferma un giardino delle meraviglie, dove cogliere i frutti più freschi del panorama musicale mondiale. Un festival che ha la capacità di allargarsi e diversificarsi, con un cuore elettronico contaminato da jazz, rock e musiche dal Quarto Mondo. Il tutto amalgamato con sperimentazione e ricerca. Uno squarcio spazio-suono-temporale che vorremmo durasse non per quattro ma per quaranta giorni. Forse troppi, ma se vivessimo sempre di live così, non saremmo tutti più felici?






