Foto di Denys Nevozhai

Scritto da Claudio Gervasoni il 6 settembre 2019

«Mi ci sono voluti 10 anni per trovare il corretto approccio mentale e contemplare anche solo l’idea di arrampicarmi in free solo su quella parete»: Iain Miller ha speso un decennio della sua vita a immaginarsi in free solo sul Cnoc na Mara, una parete a 100 metri sopra il mare d’Irlanda che solo 30 climber al mondo hanno saputo sfidare. È solo uno dei tanti esempi di tenacia e perseveranza che animano la storia dell’arrampicata e dell’alpinismo, costellata anche di molti primi passi che non sono mai arrivati in cima. Quando il 14 luglio 1865 Edward Whymper e Michel Croz raggiunsero la sommità del Cervino avevano dietro le spalle almeno 15 tentativi di vetta di una montagna considerata fino a quel momento impossibile da scalare: la loro impresa diventerà nel tempo lo spartiacque tra le spedizioni pionieristiche a scopo scientifico e il moderno alpinismo sportivo.

La prima del Cervino di Whymper è anche la prima grande tragedia dell’alpinismo, uno sport in cui la rinuncia non è vista come una sconfitta ma come estremo rispetto della montagna, prima ancora che di sé. Nel suo libro “L’assassinio dell’impossibile” Messner parla addirittura di alpinismo di rinuncia, inteso come accettare l’esistenza dell’impossibile senza per questo sentirsi sconfitti. Impossibile almeno fino a quando qualcuno non riesce a renderlo possibile: nessuno pensava di poter salire la Heckmair Route sulla parete nord dell’Eiger in meno di 3 giorni, Ueli Steck lo ha fatto in 2 ore e 47 minuti; Simone Moro è riuscito nella prima invernale del Nanga Parbat dopo 3 tentativi suoi e innumerevoli di altre spedizioni su quella che gli sherpa chiamano “montagna assassina” e che conserva tra i suoi ghiacci i corpi di almeno 60 dei 200 alpinisti che l’hanno affrontata. Salire ha sempre un margine di incertezza e rinunciare non è mai una debolezza, ma solo un rimandare la realizzazione dell’impossibile.