Che si è detto sugli scali a Milano?

Nella conferenza stampa più lunga di sempre, poche informazioni e una televendita

Scritto da Lucia Tozzi il 27 gennaio 2020

Nel tendone del Social Music City (d’inverno Lorenzini District), dove generalmente transitano migliaia di giovani felici in stato di maggiore o minore alterazione, è stata ospitata il 18 gennaio una delle più grandi conferenze stampa mai tenute a Milano. Non è la piramide di Panseca, ma faceva il suo effetto. Decine e decine di sedie in fila, stipate non di giornalisti ma di persone che nei più svariati modi hanno interessi nel futuro sviluppo della città.
E in effetti non si può dire che fosse una vera e propria conferenza stampa, di quelle rivolte ai giornalisti per comunicare nuove informazioni. Era piuttosto un riepilogo di tutte le (poche) notizie più o meno attendibili che riguardano gli ex scali ferroviari, in particolare il loro presente e il loro futuro. Un futuro che dipende però molto da quanto i potenziali investitori riterranno l’investimento affidabile, e quindi estremamente incerto anche nella città modello. Perché sarà pure modello, ma poi se viene la crisi finanziaria mondiale, o se cambia il clima politico, o… o…
Il riepilogo, comunque, è durato la bellezza di tre ore, con tanto di video emozionale di un contrabbassista che monta lo strumento in uno spiazzo asfaltato dello scalo e attacca a riempirlo di suoni profondi e celestiali.

Quali notizie dunque sono state fornite a questo pubblico? E quali no? A che stiamo?

In primis si è ribadito che la superficie totale degli scali ammonta a più di 1 milione di metri quadrati di aree libere, il che equivale a 1/181esimo della superficie comunale.

Poi si è ricordato che il destino di queste aree è stato avviato definitivamente con un Accordo di Programma nel 2017 tra Comune, Regione, FS Sistemi Urbani (proprietaria delle aree) e un privato, Savills sgr. Con una grande soddisfazione si è detto che i ricorsi contro questo accordo sono stati tutti respinti dal TAR, e ora si può finalmente procedere allo sviluppo. Quello che si è taciuto è queste aree erano proprietà squisitamente pubblica, ma poi nel 1992 accaddero due cose che la trasformarono in proprietà privata di un ente pubblico, Ferrovie dello Stato, che si era però trasformato in spa. La spa ha scisso l’attività in due rami, quello che gestisce i trasporti e quello che gestisce il patrimonio (FS Sistemi Urbani), che da allora si è comportato come un privato: valorizza le proprietà. Insomma, quelle che erano aree da gestire nell’interesse dei cittadini si sono trasformate in aree da sviluppare per arricchire società private o pubbliche che si comportano da private (tra gli altri articoli che hanno descritto questo passaggio, quello di Offtopic su Napoli Monitor è tra i più recenti ed efficaci).

E infatti, ci si potrà costruire tantissimo: e qui la comunicazione è molto contorta, perché bisogna fare capire agli immobiliaristi che l’indice edificatorio è rimasto altissimo (0,65mq/mq) e quindi molto redditizio, mentre nella stessa frase si dice ai cittadini che quella quantità è molto più bassa di quella concessa dalla giunta precedente e che in più gli scali saranno i nuovi polmoni verdi della città.

A conferma di questo piano che sembrerebbe dovere andare oltre la sostenibilità si allegano mappe non dei parchi e giardini che dovrebbero eventualmente nascere sugli scali – banale – ma delle “infrastrutture verdi” che saranno progettate tra uno scalo e l’altro, una sorta di forestazione continua che garantirebbe agli uccelli di passare di ramo in ramo da un capo all’altro della città. Quindi: il 65% delle aree destinate a verde, più filari di alberi che connettono gli scali seguendo le rotaie. Per fomentare l’aspettativa dei cittadini vengono contrapposte due serie di immagini: degli zoom sulle parti grigie e cementose degli scali, e delle panoramiche in rendering verdi-Irlanda che neanche la Contea degli Hobbit. Più o meno così:

In realtà si possono fare comparazioni più oneste, in cui si vede che nella bella stagione gli scali si presentano già parecchio verdi, e forse la cosa migliore dal punto di vista ambientale sarebbe fare come gli abitanti di Berlino, che hanno preteso che l’aeroporto dismesso Tempelhof venisse aperto al pubblico COSI’ COME ERA, senza edificazione alcuna.

Ma il verde non basta: se arrivano soldi sugli scali, si dice, si può attivare anche la mitica Circle Line (che sarebbe meglio definire SEMI-Circle Line, perché si ferma a Porta Genova-San Cristoforo a sud e a Bovisa a nord, senza chiudere il cerchio a ovest), su cui servirebbero finanziamenti per 97 milioni di euro per triplicare la frequenza dei treni che girerebbero da Rho a Greco Pirelli, a Lambrate, a Porta Romana, fino a San Cristoforo, aggiungendo qualche fermata come quella di Tibaldi, già approvata, e due che servono i progetti immobiliari più avanzati delle aree Rho-EXPO: vicino a Cascina Merlata (UpTown di Euromilano) e in corrispondenza della passerella di collegamento con l’ex-Expo, ora MIND. Un giro molto esterno, e ora come ora molto lento (mezz’ora più i ritardi da Greco a Porta Romana, per esempio). Certo, se invece si decidesse di unire anche la linea interna del passante, quella velocissima che va da Porta Garibaldi a Porta Vittoria, con Porta Romana-San Cristoforo, sarebbe una svolta utilissima. Ora come ora, del tutto ipotetica.

Eh, ma la diseguaglianza? è possibile in una città con 25000 in lista d’attesa per una casa popolare e un ceto medio sempre più in affanno continuare a costruire solo case di lusso, uffici e centri commerciali come a Porta Nuova e Citylife e molti altri posti? I nostri eroi delle ferrovie e del Comune rispondono anche a questo: il 30% di ciò che sarà costruito sarà residenza sociale e convenzionata.
Aah, ma quindi i 25000 possono sperare negli Scali per ottenere la propria casa popolare? Be’… popolare no (le percentuali scendono sotto il 5%), magari ti puoi comprare case a 2500-3000 euro al metro, o per esempio (cito il CEO di Fondo Immobiliare Lombardia) uno studente può trovare un posto letto a Greco per 550 Euro. Dei benefattori.

Ma andiamo nel dettaglio: a che punto stanno questi scali, uno per uno?

SCALO PORTA ROMANA: ha ufficialmente scavalcato lo Scalo Farini, che sembrava più avanti. Con le Olimpiadi 2026 si è aggiudicato il Villaggio Olimpico. E quando c’è un grande evento bisogna agire in emergenza, si sa, si passa sopra a tutto e nessuno, nemmeno i giudici, dovranno disturbare il manovratore. FS Sistemi Urbani ha fretta di vendere il terreno, e in effetti lo scopo di queste tre ore era questo, sollecitare il mercato, come ha apertamente detto Umberto Lebruto, ceo di Fs Sistemi Urbani, per concludere entro giugno 2020. Per ora quindi di concreto non sappiamo che forma questo scalo prenderà: unica certezza, il restauro della stazione passante di Porta Romana, che sarà collegata con un passaggio alla metropolitana Lodi.

SCALO FARINI: il grande concorso di progettazione sfociato nella vittoria di OMA della scorsa primavera – e di cui, come giustamente argomenta Nina Bassoli in un lungo articolo, non sono stati raccontati i progetti concorrenti né prima né dopo – lasciava presupporre che lo sviluppo fosse imminente, e invece è stato chiaramente detto che i tempi vanno dal 2030 al 2050. Il masterplan vincitore, poi, intitolato Agenti Climatici e fondato sullo studio di mitigazione del microclima urbano, è totalmente flessibile riguardo ai volumi, agli oggetti e alla loro disposizione: tout change, ogni cosa sarà plasmata dai flussi di denaro che arriveranno: grattacieli o fabbrichette, residenze o terziario. Non sappiamo quindi né il cosa, né il quando.

A lui è abbinato lo SCALO SAN CRISTOFORO, vicino a Giambellino, destinato a parco.

SCALO GRECO – BREDA: ha partecipato al bando europeo Reinventing Cities, orgoglio dell’amministrazione. Il progetto vincitore si intitola L’innesto, progettato dal sunnominato Fondo immobiliare Lombardia con e gestito da Investire sgr con Fondazione Housing sociale. Gli architetti sono Barreca e La Varra, mentre Arup si occuperà del progetto urbano: alla fine dovrebbero uscirne 400 alloggi convenzionati e 300 posti letto per studenti.

SCALO LAMBRATE parteciperà anch’esso alla nuova edizione di Reinventing Cities.

SCALO ROGOREDO invece è oggetto per una parte dell’area di un concorso di idee, AAA architetti cercasi, destinato a progettisti sotto i 33 anni e che in altre occasioni ha prodotto buone realizzazioni, come per esempio nelle torri A e B a Cascina Merlata. Lo scopo è l’elaborazione di un intervento residenziale cooperativo alla scala della città, degli spazi aperti e dell’edificio, in un’area non certo facile come questa. Il concorso però è di idee, non vincolante.

Infine, per lo SCALO PORTA GENOVA la situazione è ancora totalmente vaga.

In conclusione: gli scali rappresentano effettivamente il futuro prossimo di Milano, quello dei prossimi 10 anni? Con ogni probabilità no, a parte quello di porta Romana. Nel grande monopoli del Real Estate milanese, le energie saranno più probabilmente concentrate, oltre che nel centro, verso nord-Ovest (da San Siro a Rho) e forse verso Sesto e la Cittadella della Salute.
Vedremo nuove case a canone convenzionato o medio prezzo grazie agli scali? Qualcuna, pochine, dopo le Olimpiadi comunque. Parchi? In genere gli oneri sono gli ultimi ad arrivare (vedasi Parco Biblioteca degli alberi, oggi BAM, quanto ci ha messo). Siamo quindi ancora in tempo a promuovere un referendum vincolante come i berlinesi per Tempelhof. Circle Line? Per ora sembrano vicine solo le tre stazioni in più.

Il resto è spettacolo.