Terraforma: l’esperienza

A tre mesi dal festival vi riportiamo a Villa Arconati con il nostro flashback della quarta edizione di Terraforma

Scritto da Jacopo Panfili il 5 settembre 2017
Aggiornato il 12 settembre 2017

Quando scorgiamo Villa Arconati in lontananza, io e Zagor siamo in macchina, pronti a un’altra avventura per la quarta edizione di Terraforma. La facciata luminosa di Villa Arconati di Castellazzo di Bollate si impone al paesaggio solitario, tipico delle brughiere di quei luoghi, tra la quiete e la pianura, in una dimensione sospesa tra la campagna e la città. Dimensione: la prima parola chiave di tutto quello che riguarda questo racconto. Arriviamo all’ora del crepuscolo, quando il tempo si ferma nel silenzio, sollecitato dal suono dei grilli nei campi, il gracidare della rane nei canali e il ronzio occasionale di una zanzara che si infila nell’orecchio. Lasciamo la macchina e proseguiamo a piedi nel sentiero circostante al parco, nella penombra dell’ultima luce percepibile. L’entusiasmo, la curiosità, le aspettative sono alte. Passiamo da dietro, arrivando ai campeggi, in questa edizione di due tipi: da una parte il Pop Up Hotel, formato da tende pre-organizzate e fornite di letti e servizi base, distribuite intorno al laghetto; dall’altra il camping libero, quest’anno ampliato notevolmente nello spazio. Facciamo il check-in, poggiamo le cose e ci avviamo verso la musica, dove gli impianti hanno già preso vita.

Cerco di fare mente locale sulle persone da radunare, amici e amiche arrivati da ogni dove oltre Milano, chi da Roma, chi da Berlino, chi da Barcellona, chi da Copenaghen. Del resto ci ricordiamo del piacere di partecipare al Terraforma perché una parte del bello riguarda proprio questo aspetto: incontrarsi.

terraforma arrivo

Data la particolare ricerca e attenzione dei suoni previsti in line up, una cosa è certa: la fiducia del pubblico nei confronti dei direttori artistici di Terraforma è molta, fiducia conquistata grazie alle edizioni precedenti del festival ai diversi eventi connessi organizzati durante l’anno (vedi Killasan, Tranceparenti, Whiskey e Dischi ecc.). È importante questo fattore, perché in un momento in cui si perde l’interesse vero di che cosa si va a vedere o si va a sentire, Terraforma ad oggi rappresenta una delle poche situazioni in territorio italiano in cui l’amalgama rimane compatto, una dimensione e uno spazio, dove per tre giorni ambiente, persone e suoni coesistono in maniera perfetta tra loro con un obiettivo ben preciso: vivere a pieno questi elementi.

terraforma line up

Può non piacere un artista in scaletta, puoi smadonnare per le ore di fila in cassa per cambiare dei maledetti token, puoi prendere l’acqua a secchiate che scende dal cielo e ritrovarti la tenda allagata, puoi tornare a casa con una gamba gonfia di morsi di qualche ragno magico della sterpaglia, ma alla fine quello che rimane è un triangolo nel bosco che pulsa per tre giorni la cui energia vuole dire che se vuoi, puoi. Ed ecco che andando verso i palchi ci ricordiamo che metà del pubblico è straniero (tantissimi gli abituè degli anni precedenti dagli svedesi musicologi, al quartetto di inglesi appassionati di psichedelia che danno prova del loro agonismo in materia già alle 22 del venerdì, ai fonici di NTS Radio che girano con il boom a catturare registrazioni, alla stampa estera che fa tesoro di qualsivoglia testimonianza utile). Ci sorprendiamo nel vedere un nuovo punto ristoro vicino allo secondo stage e il playground per i bambini – che sarà popolato per lo più da noi adulti in tarda nottata. Ci accorgiamo di essere ufficialmente arrivati una volta attraversato il gate di triangoli illuminati che dà l’inizio al processo della terraformazione: benvenuti.

terraforma triangoli

Il labirinto, uno dei tre stage, è il primo impianto a partire, prima con Stine Janvin e a seguire N.M.O. Nel frattempo oltre la musica, ci sono i saluti, gli abbracci, i sorrisi delle persone che si rivedono, gli sguardi catturati dalla sana tensione degli organizzatori. Poi c’è chi ha appena staccato dal lavoro dopo una giornata intensa e ha le occhiaie, chi è appena tornato da gloriose ferie balneari di giugno e sembra un delfino, chi si è lasciata col tipo, chi si è lasciato con la tipa, chi si sposa, chi si narcotizza come meglio crede e ti offre da bere mentre il papà della Kompakt, Wolfgang Voight, in arte GAS, fa risuonare il sound system del secondo stage con il live a/v del suo ultimo lavoro “Narkopop”. Il tempo vola soffiato dall’impianto e ci trascina improvvisamente sotto il triangolone princiale: sta suonando Arpanet, il misterioso e storico produttore detroittiano che catapulta la situazione nel vivo del viaggio con arpeggi elettronici e beat monumentali che attraversano la polvere che si alza dalla terra, mossa dai piedi di corpi che iniziano a danzare.

Dopo di lui un’irrequieta Aurora Halal butta giù le barriere che intercorrono tra l’essere umano e il ritmo, in un escalation di sonorità che spaziano dall’electro alla techno morbida ma che sa essere anche dura. Passaggio di testimone perfetto per Objekt che satura al massimo la perdizione mentale e motoria, data la complessità di ritmi sincopati che propone, ricordando a tutti con i suoi bassi il suo stile incontrastabile. Mi siedo sulla radice di un albero, parlo con un amico di vecchia data che non vedevo da tanto, da troppo, proviamo a ricordarci quanto tutto è iniziato. Tutto cosa? Le luci, i suoni, la voglia di stare uniti, condividere i sorrisi, sentirsi protetti nella nebbia, Francesco Totti, il sottobosco, i token e il capitalismo, la luce dell’alba che ci fa capire che è talmente tardi da essersi fatto presto e poi arriva il sonno.

Aurora Halal

Quando mi sveglio nel letto delle super tende del Pop Up, nonostante il letto sia comodissimo, bestemmio. Bestemmio perchè non ho sentito la sveglia e Donato Dozzy ha iniziato il suo set mattutino da mezzora. Ora, per chi non pratica il culto di Donato Dozzy, è giusto sapere che lo storico producer e dj romano fa pochissime date in giro per il mondo e poterlo sentire è una rarità che i fan aspettano tutto l’anno. Non nego che tra i dozzyani al momento dell’annuncio degli orari della line up, questa sorpresa del set ambient di mattina, ci aveva preso in contropiede, ma Dozzy si ama, non si discute quindi arrivo al mainstage e mi stendo su una stuoia. C’è tanta gente in preghiera, tanti dozzyani che ascoltano l’attenta e curata selezione di musica il cui aggettivo migliore per descriverla è quello di assurda, non classificabile. Non dico nulla quando la mia amica Elina, un’atea convinta, mi guarda e mi dice: Se in paradiso ci fosse la musica, la metterebbe Donato. Da questa frase ho la conferma che il set, ascoltabile ora su NTS, sta facendo il suo effetto.

Nel frattempo Laraji inizia nel Troppotondo, la struttura dedicata ai workshop di inizia una sessione di ilaria meditazione, che declino perché ipnotizzato da Donato, poi mi alzo vado a mangiare, mi perdo, mi rilasso, mi riposo, colgo le meraviglie di un weekend in un parco barocco. C’è il sole tra gli alberi, l’afa si fa sentire, L.U.C.A. suona disco, tra giri di funkettONE, piastrellate di synthONI e piroette di facce che ballano.
Vado al torrente vicino al campeggio, dove in molti si stanno facendo il bagno, acquisto un bicchierone di melone dai ragazzi di Recup, un’associazione che salvaguarda lo spreco nel mercato ortofrutticolo, vado al Pop Up Hotel, mi faccio una doccia rigenerante e mentre sussurro frasi profonde a una carpa gigante nel laghetto del camping commetto l’errore di addormentarmi. Sogno una donna mora su un cavallo che attraversa il bosco di Villa Arconati, porta al tracollo una borsa, io sono tornato bambino e viene verso di me, mi dice che da grande mi occuperò di suoni e della loro evoluzione nel tempo, scende dal cavallo, mi dà un bacio sulla fronte e dalla borsa tira fuori un diodo con cui mi pugnala il cuore, e tutto intorno parte una tempesta di rumore bianco che fa muovere la foresta e gli uccelli, trasforma l’aria in una modulazione elettrica continua e coinvolgente, un ciclone di arpeggi e inviluppi, talmente forte da mandare in cortocircuito tutto il festival. Suzanne Ciani riesce nella sua impresa e sorride quando l’impianto salta e io mi riprendo dal sogno.

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La foresta si spegne con il buio che sale ma si riaccenderà poco dopo con i vocalizzi forsennati e gli strumenti autocostruiti dei Senyawa accompagnati dalla liuteria elettronica da Rabih Beaini, le due entità unite sotto il nome KAFR. Finita la loro eccezionale esibizione, si rianima il secondo stage con il signore dei bassi maleducati, il paladino del dubstep anglofono: Mala. Si ritorna ragazzini, accendini in aria, gunfinger e forward da record sui pezzi che ogni tre per due vengono tolti e rimandati da capo (addirittura quattro volte sul pezzo con cui Mala chiude il set tra il delirio della gente , la hit grime “Top a top” di Syr Spiro). Bellissimo. Meno bello il set conclusivo per mano di Ron Morelli quella sera: grande rispetto storico per il padre di L.I.E.S. Records, bella selezione ma poca fluidità tra un disco e un altro, tanto che ad un certo punto ho iniziato a camminare fino a ritrovarmi in tenda nel mezzo di un tifone, con scrosci di acqua, vento e saette, la mia ragazza terrorizzata che si aggrappa a un braccio e forse urla, picchetti e corde che saltano, la tenda che si solleva in volo, il lago che straripa e io che dormo sereno perché so che il giorno dopo ci sarà un bellissimo sole, gli uccellini continueranno a cantare e farà pure fresco. Quale giornata migliore per concludere il festival?

mala

Risveglio muscolare jamaicano con Tropic Disco Sound System (proprietari dell’impianto stesso, big up!), eclettismo massimo con Paquita Gordon e Ece Duzgit, poi la grande festa domenicale di John Swing accompagnato al microfono da Mc David Soleil-Mon, che eccita la folla scalza in preda alle migliori profusioni positive. Mentre ballo mi accorgo di una solitaria eminenza grigia in disparte che osserva la scena con una sigaretta in mano, anfibi ai piedi, camicia nei pantaloni, tenuti su da un paio di bretelle. È lui, il maestro Andrew Weatherall, in un giro di perlustrazione del luogo felice dove è appena approdato e dove si esibirà di lì a poco in un set – citando il bellissimo racconto di Fabio De Luca – dub, reggae, rockabilly, dronabilly, garage-rock, slo-mo-electro, space-psychedelic-disco. Una selezione che manderà fuori di testa tutti quanti, perduti in un vortice di psichedelica unica nel suo genere.

Sto giocando con un fidget spinner del merchandising ufficiale del festival, bevo un spritz, faccio cose, vedo gente, non passavo una domenica così bella da tanti mesi, evviva il Terraforma, mi scimmio con i suonazzi dei Dressvn – bravissimi, mi intrufolo in una tenda tee-pee e faccio una riunione di condominio con gli amici e le amiche di una vita. Kiki Hitomi pompa il volume a colpi di digi-reggae nipponico nel main stage, ancora pochi istanti e tutto finirà, noi ci guardiamo in faccia, i visi mostrano palesemente qualche ora di sonno arretrata, ma siamo contenti, ci godiamo a pieno questi ultimi momenti insieme, poi ognuno ripartirà, chi se ne tornerà a Roma, chi a Berlino, chi a Barcellona, chi a Copenaghen e chissà quando ci rivedremo, per il momento è stato un onore ballare accanto. Passiamo dentro quella tenda un tempo indefinito, poi all’improvviso esco, guardando verso il sound system, percepisco accanto a me sulla destra una persona da sola, che sta guardando nella stessa direzione del sound system, guardo meglio ed è lui: Donato. Preso da uno sprint di intenti gli corro incontro e lo chiamo:

(IL DIALOGO CHE LEGGETE È DI PURA FANTASIA, SEBBENE UN DIALOGO CON DONATO CI SIA STATO, CIAO DONATO)

– Donato, Donato, ciao! Piacere, sono Jacopo.
– Ciao, piacere.
– Donato è tutto l’anno che ti aspetto.
– Lo so, non faccio tante date in giro.
– Per me e i miei amici è importante. Quando suonavi al Branca a Roma eravamo piccoli, preferivamo altre cose, alcune sonorità ancora non le capivamo…sai il suono dell’esistenza, quelle cose là…ti abbiamo scoperto dopo.
– E certo, è così. Ogni periodo riflette un suono.
– Vero…E tu adesso come suoni?
– Te lo faccio ascoltare subito. Ho portato un po’ di dischi, oggi voglio fare un set particolare, voglio sfruttare il calore dei bassi del sound system e mettere un po’ di cose più lente, diverse tra loro. Penso di iniziare con un po’ di dub e qualcosa downtempo, poi salgo leggermente con qualcosa drum’n’bass, poi scarico con un po’ di trip hop e poi tra una lezione di grammatica del basso e un’altra, se mi gira bene, lo sai pure che metto, Jacopì?
– No, che metti?
– La gabber.
– Bum
– Ti saluto Jacopì, vado a suonà!
– Ciao Donato, grazie.

dozzy

Quella sera Donato Dozzy, ha messo la musica per oltre tre ore. Non un dj set, ma un racconto di suoni elettronici, evoluti, cambiati, superati, ricorrenti nel tempo. Non poteva esserci una conclusione migliore con il resident ufficiale del festival.

Sorgono delle domande a volte, come la domanda della prima sera di quando tutto questo è iniziato. Tutto cosa? Deve esserci un momento in cui abbiamo provato per la prima volta un’emozione forte legata a un avvenimento, nella maniera più disparata, ognuno nella sua vita e nelle sue storie. E forse quel momento è stato l’inizio della terraformazione di ognuno di noi, quella dimensione spirituale a cui aspirare durante il corso dell’esistenza, come i bellissimi giorni trascorsi a Villa Arconati tra la gente, la musica, il verde. A tre mesi dal Terraforma, è stato bello confrontarsi con un sacco di persone che hanno partecipato al festival e che hanno riscontrato questa sensazione: un’armonia semplice in una composizione complessa, che è la vita di tutti i giorni. Poi io per riprendermi dal festival ho impiegato una settimana, ma come direbbero gli Squallor , “questa è un’altra storia”.