Una cosa che mi manca: Discosizer

Una coreografia notturna semplice, essenziale ed essenzialmente significativa

Scritto da Michelangelo Situation Redaelli il 4 aprile 2020
Aggiornato il 3 aprile 2020

Inutile dirlo: io sono un abitudinario e, soprattutto, un fidato uomo-squadra. Che poi, il vero clubber, è un po’ così: deve avere i suoi punti fermi, su cui giocarsi il campionato stagionale. Deve mettere in conto di giocare in trasferta, conoscere quanto più possibile i terreni di gioco dove andrà a sgambare ma, alla fine, cazzo, nulla è mai come giocare in casa! E la mia casa, il mio playground notturno, si chiama Discosizer, anche adesso che, per ragioni non certo sportive, il campionato è sospeso, congelato. Niente paura, purtroppo per noi non è la prima volta. Già lo scorso inverno ci siamo trovati a guardare e aspettare, per poi – con un colpo di coda – chiudere la stagione con un bel filotto e concludere a rete in maniera scenografica: il party Resident Advisor con la prodigiosa Dr. Rubinstein e Matrixxman, il fluidificante Arpanet da Detroit, il bomber nazionale Del Garda, il fantasista Zip e il navigato palleggiatore Nicolas Lutz.

Sono un abitudinario, dicevo e, per me, la strada notturna del weekend milanese ha spesso lo stesso identico percorso. Del resto, prima di scendere in campo, ognuno ha i suoi riti apotropaici, da snocciolare in sequenza per ingraziarsi il favore delle divinità notturne e garantire il buon esito della serata. A partire dal tragitto in macchina, certamente, con il sound appropriato a fare da riscaldamento prepartita. Arrivo poi in via Toffetti 25, fuori il baracchino già lavora alacremente alla piastra sfrigolante per elargire “panozzi” ai tifosi che iniziano ad assieparsi. Siamo quasi al fischio di inizio: essendo tra i convocati, imbocco il tunnel che dagli spogliatoi mi porterà al campo. La rampa degrada dolcemente e da un’apertura nel muro ricevo il saluto di altri due stacanovisti del club, Giulia e Davide, che gestiscono la zona cassa e biglietti, pronti a smistare i supporter non nella zona distinti, ma nell’arena delimitata dal Funktion One che rimbalza sommessamente qualche metro dietro al muro. Continuo la rampa, stavolta dietro la tenda: la discesa si fa un po’ più ripida e il gioco di luci riesce ogni volta a suscitare l’emozione del “ci siamo!”.

Un altro tendone e si attraversa la prima metà campo. Gli altri intorno prendono confidenza col terreno, controllano i tacchetti, si idratano con i vodka lemon di Massi, che dal primo dei due bar del locale organizza i rifornimenti. Io il terreno lo conosco a memoria ormai e lo attraverso diagonalmente verso quelle scale e quel corridoio che dividono la prima dalla seconda metà campo. Mi fermo solo per salutare i supporter storici, i “sempre presenti” (ma non diffidati), che puntualmente trovo a condividere con me serate da anni. “Come la vedi Michi?”, una stretta di mano, un abbraccio e il fischio d’inizio.

Al di là delle scale è dove il più delle volte si gioca la partita vera: gli spazi sono più stretti, è necessaria tecnica e gran dribbling per arrivare sottoporta, così come sottocassa. Una volta lì è come essere sul dischetto del calcio di rigore, almeno questa è la sensazione nell’aver goduto dal vivo delle performances di artisti come Thomas P. Heckmann, Del Garda, Zip, Craig Richards, tINI, Tama Sumo, Rodhad, Ellen Allien, Jamie 3:26, figurine Panini conservate gelosamente nell’album delle serate che colleziono ormai da quasi due decadi. Le gambe non tremano, anzi zompettano ritmate dall’impianto che avvolge più di una ola e assordante più di un coro di Vuvuzelas. Prendo una pausa tra un tempo e l’altro, mi butto in zona guardaroba, dietro la porticina privata per gli addetti ai lavori. Anche qui, saluti ai compagni di squadra, impressioni sulla serata, nozioni di tattica ma senza lavagnetta, qualche minuto di pace prima di ributtarsi in partita. Un po’ come al bar sport ognuno dice la sua, chi col bicchiere in mano, chi con la sigaretta, ma appena arriva il richiamo dell’arbitro tutti di nuovo in pista.

Sì, la pista, l’habitat naturale dove intessere le trame di gioco e godersi lo spettacolo appieno. Un po’ come nel bel mezzo del campo. Una vita da mediano, qualcuno direbbe. La serata prosegue animata, le squadre si allungano con scorribande sulle fasce, pronte ad attaccare le zone calde del campo che, manco a dirlo, sono sempre il bancone bar e la consolle, giusto giusto uno fronteggiante l’altra. Sventagliate, cambiamenti di fronte, km percorsi indefiniti (chiedere al contapassi del vostro smartphone), statistiche da far impallidire il Magma Index del mitico Adriano Bacconi alla Domenica Sportiva. Il tutto sotto le luci e i laser che spiovono dal soffitto, il più delle volte diffondendo un’aura rossa in un’atmosfera avvolta dal buio. Il protagonista principale è sempre là, a tenere le fila della squadra coi suoi dischi: dietro di lui una scritta luminosa recita “Discosizer”, una coreografia semplice, essenziale ed essenzialmente significativa.

Psycho Mind Transmission e Camilla Gligorov

La serata volge ormai al termine e l’onnipresente coro dei più impavidi, “Ultimo, ultimo, ul-ti-mo!”, lascia spazio a un più genuino “Sun semper chi”. Già, perché prima o dopo si tornerà ancora una volta a calcare il campo di via Toffetti.