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Akwaaba World

Il DJ collective e piattaforma per le espressioni musicali dagli impossibili angoli del globo

quartiere Corvetto

Scritto da Aurora Ruggeri il 19 settembre 2023
Aggiornato il 20 settembre 2023

Nato come programma radiofonico su Radio Raheem, Akwaaba World è diventato una piattaforma di aggregazione trasversale e universale radicata nella musica con una composizione più o meno variabile, di cui fanno stabilmente parte Aaron Dunkies, Steasy, Brandon, Omar; e Gioia, un cane che ha sentito dei set incredibili e ne ha cancellati altrettanti affacciandosi maldestramente sui deck per vedere che dischi girassero nell’appartamento in Corvetto. Insieme definiscono Akwaaba come la “All Purpose Sauce”, un condimento filippino che “sta bene con qualsiasi cosa”. Attraverso la loro musica, infatti, connettono gente che appartiene a scene totalmente distanti della città, e del globo, alimentando dialoghi creativi e generativi.

«Volevo creare una piattaforma dove chiunque, senza essere un dj o un digger stratosferico, portasse il proprio background.»

Seduti sotto il cavalcavia in piazzale Corvetto, mentre Giacomo si muove tra il nostro tavolo e il suo chiosco con vassoi di birre artigianali pazzesche e a intervalli irregolari un profumo di pollo fritto distrae la nostra concentrazione, ci raccontano la loro realtà con voci che si sovrappongono e si completano.

Come è nato Akwaaba World? Da quale esigenza?

Aaron: Akwaaba World è nato nel 2018 su Radio Raheem. Mi avevano coinvolto per creare un progetto mentre stavo già cercando di dare una direzione a quello che facevo musicalmente, così ho cercato di riorganizzare le idee e capire cosa potesse funzionare come proposta continuativa per un radio show mensile. Era il periodo di Napoli Segreta, un periodo in cui venivano recuperati dall’Italia, e da tanti altri paesi del mondo, dischi ricercati, vecchissimi. Io seguivo parecchio quella scena, e mi è stata d’ispirazione per andare a riscoprire nello stesso modo le connessioni con il mio paese d’origine, il Ghana.

È da lì che proviene il termine “akwaaba”, benvenuto. È super mainstream, quando arrivi in aeroporto te lo trovi scritto ovunque, ma l’ho scelto proprio perché l’intento del progetto era quello di coinvolgere altre persone che come me magari non avevano trovato lo spazio per poter esprimere il loro contenuto musicale e, contemporaneamente, connetterle tra loro. Volevo creare una piattaforma dove chiunque, senza essere un dj o un digger stratosferico, portasse il proprio background.

La prima puntata l’ho fatta da solo, ma per la seconda avevo già un guest, Spacerenzo, che tra l’altro avevo conosciuto un mese prima. Lui è uno dei ragazzi di Rbl Radio, dove attualmente va in onda il programma. Ci siamo incrociati una sera, abbiamo parlato delle nostre collezioni di dischi scoprendo di avere degli ascolti paralleli e così abbiamo fatto la puntata successiva insieme. Allo stesso modo ho conosciuto prima Steasy, poi Brandon e infine Omar. Li ho coinvolti quasi naturalmente perché erano predisposti a seguire il progetto che poi abbiamo sviluppato insieme come collettivo, ma ci sono tantissime altre persone che possono sentirsi parte di esso anche se non sono sedute a questo tavolo. La collettività è sempre stata il nucleo e l’anima di Akwaaba World.

Di quali energie si nutre? Raccontateci meglio di voi, che lo animate con le vostre frequenze.

Steasy: Io sono un musicista, non avevo mai fatto nulla di simile a radio o dj-set. Però ho sempre ascoltato un sacco di dischi e in qualche modo ho sempre portato avanti una ricerca di riconnessione con le mie origini legate alle isole Mauritius. In realtà, mi piace avere la libertà di suonare qualsiasi cosa e sentire che è comunque connesso a quello che siamo, che sono io. Non sento che mi sto appropriando di niente, sento che tutto quello che ascolto fa parte di me. Cioè non suono solo musica africana, anche perché in fondo è nelle origini della musica contemporanea. Tutto arriva da lì.

Brandon: Il mio background musicale è una mistura, come le mie origini. Io sono per metà italiano e per metà giamaicano, tenendo presente che già di per sé la Giamaica è un territorio abbastanza misto in cui la cultura è contaminata da tanti altri paesi. Mio padre ha sempre ascoltato musica e mi ha trasmesso le sue conoscenze fino a che, crescendo, ho imparato ad esplorarla autonomamente e a crearla con amici. Con il mio collettivo facevamo alternative hip-hop, una cosa che non ha mai preso piede qua in Italia. Nel tempo mi sono affezionato al reggae, ne conoscevo le basi ma entrandoci dentro davvero ho capito quanto fosse vasto come genere e con quanti altri fosse intrecciato, a partire dalla jungle e dalla drum ‘n bass. A un certo punto, invece, ho cantato in una band hardcore punk. Insomma, ho dei gusti estremamente variegati, infatti durante i miei set puoi beccarti la sorpresa.

Aaron: Io sono di origini ghanesi, nato e cresciuto a Verona. Da piccolo suonavo la batteria in chiesa e crescendo mi sono connesso alla musica house. Ciò che mi ha spinto ad approfondire entrambi questi mondi sono alcuni artisti, come Frankie Knuckles o Louie Vega, in cui li vedevo coesistere. È difficile suonare musica gospel in giro, non so se mi spiego… però su un radio show può prendere senso e diventa un modo per esprimere qualcosa che avevo l’esigenza di dire. Sentivo la mancanza di uno spazio che mi permettesse di farlo in Italia e, anziché andare all’estero come tanti altri amici, volevo cambiare le cose qui perché altrimenti non si va più avanti. Anche se ci definiscono come seconda generazione, noi siamo effettivamente la prima generazione che è integrata nella società e sta cercando attivamente di creare qualcosa da lasciare a quelle future.

Omar: Io sono nato in Venezuela. Mia zia è una musicista e durante la sua formazione mi ha sempre coinvolto per praticare qualunque strumento imparasse a suonare. A un certo punto mia madre aveva avviato un piccolo commercio di CD, così dai 9 agli 11 anni mentre lei era al lavoro facevo copie di dischi di qualunque tipo sulla base delle richieste e intanto li sentivo dall’inizio alla fine. Musica che senza un interesse preciso non scopriresti o ascolteresti mai. Quando mi sono trasferito a Firenze, ho legato con un sacco di persone attraverso lo skate e in quel contesto ho trovato tanta altra nuova musica perché tendenzialmente se vai in skate, vuoi filmarti e nei video sceglierai una track che non sia già stata usata. Seguendo alcuni amici della scena ho vissuto a Berlino e Amsterdam, dove ho approfondito il mondo della produzione, e quando poi sono arrivato a Milano e ho conosciuto Aaron, ho trovato uno spazio dove potermi esprimere liberamente a livello musicale.

 

Steasy: Io trovo assurdo che avendo quattro storie estremamente diverse, ci siamo trovati. E le cose che abbiamo fatto insieme hanno sempre avuto una certa fluidità, è sempre stato tutto molto armonico. Un esempio sono quelle session che facevamo durante il periodo del Covid su FrittoFm. Abbiamo pensato a un modo per trasmettere da casa quello che succedeva normalmente: la prima cosa che facevamo dopo esserci svegliati era mettere su un disco. Una volta finito, uno di noi si alzava e ne metteva su un altro, e così all’infinito. Era un esperimento che andava in onda la mattina, si chiamava Late Morning Session e durava più di 4 ore di fila. Se le ascolti puoi trovare di tutto.

Omar: Era estremamente organico, spinto da pura passione. Adesso stiamo cercando di mantenere questa dimensione nonostante ci sia un avvicinamento da parte di marchi e situazioni commerciali per collaborare con noi. L’obiettivo è quello di alimentare il progetto, aprendoci a collaborazioni che siano in linea con ciò in cui crediamo.

La vostra musica, come il quartiere che abitate, è un crocevia di suoni che provengono da lontano; com’è accaduto che Corvetto diventasse il “centro” del vostro mondo?

Aaron: Se dovessimo definire un quartiere dove è nato Akwaaba sarebbe sicuramente la zona di Via Malaga, perché abitavamo tutti lì. Passavo già per queste strade, ma non essendo di Milano non me ne rendevo neanche conto. Poi quando, cercando casa, sono capitato in questo quartiere mi sono detto “c’è qualcosa qui”. Dopo qualche mese anche Omar si è trasferito e da lui c’era una stanza in più, così si è unito Brandon. È stato tutto molto naturale.

Omar: Sì, i primi anni siamo stati tanto in via Malaga ma la versione più matura di Akwaaba è sicuramente qui. Tra poco il progetto compie cinque anni, non è proprio una cosa dell’altro ieri. Faremo anche una bella festa di compleanno, proprio a Corvetto. C’è una bella energia in questa zona. Tutto si sta muovendo, sta crescendo, sta cambiando, è un momento interessante per stare qui. Poi c’è un sacco di gente, è un macello. A me piace questo.

Quali sono i suoni che sentite più spesso per le sue strade?

Steasy: Ricordo di una volta in cui passando per il piazzale ho beccato due tipi con i timbales che suonavano salsa. Assurdo, non mi era mai capitato a Milano.

Omar: Io sento il mix di questo delirio. C’è sempre musica di qualche paese lontano in sottofondo, la gente che parla in tutte le lingue del mondo, le macchine che sfrecciano, fuochi d’artificio tutte le sere.

Aaron: Ogni volta che capita dico alla mia ragazza: «Guarda che questi sono per te!». [ndr. ridono] La cosa pazzesca è che Corvetto è totalmente imprevedibile. Nella piazzetta dove sto io ci sono un paio di attività gestite da cinesi, una pasticceria storica italiana e subito dietro un locale metal hardcore che si chiama Headbangers. Ci sono entrato una volta per giocare a biliardo, è stato incredibile. Pensandoci forse saremmo dovuti andare a bere qualcosa là.

Questi suoni vi sono d’ispirazione in qualche modo?

Aaron: Certo, magari anche inconsciamente perché ne sei coinvolto.

Brandon: Si, viene voglia di cercare, scoprire. In ogni angolo c’è musica, si fermano spesso anche con le macchine e lo stereo al massimo. Qui affianco il sabato sera c’è un truck peruviano incredibile, trovi una cinquantina di persone con la cassa e milioni di birre.

 

Omar: A me succede di passare per alcuni negozietti turchi o arabi, come il parrucchiere qui dietro o il tipo da cui prendiamo sempre il kebab, e sentire suoni che sono vecchi o tradizionali per loro, ma hanno un ritmo che sta bene con le cose più movimentate e contemporanee. Mettono dei dischi pazzeschi, vorrei chiedergli di passarmi la playlist.

Steasy: Beh, nel posto in cui siamo stati a mangiare l’altro giorno avevano un poster di Fania Records, la leggendaria etichetta discografica di salsa. I vecchi qua ascoltano roba seria, cose che magari ti è capitato o ti capiterà di suonare in radio.

 

Quali sono i posti migliori per comprare dischi, o meglio, fare digging a Milano?

Aaron: Io sono un collezionista e appena mi capita l’occasione di viaggiare amo andare a cercare dischi in altre città, mi connette musicalmente in modo diverso. Devo dire che a Milano ho ampliato tantissimo la mia sezione di jazz. Ho trovato cose interessanti da Serendeepity, dal Discomane o al mercatino che fanno sui Navigli. Lì vicino un nostro amico ha aperto da poco un negozio, All Time Tones, dove i dischi sono davvero pietre miliari. Un altro negozio che mi ha dato un sacco di soddisfazioni è il Metropolis, in Via Padova.

Omar: A nord c’è un negozio che si chiama Il Vinile e il proprietario è un intenditore di prima categoria. Ti fa sentire i dischi con un sound system hi-fi pazzesco e li vuoi comprare per forza.

Steasy: La cosa bella dei negozi di dischi è che ognuno ha la sua identità. Ogni venditore ha la sua storia, la sua selezione. Metropolis, per esempio, ha una sezione di colonna sonora italiana fuori di testa.

Quale disco tra i vostri ritrovamenti potrebbe rappresentare l’energia di Corvetto?

Steasy: Sabor di Angel Canales, se non avessi visto i timbales in piazza non lo ascolterei così tanto.

Omar: Io penso a Mi Gente di Hector Lavoe o Dos Gardenias del Buena Vista Social Club.

Steasy: Sì, comunque sicuramente musica latina perché è legata anche alla gente che vedi per strada, al cibo. Ad ogni incrocio trovi salchipapa, ghiaccioli sudamericani o le salse nel sacchettino.

Brandon: È vero, da quando sono qui ho imparato a parlare latinoamericano anche io. [ndr. ridono]

Ci svelate il vostro posto preferito in cui fare tappa sul tragitto di casa, dopo aver suonato o ballato tutta la notte?

Omar: Tio Modesto, senza dubbio. Ha un truck sulla via principale e quando torni tardi tutto affamato ti fa volare. Fa pollo fritto, salchipapa, lomo saltado, arroz chaufa. Schifezze da mangiare la notte. Poi se vuoi un hot dog serio, il chiosco qua di fronte li fa buonissimi.

Steasy: Ma infatti me ne prendo uno adesso.

Brandon: Eh mi sa proprio di sì.