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Bruno Casarin

“Il Senatore” del testing nell’R&D di Pirelli

quartiere Bicocca

Scritto da Piergiorgio Caserini il 20 marzo 2023
Aggiornato il 23 marzo 2023

Foto di Lera Polivanova

Se ci si chiede da dove nasce un pneumatico la prima risposta, la più spontanea, sarà certamente: dalla gomma. Ebbene non v’è dubbio, ma mancano parecchi pezzi. Ne abbiamo parlato con Bruno, detto “il Senatore”: dipendente storico della Ricerca e Sviluppo di Pirelli, che ha più di quarant’anni di lavoro e Sperimentazione sui pneumatici alle spalle, tra i macchinari di prova Indoor di tutto il mondo, i circuiti su ghiaccio svedesi e quello da bagnato di Vizzola, fino all’esperienza cruciale della Formula 1 nel 2010. Perché “Come nasce una gomma?” è anche, sotto sotto, la storia umana dell’azienda.

«Durante la Formula 1 del 2011 facemmo un’innovazione che per diversi aspetti fu rivoluzionaria.»

Ci racconti, per cominciare, il tuo inizio in Pirelli?

Io sono un figlio della Pirelli, ci sono letteralmente cresciuto. Mio papà è arrivato qui a Milano nel ’56, e già nel ’58 entrò in Pirelli. È così che io ho avuto la possibilità e anche la fortuna, se vuoi, di poter respirare fin da piccolo l’atmosfera e l’aria della Pirelli: vedevo le tute appese in casa ed asciugarsi e al ritorno di mio padre la sera portava con sé l’odore della mescola dei pneumatici, sono ricordi che mi si legano all’infanzia. Considera che poi nel ’78 entrai nell’Istituto Pirelli: la scuola che formava il personale specializzato, che allora erano meccanici, elettricisti, tubisti e gommai. La formazione durava due anni, dopodiché si entrava in azienda, e io entrai il 2 settembre 1980  in quella che era il reparto più grande di manutenzione di Bicocca “Officina centrale 8625”,  numero con cui veniva identificato il reparto di appartenenza. Qui ho incominciato a conoscere tutti i macchinari e il processo per la produzione dei pneumatici, affiancato da una persona esperta che come si diceva allora ti insegnava il mestiere. In quegli anni l’azienda era grande, quasi inimmaginabile rispetto ad oggi e vi era una strada centrale che si percorreva entrando dalla storica entrata di viale Sarca 222 che separava lo stabilimento cavi da quello dei pneumatici. Nell’area dello stabilimento Pirelli lavoravano quasi 16.000 persone. Ricordo benissimo il cambio turno, forse uno dei momenti più emozionanti perché si vedeva una fiumana di persone che entravano e uscivano dagli edifici o che si dirigevano verso la stazione di Greco, che allora aveva anche dei binari che entravano direttamente in fabbrica per approvvigionamento dei materiali.

Come hai vissuto allora quel cambiamento che ha trasformato il quartiere intero e gli stabilimenti?

Devo dire che mi fa un po’ di malinconia pensarci, nel senso che passare da una realtà industriale come quella che ho vissuto io, dove c’era un’immensa presenza che quotidianamente viveva l’area Bicocca frequentando i bar, le drogherie, servizi nati intorno alla fabbrica, e la mitica stazione Greco  Pirelli, crocevia di tante storie di pendolari, si è arrivato ai giorni nostri a un quartiere moderno e avveniristico. In questi ultimi vent’anni il panorama è cambiato completamente: alcuni vecchi palazzi di Pirelli, come il  Fabbricato 45 e il Fabbricato 66, sono diventati sedi universitarie, mentre tutto il resto si è trasformato  in un bellissimo quartiere residenziale, con la presenza anche di un importante Teatro che ha preso il nome dalla nostra Villa Degli Arcimboldi.

Di cosa ti sei occupato in questi quarant’anni in Pirelli?

Ho lavorato come manutentore elettronico fino al 1987, anno in cui in sperimentazione al rientro dal servizio militare, mi offrirono l’opportunità  di passare impiegato e dedicarmi al testing come tecnico addetto alle prove. Ho avuto negli anni seguenti la possibilità di poter lavorare trasversalmente su tutte le aree del testing indoor confrontando conoscenze/esperienze che mi hanno portato in seguito ad occuparmi dello sviluppo di nuovi metodi di prova, e alla condivisione di queste mie conoscenze in giro per tutte le unità operative di Pirelli nel mondo, dal Brasile agli Stati Uniti.

Ci racconti in cosa consiste il testing?

Diciamo che il testing è il dipartimento che permette la validazione di tutti i prodotti che nascono dalle nostre linee di progettazione (vettura, moto, cycling), ed è diviso in Indoor e outdoor. La parte indoor è costituita essenzialmente da macchinari, dai più semplici ai più complessi, e testano le caratteristiche di un pneumatico: il rumore, la resistenza al rotolamento, il confort, l’handling, la robustezza e l’integrità.  L’attività  outdoor è quella più spettacolare, perché in primis si svolge all’aperto e secondo si utilizzano prototipi di veicoli ancora in fase di sviluppo oppure già sul mercato per verificare le prestazioni dei pneumatici. I nostri collaudatori sono divisi su tre macro attività: strumentate, usura e soggettive.

Immagino che nel corso di questi anni anche il tuo lavoro sia cambiato molto.

Assolutamente sì, prima era molto più legato alla pura misurazione, con macchinari semi automatici dove l’esperienza dell’operatore faceva la differenza. Ora invece le tecniche sono cambiate moltissimo, c’è molta simulazione e macchinari complessi che eseguono cicli di prova automatici. Solo per l’interpretazione degli output è comunque sempre necessaria la  valutazione di personale esperto.

C’è un momento particolarmente emozionate che ricordi?

Non ho dubbi: il ritorno di Pirelli in Formula 1, ma come fornitore unico. Era il 2010, e a giugno ci venne detto che avremmo partecipato al campionato di Formula 1 l’anno seguente. Significava che in sei mesi bisognava avere pronto un prodotto resistente, prestazionale e bello da vedersi. Al progetto parteciparono tutti i vari dipartimenti di Pirelli ognuno per le proprie competenze, e con in testa un solo obiettivo: essere pronti per i primi test con i teams.

Fu a tutti gli effetti una corsa contro il tempo, quell’anno non andai in vacanza e passai il periodo della chiusura estiva della sede di Milano a Breuberg, in Germania, a verificare i primi prototipi F1. Certamente fu un periodo intenso ma indubbiamente tra i più belli ed emozionanti, condiviso con un gruppo di colleghi eccezionali. Riuscimmo a fare quello che ci eravamo preposti e a proporre una gamma articolata di penumatici per le diverse tipologie di pista, cioè un’innovazione che per diversi aspetti fu rivoluzionaria. Credo insomma davvero che poche Aziende, se non nessuna, sarebbe stata capace di fare quello che abbiamo realizzato noi in pochi mesi.