Scritto da Emanuele Zagor Treppiedi il 8 ottobre 2019
Aggiornato il 11 ottobre 2019

Qual è la vera vittoria, quella che fa battere le mani o battere i cuori? Scomodiamo Pier Paolo Pasolini e gli rubiamo furbamente questa frase perché è quella che più si addice a celebrare il campione dello JägerMusic Lab 2019. Sì perché sicuramente a Giovanni Corgiat, torinese classe 1995, sarà venuta una mezza tachicardia quando è stato eletto “musicmeister”. Invece le mani le avrà fatte battere agli altri concorrenti, ai ReLoud e alla giuria di giornalisti quando hanno ascoltato il suo pezzo a tema “The Sound of Berlin” e ballato la sua session live.

Corgiat ha ricevuto una formazione musicale molto intensa: tra il corso accademico di musica elettronica presso il Conservatorio G. Verdi di Torino alle lezioni di pianoforte classico e jazz, fino al corso di Electronic Music Production Advanced presso il SAE Institute di Milano. A seguire ci sono state anche diverse esperienze live in cui ha sperimentato la dimensione della performance audio/video.

Giovanni ha affrontato i 10 giorni a Berlino al massimo della produttività e creatività, come tutti gli altri 10 concorrenti, ma è quello che più di tutti si è fatto riconoscere per l’identità del suono, e per questo è stato premiato. Nell’ultimo episodio della docu-serie realizzata per raccontare lo JägerMusic Lab potrete vedere la sua proclamazione e quindi l’emozione che ha portato Giovanni verso il suo primo traguardo.
Nell’intervista ci racconta background, processo creativo e progetti futuri: a Zero siamo onorati di essere i primi a intervistarlo dopo il premio.




Chi Sei? Cosa fai? Da dove vieni? Perché sei qui?

Innanzitutto grazie per questa occasione, vi seguo da un po’ ed è un onore per me essere intervistati da voi. Mi chiamo Giovanni Corgiat Mecio, ho 24 anni e vengo da Gerbido, una silenziosa frazione di Grugliasco nella cintura torinese, e sono il vincitore dello JägerMusic Lab 2019.

Raccontaci com'è stata l'esperienza dello JägerMusic Lab? Cosa ti aspettavi e come te la sei vissuta? Conoscevi già tutto il lavoro fatto da Jäger per la musica e la notte? Raccontaci una giornata tipo a Berlino.

È stata senza dubbio qualcosa che mai mi sarei aspettato di fare nella vita. La mia partecipazione è avvenuta in maniera casuale: un amico mi invia questo form online da compilare, come ne ho fatti a decine (di Jäger conoscevo la partnership con festival di musica elettronica) ed ero senza alcuna aspettativa; poi il colloquio a Milano e di colpo mi sono trovato con altre 9 persone come me a condividere momenti bellissimi.
La nostra giornata era un susseguirsi di ospiti, lezioni, suonare nei locali berlinesi e ogni minuto libero si dedicava alla composizione: il risultato era dormire se va bene 4 ore, ma stavo una favola.

E invece la tua giornata tipo a Torino?

Davanti al computer a casa o in conservatorio e la sera esco spesso per locali. La mia vita sotto alcuni punti di vista può sembrare monotona.

Quali sono i luoghi della tua città che più frequenti e ti ispirano per la creazione della musica?

Primo su tutti il Conservatorio, dove studio proprio musica elettronica. Nulla a che vedere con la musica da club, ma è lì che ho veramente cominciato a riflettere sulla musica come espressione di sé stessi; riuscire a vedere il processo compositivo in maniera speculativa ti porta ad avere una visione molto più ampia delle cose e meno legata ai cliché. Poi non posso non citare il festival Club To Club, dove ho veramente sperimentato per la prima volta la meraviglia di sentire il corpo vibrare con le basse frequenze.
Ultimamente invece mi sto ritrovando spesso a prendere un caffè in un bar qualsiasi del centro col computer e le cuffie, facendomi ispirare un po’ da quello che vedo e dalle persone intorno a me.

Max Cooper, Jon Hopkins, ma penso anche Luke Abbott o Tycho potrebbero essere gli artisti a cui paragonarti, ma quali sono le tue basi, qual è la musica con cui sei cresciuto, il tuo background? Qual è stato il tuo primo approccio con la musica elettronica?

Il mio percorso musicale è abbastanza articolato: ho iniziato a studiare pianoforte a 10 anni e dopo un paio di anni ho cominciato a studiare composizione classica. Parallelamente avevo una band rock-metal che nel tempo si è trasformata post-rock e alla fine paragobanile a Tycho. Nel mentre ho cominciato ad appassionarmi al jazz e ho anche cominciato a suonare questo genere in giro. Poi ho sentito Paul Kalkbrenner e ho capito che forse la musica elettronica era il mio. L’idea di poter manipolare un suono a mio piacimento mi ossessionava da tempo, ma ancora non avevo capito quale fosse il linguaggio giusto per me. Poi ho fatto una triennale in “ingegneria elettronica” che mi ha dato grosse basi dal punto di vista scientifico e la SAE di Milano che mi ha fatto capire come andasse prodotto un brano. Insomma un po’ mi piace credere che tutti gli immensi sforzi che ho fatto mi abbiano meritatamente portato qui.
Tra le mie influenza sicuramente nell’elettronica Jon Hopkins, ma anche molto la musica e il sound design da film, gruppi prog che ascoltavo (l’intro del brano del Lab è involontariamente ispirato a The Incident dei Porcupine Tree) e ultimamente tantissimo la musica corale e il contrappunto.

Raccontaci il tuo processo creativo e i marchingegni che usi per fare musica.

Il mio processo creativo si basa fondamentalmente sulla insistenza e sul senso critico. Un brano di solito mi richiede dalle 70 ore in su per essere creato, di cui la maggior parte passate a pensare: c’è questo credo comune che l’artista in preda ad un raptus componga i brani in 10 minuti a occhi chiusi. Non è così, la musica è un lavoro di artigianato, un meraviglioso lavoro di artigianato.
Utilizzo diversi sintetizzatori e il mio pianoforte, ma il cuore viene fatto tramite campioni, processi di distorsione, rimodellazione degli inviluppi, catene di effetti non convenzionali, insomma tutto ciò che si può fare con un computer e delle cuffie.

Com'è nata la collaborazione con Willie Peyote? Cos'altro segui attualmente oltre all’elettronica?

Un mio carissimo amico che suonava con lui mi ha portato come tastierista per i suoi live, poi le cose sono cambiate e ho smesso di girare con Willie Peyote, ma è stata un’esperienza decisamente formativa. In questo periodo mi sto concentrando al massimo sul mio progetto e sul Conservatorio (dovrei laurearmi quest’anno se tutto va bene), poi seguo come strumentista Daniele Celona, un cantautore rock torinese e il progetto SetteAFK, in cui facciamo elettronica suonata.


Ultimamente ti stai confrontando con performance audio/video, quali sono gli artisti o anche alcune reference visive che ti piacerebbe portare in un tuo live?

Il mondo delle performance a/v mi piace tantissimo perché posso esprimere tutto quello che ho da dire al di fuori della cassa dritta a favore di un’esperienza più immersiva. Sto portando in giro un live che si rifà un po’ all’estetica glitch (sia audio che video), tipo Alva Noto o alle atmosfere alienanti di Ben Frost. La mia più grande sfida è riuscire a portare in ambito club l’immensità di possibilità che la musica elettronica offre.

E del clubbing cosa ci dici? Frequenti la notte? Ti affascina quello che ha creato in passato e come ti immagini il futuro del clubbing visto che ci auguriamo di trovarti spesso in giro?

Frequento eccome la notte. Adoro la club culture, andare a ballare è una delle poche forme di spiritualità che ci sono rimaste: centinaia di persone vicine in silenzio che si muovono sullo stesso ritmo, è probabilmente una delle cose più primitive esistenti, ma allo stesso tempo ti innalza. Vedo che lentamente i club si stanno aprendo a generi più complessi e contaminati, il che è di buon auspicio per uno come me che oltre alla ballabilità ama esprimere suggestioni.

Ora, dopo questa vittoria alla JML, quali sono le strade e gli scenari che ti si prospettano davanti?

Fondamentalmente continuo a fare quello che ho sempre fatto, ma le cose intorno a me si stanno facendo sempre più grandi. Sto lavorando a un EP che proveremo (con Alex e Nello) a spingere il più possibile e intanto si suona tipo al Robot Festival di Bologna e al Movement di Torino. Che dire, ho un’ansia mica da poco, ma è tutta la vita che aspetto questo momento.