Davide Verazzani

Le anime del NoLo Fringe Festival

quartiere NoLo

Scritto da Annika Pettini il 9 settembre 2021

Abbiamo parlato con Davide Verazzani, ideatore del NoLo Fringe Festival ma anche portatore di un racconto corale. Attraverso di lui infatti parlano tutti coloro che da tre anni a questa parte si sono messi in gioco per portare in città, partendo dal loro quartiere, il Fringe Festival. Festival delle arti diffuso che ha radici lontane, Edimburgo 1947, e che ha un’anima aperta e camaleontica. Si basa su principi di inclusione e ascolto del territorio, senza vincoli tematici. Per questo siamo andati a fondo nella sua dimensione milanese, facendocelo raccontare da coloro che per primi ne hanno sentito il bisogno e lo hanno portato in città.

“Non ci sono grandi nomi ma ci sono persone che si mettono in gioco con spessore interpretativo, con idee che riescono ad unire due anime: una proposta qualitativamente elevata che riesce a parlare al pubblico e non al proprio ombelico.”

 

Vorrei partire da una cosa che so essere molto importante per voi. Oggi sono qui a parlare con te ma come portavoce di una coralità. Ti andrebbe di raccontarci perché questo meccanismo è così importante? Chi c’è tra le file del coro?

È stato importante fin dall’inizio. L’ideatore sono io, come in ogni cosa c’è sempre una persona che ha un’idea, ma fin dal principio era fondamentale che ci fossero altre persone di cui potermi fidare, a cui spirassi fiducia e che collaborassero con me. Quindi ne ho parlato con un paio di conoscenti che erano attive nell’organizzazione di eventi (ci ho messo un anno, l’idea è scaturita a inizio 2018) e nel frattempo tenevo le antenne dritte sulle persone che avevo intorno in quel momento, giravo e osservavo. Tipo Ippolita e Giulia le ho conosciute aprendomi per creare un gruppo di lavoro.

Avevo bisogno di un insieme coeso e attivo – pro attivo – che tutelasse l’identità di gruppo da problemi interni. Che lavorasse in termini associativi – cioè no capo o dipenditi o capo settore – ovviamente c’è un presidente, che sono io – ma l’idea è che il consenso si ottiene raccontandoselo. Ci vediamo, ci incontriamo, parliamo di come migliorare l’evento che stiamo creando. Non siamo gli amici delle pizzate – ma una forma associativa di consenso che arriva parlandosi. 

Siamo 5 persone nel direttivo dell’associazione che organizza il festival, più una persona, Maria, che è responsabile tecnica. Intorno ci sono tutti gli altri che abbiamo trovato strada facendo e che hanno anche altri lavori, o che ci hanno scritto per voglia di esserci e collaborare. È ovvio che c’è una struttura aperta, c’è chi entra e chi esce. A volte perdi pezzi bellissimi ma magari li ritrovi dopo. Il bello è il non sentirsi legati, ingabbiati.

Tenere questo punto di assenza di capo autorevole e autoritario è molto più faticoso. Il consenso creato parlando non è semplice. Anche se ci sono persone che hanno il presidio di certe aree, ognuno fa quello che sa fare. Condividiamo tutto ma poi ognuno fa il suo.

Il Fringe nasce lontano, a Edimburgo. Chi ha scoperto il format? Ma soprattutto, come avete capito che era un bisogno per questa comunità?

Chiunque si occupa di teatro conosce il Fringe Festival, è un format che ha tanti anni. Ma io l’ho scoperto bene solo dopo, pochi in italia ci sono andati. Nel 2015 mi è capitato di portare uno spettacolo che ho scritto al Fringe Festival di Edimburgo ed era una cosa gigantesca. L’ho visto da dietro le quinte, è incredibile (o almeno era). Si trattava di una città intera permeata di teatro, dal mattino alla sera. Per un mese si respirava teatro, ovunque, in posti non dedicati al teatro ma alla vita quotidiana. E ho capito che a Milano una cosa così non esisteva.

Mi sembrava una festa di popolo, una festa di piazza a livelli alti, non sagre paesane. Quindi ho pensato di portarlo a Milano. Ho iniziato a chiedermi dove? Come?

Poi salta fuori NoLo, l’idea di dare un nome nuovo ad un quartiere che è in trasformazione. Tutto, i locali, le persone, stava cambiando. Abito a NoLo da prima che fosse NoLo, quindi sono dentro il flusso della trasformazione e ho capito che era il luogo pronto per accogliere anche situazioni culturali di cambiamento. E quindi ci ho provato. A unire lo spirito fine con la voglia di rinnovarsi di un quartiere. Considera che questo a Edimburgo non succede, perché gli abitanti sono respinti da questa macchina enorme che è il Festival lì. Aspettano che finisca per “tornare alle loro vite normali”. Mentre io volevo il contrario per il mio quartiere. Prendere le energie positive del luogo, metterle sotto il cappello del teatro e far nasce il NoLo Fringe.

NoLo è un quartiere che negli ultimi anni ha subito tantissimi cambiamenti, e la cosa più bella è che sono nati da chi lo abita, non imposti. Credo che il Fringe si inserisca in questo tipo di energie. Che cosa ha significato per le persone che vivono qui?

Questo dovremmo chiederlo a loro. Per noi la migliore risposta sono il numero delle persone che vengono agli spettacoli e l’attesa che c’è dell’evento. Tutti lo conoscono e quando ci incontrano iniziano a chiedere, quando sarà, dove. C’è grande attesa da parte delle persone che poi li vivono davvero.

 

Il Fringe è un festival di arti senza tema e senza una struttura fissa, ma con un insieme di ideali e valori che vanno accolti. Questo crea un grande bacino di opportunità. Come avete fatto a strutturare il format più adatto alle risorse del quartiere e ai bisogni delle persone?

Vivendo il quartiere. Vivendoci conosciamo i luoghi, quelli che noi chiamiamo i palchi del festival. Ci sono posti interessati ma che magari vediamo meno adatti perchè non hanno lo spirito che cerchiamo di trasmettere. Vivendo nel quartiere sappiamo dove andare. Per questo non abbiamo mai cercato il Milano Film Festival, perchè ci appoggiamo a chi vive e conosce il posto che andrà a coinvolgere il Fringe. Io non saprei come coinvolgere gli abitanti del quartiere che non vivo. Conoscendo le persone, la zona, andando in giro di giorno e di notte, conoscendo i posti, allora puoi. 

Quando dico: che bello sarebbe il Milano Film Festival! – intendo il festival dei quartieri che contemporaneamente organizzano dei Fringe che si autoalimentano, che crescono. 

Siete alla vostra terza edizione e i cambiamenti sono tanti!
Ci faresti fare un tuffo negli ultimi mesi di lavoro e in quello che andremo a vivere?

Un tuffo negli ultimi mesi è un tuffo nel casino. Abbiamo vissuto l’incubo del – chissà se si può fare. Ci stiamo lavorando da fine ottobre scorso, quando hanno chiuso i teatri e non abbiamo mai smesso di lavorarci. Non senza difficoltà.

C’era molto disillusione ma nell’incertezza noi abbiamo cercato la resilienza. Ci abbiamo creduto così tanto da andare contro quella che era l’evidenza, ovvero – non fatelo.

E insieme a noi tutte le istituzioni che ci hanno dato una mano e non ci hanno lasciato.

Abbiamo dovuto gestire anche un gruppo che è diventato incerto a sua volta, con entrate e uscite, perchè giustamente bisognava pensare alla propria situazione personale e magari cambiavano le priorità. Però ci abbiamo creduto e quindi ecco qui.

Quello che abbiamo portato a casa è il coinvolgimento degli altri quartieri – un bel punto di partenza per un salto dal trampolino.

E poi l’insieme di eventi – che sono stupendi. Son tutti figli nostri. Li abbiamo visti, rivisti, amati. Penso che siano una serie di spettacoli che parlano dello spettacolo italiano dal vivo. Non ci sono grandi nomi ma ci sono persone che si mettono in gioco con spessore interpretativo, con idee che riescono ad unire due anime: una proposta qualitativamente elevata che riesce a parlare al pubblico e non al proprio ombelico. E questo è un difetto che ha spesso il teatro.

Il Fringe è un evento fortemente popolare che riesce a non perdere il punto della qualità dei contenuti. E siamo sicuramente stati fortunati: non facciamo scouting. Ma arrivano proposte e sono proposte elevate, quindi vuol dire che c’è un bel fermento nel teatro dal vivo del teatro italiano. E questo permette anche al Fringe di NoLo di diventare anche un bella vetrina per persone giovani, per chi sta crescendo e per chi ha voglia di farlo.