Edicola Radetzky

Il racconto di sei anni di arte pubblica sulla Darsena

quartiere Navigli

Scritto da Lucia Tozzi il 2 novembre 2020

Foto di Gloria Montagna

Attività

Artista

Per sei anni la piccola silhouette un tempo in rovina dell’antica edicola affacciata sulla Darsena si è trasformata in un micropaesaggio giunglesco, in una spiaggia, in una scultura espansa, in un punto di osservazione, in uno spazio di dialogo, in un contenitore di performance: tutte le forme che può assumere l’arte pubblica in un luogo di passaggio intensissimo. L’edicola Radetzky è stata un repoussoir rispetto a uno sfondo urbano che è luogo popolare e popolato, un punto di resistenza alla mercificazione.

Fiorella Fontana, Stefano Serusi e Mirko Canesi, tre artisti riuniti nel Progetto Città Ideale, ottennero dal Municipio 6 l’affidamento di questo spazio nel 2014, e grazie a sponsor e partnership l’hanno restaurato pezzo a pezzo, facendo dello stesso processo di restauro un’opera d’arte, e manutenuto negli anni trasformandolo in un attivissimo spazio indipendente per l’arte contemporanea, palestra di artisti e curatori giovani, fruibile al di fuori del ristretto circuito di esperti e adepti che in genere l’arte con fatica riesce a raggiungere.

Opera di Daniele Carpi – foto di Maurangelo Quagliarella
Fiorella Fontana – foto di Gloria Montagna

A quando risale esattamente la prima mostra?

Al 2015, era legata al restauro dell’edicola, al cantiere come luogo espositivo. Curata da Andrea Lacarpia di Dimora Artica, metteva insieme moltissimi artisti che lavorano sul territorio. C’eravamo noi, ovviamente, ma anche molti di quelli che poi negli anni successivi hanno esposto singolarmente, come Yari Miele o Daniele Carpi. Ci fu un opening conclusivo a gennaio del 2016 a cui seguì appunto la mostra di Daniele Carpi, L’imperatore era un vecchio, con un busto di Francesco Giuseppe coperto di muschio e sopraffatto da un rigoglio di piante lussureggianti come in una serra.

E in totale, tanto per fare un bilancio, quanti artisti hanno esposto in questa cabina?

Ci sono state una quarantina di progetti tra personali e collettive, in totale saranno più di cento artisti.

Se dovessi scegliere quali sono le tue mostre preferite?

Daniele Carpi, che ho già citato, i cantieri Radetzky, che attiravano una curiosità folle da parte delle persone del posto e dei passanti, e Smoking Channel di Hyun Cho, che riscriveva questo spazio espositivo non convenzionale trasformandolo in una sala d’attesa per fumatori in un aeroporto, con una scala e delle luci a led che venivano percepite in modo diverso durante la giornata. Poi la palla da tennis brancusiana di Luca Pozzi e il progetto di Alberto Venturini, in collaborazione con Viafarini, un racconto che si poteva ascoltare intorno all’edicola.

Gli artisti hanno colto la contrainte di questo spazio così piccolo e così esposto, quindi.

Si, come nel Cubo di Garutti: l’hanno preso come un’occasione, la difficoltà diventa fonte di pensiero.

Oltre alla necessità di misurarsi con lo spazio minimo, quanti hanno scelto di istituire una relazione con l’acqua, con il contesto urbano?

Parecchi. Forse quello che mi è rimasto più impresso è il lavoro di Marta Pierobon, che ha posizionato una scultura raffigurante un fumatore nell’atto di guardare l’acqua, il paesaggio della Darsena. Altri invece hanno privilegiato la scena notturna, i Navigli come luogo d’incontro, come spazio pubblico notturno: per esempio Giulia Ratti che ha costruito una performance utilizzando l’edicola come la propria stanza durante la preparazione prima di uscire la sera – vestizione, trucco – per poi trasformarla in un locale e ballare.

Mi dicevi che il Municipio 6 vorrebbe revocare la concessione. Come mai?

Si. La nuova giunta sostiene che non abbiamo curato abbastanza gli aspetti sociali ed educativi del progetto. In effetti forse una delle cose più complesse in assoluto per uno spazio come questo è l’elaborazione di progetti educativi in senso classico, con le scuole. In senso più ampio, invece, non si può dire che il genere di attività artistica e culturale che avviene qua non abbia un valore educativo e socialmente rilevante, dal momento che impone un confronto con un pubblico totalmente eterogeneo, casuale, e che magari non ha mai varcato la soglia di un museo di arte contemporanea.

Ma siete riusciti a catturare l’attenzione delle persone del quartiere? o dei passanti?

Come no, moltissimo! Soprattutto durante le fasi di montaggio, restauro, o nelle performance che interpellavano il pubblico. Le persone si fermavano, facevano domande.

E tornavano? Avete creato degli aficionados?

Beh si, alcuni ormai sono diventati amici.

Voi invece a quali locali vi siete affezionati? Dove andate a mangiare o a bere, a parte Peppuccio che sta a pochi metri?

Soprattutto alla Magolfa e Al coccio.

Non vi spostereste in un altro posto?

Ma no, non ha senso per il nostro progetto prendere uno spazio qualunque, perderebbe tutta la sua forza sperimentale. Questo è un posto che ha una storia, è un simbolo importante: compare anche in Rocco e i suoi fratelli. Abbiamo attivato delle collaborazioni con altre istituzioni, come il PAC, abbiamo trovato degli sponsor come Enel per pagare un minimo di fee agli artisti, perché la concessione prevedeva l’uso gratuito ma con l’impegno del restauro e senza ulteriori finanziamenti. Abbiamo speso molte energie qui dentro, ma con la prospettiva di un contratto 6+6: non immaginavamo che sul più bello ci avrebbero potuti mandare via. Personalmente ancora spero che cambieranno idea e mi lasceranno continuare.